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Simple Minds: "La magia della musica può guarire il mondo"

Esce "Walk between worlds", il nuovo album di inediti. Un disco sull'empatia e sul superamento delle differenze, contro la Brexit e per distruggere la politica della paura voluta da Trump. Il tour in Italia a luglio per sei date

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Se è vero che certa musica non muore e torna come le onde del mare, sembra proprio che quella dei Simple Minds non se ne sia mai andata e suona oggi più attuale che mai. Sono molte le band che a partire dai tardi anni Novanta si sono ispirate alla band scozzese che ha da poco celebrato 40 anni di carriera forte dei 60 milioni di album venduti nel mondo, e molte hanno continuato a farlo anche negli anni Duemila, in cui le chitarre e gli arrangiamenti post-punk sono tornati a dominare la scena rock.
 
Nel 2016 con Acoustic, l’album in cui rileggevano i loro successi, i Simple Minds riuscirono ad evitare l’effetto nostalgia colpendo al cuore i loro vecchi fan ma incontrando anche il favore di nuovi ascoltatori. Con Walk between worlds, che esce in questi giorni a 4 anni da Big music, il loro precedente disco di inediti, offrono una nuova lettura delle loro radici art-rock grazie a brani come Summer e In dreams, dimostrando di non aver perso contatto con la magia della musica.
 

Ci sono anche orchestrazioni di ampio respiro, quasi cinematografiche, realizzate negli studi di Abbey Road come nel caso di Barrowland star (che contiene un assolo alla Mick Ronson di Charlie Burchill) dal nome della sala da ballo nell’East End di Glasgow che ha ospitato molti concerti dei Simple Minds. Proprio alla Barrowland Ballroom il 13 febbraio partirà il tour che li porterà a luglio per sei date in Italia. Ne parliamo con il cantante della band, Jim Kerr.  
 
Barrowland star è la canzone chiave dell’album?
«Direi che soprattutto è una grande canzone e in modo particolare lo è per noi: il Barrowland è un luogo mitico nella nostra città natale, non soltanto un luogo destinato ai concerti, per noi è come un tempio, una chiesa. Lo hanno frequentato dai primi anni Cinquanta le generazioni dei nostri genitori, dei nostri fratelli maggiori. Se sei un musicista e sei nato a Glasgow, suonare al Barrowland è ancora il massimo, è sempre stato il posto più importante per la musica in città. La gente crede che nella canzone io stia parlando di noi perché anche i Simple Minds hanno suonato lì ma l’ispirazione mi è venuta quando ho incontrato un uomo per la strada a Glasgow ed era così orgoglioso del figlio che ora suona in una band dopo anni di problemi di depressione, la sera successiva avrebbero suonato al Barrowland: “Non è grandioso?” mi chiedeva? “diventerà una star del Barrowland”. Ecco una storia di trasformazione, quel sentimento positivo che permette di lasciarsi alle spalle i problemi è entrato a far parte della canzone, magari non in un modo così diretto, però è accaduto proprio così».
 
Anche voi sognavate di poter suonare un giorno alla Barrowland Ballroom?
«Con Charlie siamo cresciuti nella stessa strada, giocavamo insieme già a 8 anni, poi dai 12-13 anni siamo stati anche in classe insieme, e lì abbiamo cominciato a condividere la passione per la musica, gli album di David Bowie, dei Roxy Music, dei Genesis. No, non potevamo neanche immaginare di poter arrivare un giorno alla Barrowland, per noi era troppo, come voler fare l’astronauta: non conoscevamo nessuno che suonasse in una band, non avevamo genitori ricchi abbastanza per comprarci degli strumenti o per farci studiare musica, sapevamo solo che amavamo il rock alla follia. Successe che la mamma di Charlie gli comprò questa chitarra di poca qualità sulla quale però Charlie in due giorni imparò a suonare tutte le canzoni che amavamo di più. E così quella chitarra diventò il razzo sul quale idealmente salimmo per conquistare il pianeta del rock».
 
La musica di Ballroom star era stata pubblicata come strumentale nel lato B del singolo She’s a river, ai tempi dell’album Good news from the next world?
«Sì, allora si intitolava Celtic strings: io e Charlie l’amavamo molto ma personalmente non ho mai pensato che fosse una canzone, solo un tema semmai, un buon tema ma niente di più. Non sarà mai una canzone, mi dicevo, e così me ne sono dimenticato. C’era però questo solo di chitarra di Charlie fantastico ed era davvero un peccato che non potessimo mai suonarla insieme: il fatto simpatico è che una mia fidanzata la suonava spesso e mi diceva: sei un idiota, dovresti lavorarci, scriverci un testo, è bellissima, è troppo bella per essere solo uno strumentale. Mi faceva diventare pazzo ma aveva ragione lei».     
 
Qual è il significato del titolo dell’album Walk between worlds?  
«Viene dall’omonima canzone che parla di empatia, della sua esistenza, di chi ne ha di più e chi di meno, del perché qualcuno riesce a provare questo sentimento mentre altri proprio non sanno cosa sia, non riescono neanche ad immaginarlo, non possono relazionarsi ad altre persone a causa della loro razza, del colore della pelle, o dell’appartenenza a una classe sociale diversa dalla loro. Per me il primo incontro con l’empatia è stato da bambino, quando mia madre mi rimproverava perché facevo qualcosa di sbagliato: “Non fare così, vorresti mai che qualcuno facesse a te la stessa cosa?”. Ebbene, questa è proprio la lezione numero uno per apprendere il reale significato di empatia. Oggi ce ne sarebbe bisogno, il mondo è davvero un posto bipolare, sembra che la gente litighi su tutto, si pensava che Internet potesse unirci e invece ci separa ancora di più. La Brexit in Gran Bretagna e Donald Trump in America vanno proprio in questa direzione, separare le persone più che unirle: e allora verrebbe voglia di dire a tutti, fermatevi un attimo a riflettere, provate a mettervi nei panni del prossimo, forse in questo modo riuscirete a capire di più l’altro».
 

Simple Minds: “La musica è magia”


Un brano si intitola Magic, qual è il peso del magico nella sua vita?  
«Il personaggio di Magic sono un po’ io a diciott’anni, quand’ero ossessionato dalla musica e dalla voglia di creare una band. La gente mi chiedeva: come sei riuscito a trovare tanta determinazione nel volere la band? Tutti sapevano che non conoscevamo nessuno che scrivesse canzoni e potesse insegnarci o potesse incoraggiarsi o darci consigli, la verità è che io ancora oggi non so quale sia il segreto della musica, non so come funziona, io non sono un musicista, quando qualcuno suona di fronte a me è un fatto magico, perché la musica ti tocca profondamente, ti può trasformare, ti può rendere felice, o triste, oppure renderti ansioso, eppure nessuno sa come funziona davvero. Credo che la musica sia un fatto magico, è una cosa che ho sempre pensato e continuo a pensare».

Lei parla spesso di sogni e visioni nelle sue canzoni, e lo fa specialmente in due delle nuove canzoni, In dreams e Summer. Sembrano molto vicine alle atmosfere dei primi Simple Minds.
«Secondo me, dal punto di vista musicale, questo nuovo album si ricollega a diversi periodi della nostra storia. Ma specialmente al periodo del primo art-rock, al suo linguaggio. Ci sono immagini e soggetti che abbiamo già utilizzato in passato e in particolare in quelle due canzoni. In generale si tratta di canzoni molto positive: In dreams dice che sognando niente è impossibile, è lo stesso messaggio della nostra Promised you a miracle. Da dove arriva questa positività? Certamente dalla musica, è la musica che riesce a muovere tutto: c’è ancora speranza, una possibilità. A chi si chiede come riusciamo ad essere positivi in un mondo dominato da Trump e dalla sua politica di paura, o dalla Brexit, rispondo che la musica ti permette di trascendere tutto questo, di superarlo. Non voglio sfuggire alla realtà, il fatto è che non voglio parlare di Trump, tutti parlano di Trump ma io non voglio farlo».
 
Un album che ispira positività, in cui tutto sembra ancora da conquistare, c’è la possibilità di un mondo migliore, si può fare, insomma.
«Sì è così, e tutta la nostra storia racconta la stessa cosa. Ma sono cose concrete, non favole. Le confesso una cosa: noi dieci anni fa eravamo praticamente morti, nessuno era più interessato alla nostra musica. Perché continuare, visto che tutto sembra cambiato? Perché continuare a scrivere e suonare ora che i negozi di dischi chiudono, i dischi non si vendono più, l’industria discografica è fottuta e nessuno vuol più pagare per la musica? Eppure non ci siamo fermati: se ci metti cuore e anima le cose accadono».
 
Il precedente album Acoustic nel quale avete riletto i vostri successi vi ha forse riportato all’arte delle canzoni di allora?       
«Forse ci è successo, forse grazie ad Acoustic anche se in modo inconsapevole siamo tornati alla radice del nostro modo di scrivere, all’art rock delle origini. Ma anche in qualche episodio di Big Music avevamo avuto come l’impressione di riprendere una luce, di vivere una nuova partenza. Insomma, abbiamo cominciato a sentire di nuovo il vento spingerci avanti: due settimane fa è stato l’anniversario dei nostri 40 anni di musica e ascoltando Summer in questo album mi sono chiesto: ma come si fa, dopo tanto tempo, a sentirsi ancora vitali e creativi come dei teenagers? Eppure è così che ci sentiamo oggi. E non lo sento in molte band contemporanee, che al contrario suonano vecchie e stanche».
 
Ho letto che nei concerti che farete in questo tour è prevista anche un’intervista aperta alle domande del pubblico.
«Saranno solo chiacchiere senza pressione, un incontro con il pubblico più che un’intervista, potrà anche trattarsi di scherzi, di metterci in gioco alla pari con il pubblico. E’ un esperimento, non so come andrà, ma rompere la liturgia di un concerto è sempre interessante anche perché poi si torna alla magia della musica e allora tutto diventa ancora più magico».

Parlare di voi alla pari con il pubblico, mostrare qualcosa di diverso oltre alla musica: in fondo è ciò che fanno le grandi mostre rock come quelle su David Bowie e sui Pink Floyd. Non sarà che siete pronti anche voi per essere celebrati in un museo?
«Effettivamente il National museum di Edimburgo ha già ospitato The only fun in town, una mostra sulla musica scozzese dagli anni Ottanta a oggi in cui come Simple Minds occupiamo gran parte dell’esposizione. Il fatto è che per me il nuovo album Walk between worlds è già storia, sto già idealmente lavorando al prossimo. Sa qual è la cosa triste? Alla mostra su Bowie sono andati tutti ma l’ultima volta che Bowie è andato in tour non c’era poi così tanta gente a vederlo suonare e cantare dal vivo. Eppure, centinaia di migliaia di persone hanno fatto per ore la fila al museo pur di poter ammirare i suoi pantaloni. What the fuck».