Editors: "Restiamo sempre fedeli alla nostra voglia di cambiare"
Carlo Moretti, CARLO MORETTIIncontro con la band di Birmingham che presenta il nuovo album 'Violence'. Il 22 aprile saranno in concerto al Forum di Milano
Tom Smith è la voce tenebrosa degli Editors, i principi del new dark degli anni Duemila. Lo incontriamo in un hotel alla moda della Capitale per parlare di Violence, il nuovo album in uscita il 9 marzo che la band di Birmingham verrà a presentare dal vivo il 22 aprile al Forum di Milano, con i Public Service Broadcasting di spalla come per tutto il loro tour. L’album rappresenta un’ennesima svolta musicale per gli Editors, per la massiccia iniezione di elettronica e per un segno pop intorno alle melodie molto più deciso che in passato. Con Smith ci sono il chitarrista della band, Justin Lockey, e il tastierista Elliott Williams.
Il precedente disco In Dream era il vostro primo album autoprodotto, con Violence tornate ad affidarvi ad un produttore, perché? Solo gusto di cambiare o la produzione ha mostrato delle difficoltà?
Tom Smith: "Significa che ad ogni album a noi piace fare sempre le cose in modo diverso. Personalmente …
Il precedente disco In Dream era il vostro primo album autoprodotto, con Violence tornate ad affidarvi ad un produttore, perché? Solo gusto di cambiare o la produzione ha mostrato delle difficoltà?
Tom Smith: "Significa che ad ogni album a noi piace fare sempre le cose in modo diverso. Personalmente …
Tom Smith è la voce tenebrosa degli Editors, i principi del new dark degli anni Duemila. Lo incontriamo in un hotel alla moda della Capitale per parlare di Violence, il nuovo album in uscita il 9 marzo che la band di Birmingham verrà a presentare dal vivo il 22 aprile al Forum di Milano, con i Public Service Broadcasting di spalla come per tutto il loro tour. L’album rappresenta un’ennesima svolta musicale per gli Editors, per la massiccia iniezione di elettronica e per un segno pop intorno alle melodie molto più deciso che in passato. Con Smith ci sono il chitarrista della band, Justin Lockey, e il tastierista Elliott Williams.
Il precedente disco In Dream era il vostro primo album autoprodotto, con Violence tornate ad affidarvi ad un produttore, perché? Solo gusto di cambiare o la produzione ha mostrato delle difficoltà?
Tom Smith: "Significa che ad ogni album a noi piace fare sempre le cose in modo diverso. Personalmente amo molto In dream e questo dipende sicuramente anche dal fatto di averlo prodotto da soli. Mi è piaciuto molto vedere il modo in cui la band si è riorganizzata al tempo di The weight of your love in occasione del cambio di formazione, credo sentissimo proprio il bisogno di prendere le redini della nostra musica e di fare le cose tra noi. Ma il fatto che ci sia piaciuto non vuol dire che l'avremmo rifatto la volta successiva, e infatti non è accaduto. Stavolta puntavamo a qualcosa di fresco e sicuramente le collaborazioni hanno portato elementi diversi. Credo che Violence sia una versione più a fuoco di In dream, grazie all'intervento di Blanck Mass (il musicista elettronico inglese Benjamin John Power, n.d.r.): la sua parte elettronica ci ha portato in una zona musicale diversa. Non è una rivoluzione rispetto alla nostra storia, è un'evoluzione".
Come avete lavorato dunque a questo album?
Tom Smith: "Inizialmente abbiamo realizzato da soli molte registrazioni, sul modello di quanto avevamo fatto per In dream, lavorando in studio a Oxford. Abbiamo fatto ascoltare il lavoro a Blanck Mass che ha rifatto ogni brano secondo il suo stile, dunque una versione molto più elettronica delle nostre canzoni. A quel punto c'erano due potenziali album, il nostro e quello di Blanck Mass. Così è intervenuto Leo Abrahams, un produttore certamente più convenzionale che, conoscendo tutti i dettagli del lavoro fatto, è intervenuto per mischiarli al meglio. Che è poi il motivo per il quale questo album risulta diverso rispetto a In dream".
Il singolo Magazine è stato scritto ai tempi di The weight of your love, ormai 5 anni fa: è una canzone molto melodica per essere una canzone degli Editors, era stata forse scartata perché troppo melodica?
Tom Smith: "Forse è accaduto proprio così anche se non posso dire sia accaduto in modo consapevole. Nel corso degli anni tante volte abbiamo messo da parte alcune nostre canzoni perché le consideravamo troppo melodiche o pop e pure rallentandole o cantandole in modo triste proprio non riuscivamo a suonarle: c'è una canzone in The weight of your love intitolata What is this thing called love, davvero melodica, che aveva avuto troppi rinvii e a quel punto abbiamo deciso di usarla. Magazine l'abbiamo scritta al tempo dell'uscita di Chris Urbanowicz, fa parte della colonna sonora della crisi della band".
Justin Lockey: "Ritrovare quella canzone è stato come trovare una bottiglia di latte in frigo con la data di scadenza ancora lontana. A me piace molto, è una grande canzone, ci ha spinto in una zona anche nuova per noi, con un suono massiccio, non poteva essere più lenta o più oscura, avevamo bisogno che fosse proprio così, con uno spettro più ampio perché potesse arrivare ad un pubblico più ampio, del resto non si può essere sempre infelici ed introversi. Secondo me in questo album ci sono elementi dai nostri album precedenti, ad esempio l'elettronica da In this light and on this evening e la melodia da In dream".
Il titolo Violence per la sua brevità è una novità rispetto ai vostri standard: perché lo avete scelto?
Elliott Williams: "E' stata una mia idea, era il titolo di uno dei brani dell'album ed era un buon punto di partenza perché dal punto di vista sonoro è molto d'impatto e con altri episodi come Magazine tiene insieme l'intero senso dell'album. Per non contare che le due lettere iniziali VI formano il numero romano che indica anche che questo è il nostro sesto album".
La frase del testo di Violence baby, we're nothing but violence cosa vuole dirci?
Tom Smith: "Non si tratta dell'enunciazione di una verità, quando scrivo non cerco la verità. Si tratta di violenza intesa in un senso più sfumato, è la violenza che si scatena in un incontro, una violenza emozionale, è elettricità, una parola forte per l'immagine che rappresenta. Mi piace giocare con le parole. Certo, violenza è anche una parola molto attuale, ci confrontiamo ogni giorno con le notizie che parlano di violenza, ma noi cerchiamo sempre di essere sfumati, mi piace l'ambiguità. Del resto siamo arrivati al sesto disco ma non abbiamo ancora raggiunto delle certezze, e forse non le raggiungeremo mai. Continuiamo ad imparare".
Di Magazine che sfida il tempo abbiamo già detto, insieme ad almeno altre due canzoni dell'album (Cold e Hallelujah) l'avete "testata" nei vostri live prima di pubblicarle nell'album: in tempi di streaming ha ancora senso aspettare di avere una collezione di canzoni per pubblicare un album?
Tom Smith: "Non credo che ripescare un vecchio brano dal frigo, per usare la metafora utilizzata prima da Justine, sia una novità: è successo tante volte nella storia della nostra come di altre band. E' successo anche ai R.E.M. che si sono tenuti nel cassetto Bad day per dieci anni. E' vero, ci sono canzoni legate al momento e che devono essere necessariamente ascoltate quando vengono alla luce, altre che arrivano nel momento sbagliato. Ma le canzoni non scadono mai. Le abbiamo suonate nei festival della scorsa estate perché erano ad un buon punto di produzione anche se rappresentava un rischio, visto che in quelle occasioni il pubblico è misto, non ci sono soltanto tuoi fan, e chi è lì vuole ascoltare solo le canzoni conosciute. Se lo abbiamo fatto è perché siamo convinti che abbiano grande immediatezza, avevano tutte le carte in regola per poter essere dei singoli radiofonici".
Justin Lockey: "Per quanto riguarda il tema degli album, noi siamo cresciuti ascoltando album come fossero un discorso, l'espressione di un concetto. Nella band abbiamo tra i 30 e i 40 anni, siamo dunque vecchio stile, teniamo ancora molto all'oggetto e ci piace l'eccitazione per l'attesa della pubblicazione. La scorsa settimana abbiamo messo le mani sulla versione in vinile del nuovo album ed è stata una vera goduria. Le canzoni dell'album funzionano proprio perché sono una dopo l'altra, e anche se una arriva dal passato, ora c'è un filo che le tiene tutte insieme".
Tom Smith: "E parlando ancora di canzoni e tempo, Spotify attualizza ogni artista, senza l'album o i cd di mezzo c'è meno nostalgia nell'ascolto di una canzone dei Fleetwood Mac, si vive un'esperienza simile all'ascolto di un brano di The Weeknd".
La prossima estate, il 7 luglio, sarete allo show per il 40esimo anniversario dei Cure ad Hyde Park: cosa hanno rappresentato per voi e cosa ha rappresentato la musica degli anni Ottanta?
Justin Lockey: "Sul piano musicale i Cure hanno rappresentato un'influenza molto grande su di noi. Ma sono un modello anche per la loro lunga storia. Se ci guardiamo intorno non vediamo molte altre band nate negli anni Duemila che continuano a macinare chilometri e tour e che siano arrivati come noi al sesto album, un catalogo di canzoni notevole".
Elliott Williams: "Una cosa che ci assimila ai Cure è il fatto che si siano evoluti ad ogni album, anche noi abbiamo sempre cercato di non ripeterci".
Ad Hyde Park ci saranno anche gli Interpol: il pubblico e parte dei media vi hanno sempre percepiti come rivali, cosa c'è di vero?
Justin Lockey: "Sono una grande band, il loro debutto è stato folgorante ma, come molte altre band nate in quel periodo, poi non sono mai cambiati, hanno continuato a fare la stessa cosa album dopo album. Non è una buona cosa: se ti ripeti, il tempo ti supera".
Tom Smith: "Posso capire chi parla di similitudini solo su un livello, il tono generale di partenza, ma gli Interpol vengono da una zona molto intellettuale, gli Editors sono al contrario una band emozionale, gli Interpol sono cervello, gli Editors cuore".
Il precedente disco In Dream era il vostro primo album autoprodotto, con Violence tornate ad affidarvi ad un produttore, perché? Solo gusto di cambiare o la produzione ha mostrato delle difficoltà?
Tom Smith: "Significa che ad ogni album a noi piace fare sempre le cose in modo diverso. Personalmente amo molto In dream e questo dipende sicuramente anche dal fatto di averlo prodotto da soli. Mi è piaciuto molto vedere il modo in cui la band si è riorganizzata al tempo di The weight of your love in occasione del cambio di formazione, credo sentissimo proprio il bisogno di prendere le redini della nostra musica e di fare le cose tra noi. Ma il fatto che ci sia piaciuto non vuol dire che l'avremmo rifatto la volta successiva, e infatti non è accaduto. Stavolta puntavamo a qualcosa di fresco e sicuramente le collaborazioni hanno portato elementi diversi. Credo che Violence sia una versione più a fuoco di In dream, grazie all'intervento di Blanck Mass (il musicista elettronico inglese Benjamin John Power, n.d.r.): la sua parte elettronica ci ha portato in una zona musicale diversa. Non è una rivoluzione rispetto alla nostra storia, è un'evoluzione".
Come avete lavorato dunque a questo album?
Tom Smith: "Inizialmente abbiamo realizzato da soli molte registrazioni, sul modello di quanto avevamo fatto per In dream, lavorando in studio a Oxford. Abbiamo fatto ascoltare il lavoro a Blanck Mass che ha rifatto ogni brano secondo il suo stile, dunque una versione molto più elettronica delle nostre canzoni. A quel punto c'erano due potenziali album, il nostro e quello di Blanck Mass. Così è intervenuto Leo Abrahams, un produttore certamente più convenzionale che, conoscendo tutti i dettagli del lavoro fatto, è intervenuto per mischiarli al meglio. Che è poi il motivo per il quale questo album risulta diverso rispetto a In dream".
Il singolo Magazine è stato scritto ai tempi di The weight of your love, ormai 5 anni fa: è una canzone molto melodica per essere una canzone degli Editors, era stata forse scartata perché troppo melodica?
Tom Smith: "Forse è accaduto proprio così anche se non posso dire sia accaduto in modo consapevole. Nel corso degli anni tante volte abbiamo messo da parte alcune nostre canzoni perché le consideravamo troppo melodiche o pop e pure rallentandole o cantandole in modo triste proprio non riuscivamo a suonarle: c'è una canzone in The weight of your love intitolata What is this thing called love, davvero melodica, che aveva avuto troppi rinvii e a quel punto abbiamo deciso di usarla. Magazine l'abbiamo scritta al tempo dell'uscita di Chris Urbanowicz, fa parte della colonna sonora della crisi della band".
Justin Lockey: "Ritrovare quella canzone è stato come trovare una bottiglia di latte in frigo con la data di scadenza ancora lontana. A me piace molto, è una grande canzone, ci ha spinto in una zona anche nuova per noi, con un suono massiccio, non poteva essere più lenta o più oscura, avevamo bisogno che fosse proprio così, con uno spettro più ampio perché potesse arrivare ad un pubblico più ampio, del resto non si può essere sempre infelici ed introversi. Secondo me in questo album ci sono elementi dai nostri album precedenti, ad esempio l'elettronica da In this light and on this evening e la melodia da In dream".
Il titolo Violence per la sua brevità è una novità rispetto ai vostri standard: perché lo avete scelto?
Elliott Williams: "E' stata una mia idea, era il titolo di uno dei brani dell'album ed era un buon punto di partenza perché dal punto di vista sonoro è molto d'impatto e con altri episodi come Magazine tiene insieme l'intero senso dell'album. Per non contare che le due lettere iniziali VI formano il numero romano che indica anche che questo è il nostro sesto album".
La frase del testo di Violence baby, we're nothing but violence cosa vuole dirci?
Tom Smith: "Non si tratta dell'enunciazione di una verità, quando scrivo non cerco la verità. Si tratta di violenza intesa in un senso più sfumato, è la violenza che si scatena in un incontro, una violenza emozionale, è elettricità, una parola forte per l'immagine che rappresenta. Mi piace giocare con le parole. Certo, violenza è anche una parola molto attuale, ci confrontiamo ogni giorno con le notizie che parlano di violenza, ma noi cerchiamo sempre di essere sfumati, mi piace l'ambiguità. Del resto siamo arrivati al sesto disco ma non abbiamo ancora raggiunto delle certezze, e forse non le raggiungeremo mai. Continuiamo ad imparare".
Di Magazine che sfida il tempo abbiamo già detto, insieme ad almeno altre due canzoni dell'album (Cold e Hallelujah) l'avete "testata" nei vostri live prima di pubblicarle nell'album: in tempi di streaming ha ancora senso aspettare di avere una collezione di canzoni per pubblicare un album?
Tom Smith: "Non credo che ripescare un vecchio brano dal frigo, per usare la metafora utilizzata prima da Justine, sia una novità: è successo tante volte nella storia della nostra come di altre band. E' successo anche ai R.E.M. che si sono tenuti nel cassetto Bad day per dieci anni. E' vero, ci sono canzoni legate al momento e che devono essere necessariamente ascoltate quando vengono alla luce, altre che arrivano nel momento sbagliato. Ma le canzoni non scadono mai. Le abbiamo suonate nei festival della scorsa estate perché erano ad un buon punto di produzione anche se rappresentava un rischio, visto che in quelle occasioni il pubblico è misto, non ci sono soltanto tuoi fan, e chi è lì vuole ascoltare solo le canzoni conosciute. Se lo abbiamo fatto è perché siamo convinti che abbiano grande immediatezza, avevano tutte le carte in regola per poter essere dei singoli radiofonici".
Justin Lockey: "Per quanto riguarda il tema degli album, noi siamo cresciuti ascoltando album come fossero un discorso, l'espressione di un concetto. Nella band abbiamo tra i 30 e i 40 anni, siamo dunque vecchio stile, teniamo ancora molto all'oggetto e ci piace l'eccitazione per l'attesa della pubblicazione. La scorsa settimana abbiamo messo le mani sulla versione in vinile del nuovo album ed è stata una vera goduria. Le canzoni dell'album funzionano proprio perché sono una dopo l'altra, e anche se una arriva dal passato, ora c'è un filo che le tiene tutte insieme".
Tom Smith: "E parlando ancora di canzoni e tempo, Spotify attualizza ogni artista, senza l'album o i cd di mezzo c'è meno nostalgia nell'ascolto di una canzone dei Fleetwood Mac, si vive un'esperienza simile all'ascolto di un brano di The Weeknd".
La prossima estate, il 7 luglio, sarete allo show per il 40esimo anniversario dei Cure ad Hyde Park: cosa hanno rappresentato per voi e cosa ha rappresentato la musica degli anni Ottanta?
Justin Lockey: "Sul piano musicale i Cure hanno rappresentato un'influenza molto grande su di noi. Ma sono un modello anche per la loro lunga storia. Se ci guardiamo intorno non vediamo molte altre band nate negli anni Duemila che continuano a macinare chilometri e tour e che siano arrivati come noi al sesto album, un catalogo di canzoni notevole".
Elliott Williams: "Una cosa che ci assimila ai Cure è il fatto che si siano evoluti ad ogni album, anche noi abbiamo sempre cercato di non ripeterci".
Ad Hyde Park ci saranno anche gli Interpol: il pubblico e parte dei media vi hanno sempre percepiti come rivali, cosa c'è di vero?
Justin Lockey: "Sono una grande band, il loro debutto è stato folgorante ma, come molte altre band nate in quel periodo, poi non sono mai cambiati, hanno continuato a fare la stessa cosa album dopo album. Non è una buona cosa: se ti ripeti, il tempo ti supera".
Tom Smith: "Posso capire chi parla di similitudini solo su un livello, il tono generale di partenza, ma gli Interpol vengono da una zona molto intellettuale, gli Editors sono al contrario una band emozionale, gli Interpol sono cervello, gli Editors cuore".