Tracey Thorn, donna, madre, ribelle: "Credo sia nella mia natura essere femminista"
Luca Valtorta
La cantante, voce del duo Everything but the Girl con il marito Ben Watt, torna con un album solista tutto dedicato alle donne intitolato 'Record'. In cui canta di desiderio, contraccezione ma anche del fatto di sentirsi inadeguata: "Le giovani generazioni stanno rompendo i vecchi codici. Spero non debbano combattere quanto ho dovuto fare io"
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LONDRA - È notte e c'è un senzatetto che sbraita davanti al club più esclusivo della città. Mi fa segno di entrare. La piccola porta è chiusa. Mi allontano con il pensiero che sia il posto sbagliato. La mattina successiva è tutta un'altra storia: Shoreditch, il quartiere della Londra più contemporanea, pulsa di vita. Fuori dalla porticina nessuna insegna: solo un citofono di metallo con un unico pulsante. Nessun nome. Spingendo, stavolta la porta si apre e, appena varcata, lo scenario cambia completamente. Ti trovi di fronte a una piccola reception piena di persone eleganti. La receptionist è gentile ma risoluta e chiede chi ti abbia invitato. Non puoi proseguire senza l'invito di un membro del club. Scoprirò solo dopo, guardando su Internet, che la Shoreditch House è uno dei più ambiti circoli londinesi per accedere al quale non basta neppure il denaro: bisogna avere 'a creative soul', 'un animo creativo'.
Palestra, bar, ristorante; tutto è molto 'posh'. È il posto dove potresti immaginarti di trovare una delle più sofisticate cantanti degli anni Novanta. Il mio invito è stato fatto da Tracey Thorn. Le porte si aprono. Salgo ma non la trovo. Non nella prima sala, dove la maggior parte della gente è seduta principalmente su comodi divani davanti a un laptop. Nella seconda, molto luminosa, ci sono invece più tavolini e molta più socialità. Eccola. Sta bevendo tè. Ovviamente. Il suo nuovo album, intitolato semplicemente Record, è un vero e proprio statement femminista. Cantato divinamente con quella sua voce profonda, delicata e inconfondibile. Una delle voci più sensuali della scena soul-electro-jazz, non a caso scelta dai Massive Attack per il primo singolo che dava il titolo al loro album capolavoro, Protection, che nel 1994 cambiò la musica creando un nuovo genere, il trip hop. E che, insieme al marito Ben Watt, conosciuto all'università, nel 1981 ha fondato gli Everything but the Girl, uno dei gruppi più raffinati del pop inglese.
Con il marito Ben Watt Record racconta molto di lei. Racconta che il suo corpo era un errore: "Sono cresciuta come una ragazza/ poi sono andata fuori strada/ non capivo le regole del gioco/ troppo alta/ ero tutta sbagliata/ voce profonda/ e mi piacevano i ragazzi/ tutti i ragazzi/ ma a loro piacevano le girly, girly, girly girls/ e i loro sguardi mi passavano attraverso/ come fossi vetro/ come aria fresca/ come se nemmeno fossi lì". Non ha paura di cantarlo in una canzone del nuovo disco intitolata Air, non ha paura di cantare il desiderio femminile ("I’m on fire/ a head full of desire/ this is me/ and someone else entirely", in Queen), non ha paura degli uomini ("Don’t mess with me/ don’t hurt my babies/ I’ll come for you/ You are the man/ but I’m not your baby", da Sister), non ha paura di parlare del proprio corpo e di come gestirlo ("Ogni mattina del mese/ prendi una piccola pastiglia/ la più saggia delle invenzioni/ meglio del condom o della spirale/ perché io non voglio avere bambini/ fino a quando non decido di avere bambini", da Babes). La copertina di 'Record', il nuovo disco uscito per Caroline International/Universal Perché un disco femminista?
“È una cosa che mi è venuta naturale perché la linea che le varie canzoni tracciano è la storia della vita di una donna. E potrei essere io o potrebbero essere le donne in generale, come una sorta di archetipo universale. Credo sia nella mia natura essere femminista”.
Hai scritto una canzone sulla contraccezione, un tema ben poco trattato in musica.
“Questo è esattamente il motivo per cui l’ho scritta. Ho pensato che, beh, non ci sono molti uomini in giro che avrebbero scritto sul tema, prima di tutto. E poi mi sono detta: 'È importante che venga trattata da un punto di vista femminile!'. Ci sono milioni di canzoni sull’amore ed è comprensibile perché è la natura umana, appartiene a tutti, ma per le donne ci sono altre cose fondamentali che invece vengono ignorate. Così ho pensato di dare il mio contributo introducendo temi che sorprendentemente appaiono nuovi nel mondo del cantautorato, anche se non dovrebbero esserlo".
In Air parli degli stereotipi di genere, gli uomini che vogliono 'girly girls', le ragazze sdolcinate, estremamente femminili.
“Sì, io ho molto sofferto per questo ma credo che oggi la situazione stia un po’ cambiando: le giovani generazioni stanno rompendo questi codici. Spero non debbano combattere quanto ho dovuto fare io”.
Con la campagna #metoo per la prima volta c’è stata una rivolta globale che è andata a toccare lo show business.
“Non so se sia la prima volta che le donne abbiano parlato di questo. Credo sia la prima volta che gli uomini siano stati costretti ad ascoltare. Credo che, se tornassimo indietro, troveremmo molte donne che hanno provato a denunciare ma che hanno ricevuto il forte messaggio per cui non avrebbero dovuto 'fare troppo casino'. Bisognava prendere certi atteggiamenti maschili con ironia, capire la differenza tra una molestia e qualcuno che ti mette la mano sulle ginocchia, che è una cosa 'accettabile'. E così la mia generazione è cresciuta con tutti questi messaggi, ripetuti migliaia di volte".
Cosa c’è di diverso questa volta?
"Il fatto che questo caso, partito da Weinstein, anche grazie a Internet si sia allargato così tanto che è stato impossibile fermarlo. La gente è come stata colta di sorpresa e si è fermata a pensare: ‘Hey, forse non ho fatto abbastanza attenzione a queste cose’. Forse, sentendosi colpevole, forse dicendo ‘non ho ascoltato con abbastanza attenzione’, ‘non l’ho mai presa seriamente’. Ecco la differenza: adesso tutti hanno ascoltato. Anche gli uomini: questo è il punto di novità".
A un certo punto della tua vita hai anche deciso di fare la giornalista. Come mai?
“Buona domanda. È avvenuto in maniera graduale. Mi è stato offerto di scrivere una rubrica sul New Statesman (una rivista politica britannica di sinistra, ndr). Ho accettato non solo per la sfida di farlo ma anche perché ho pensato che avevo bisogno di pormi degli obiettivi. Così il dover scrivere di un tema ogni due settimane mi ha dato una sorta di disciplina, mi ha forzato a... fare pratica con lo scrivere. Si diventa più bravi".
Di cosa parla nella sua rubrica?
“Di qualsiasi cosa. Qualche volta di musica, racconto un concerto che ho visto oppure un libro che ho letto”.
Ricordo la tua recensione del libro di Kim Gordon, la bassista e cantante dei Sonic Youth, intitolato Girl in a Band.
“Già, i Sonic Youth venivano considerati la quintessenza del cool in quel periodo”.
E Kim Gordon veniva presa come esempio dalle ragazze del tuo pubblico e anche da quelle delle altre band: una sorta di ispiratrice del movimento delle 'riot grrrls', ragazze indie stanche della supremazia maschile del rock. Tu, però, sei rimasta delusa dal libro.
"Sembrava dettato da un momento di rabbia e, secondo me, entrava troppo nel privato del suo rapporto di coppia con Thurston Moore, l'altro cantante e chitarrista del gruppo nonché suo compagno. Nel fare questo perdeva un po' la sua aura di 'donna forte'".
Hai scritto anche due libri di successo: Bedsit Disco Queen e Naked at the Albert Hall – The Inside Story of Singing. Meglio scrivere o cantare?
“Sono due cose molto diverse. Nella musica c'è più emozione: la musica viene più dal cuore, la scrittura dalla testa. In linea di massima la maggior parte della gente segue la musica perché da essa vuole ricevere un'emozione. Per questo usare entrambi i medium mi dà una sensazione di completezza: con la musica forse arrivi in maniera più diretta ma con la scrittura puoi spiegare il processo”.
Nei tuoi libri racconti della paura di salire sul palco, che è una cosa difficile da concepire per un'artista dalla forte personalità come appari tu.
“Io non ero, in realtà, quella persona sicura che dici. Non c'è necessariamente una connessione naturale tra l'essere una brava cantante o un bravo chitarrista e l'essere una persona pubblica molto sicura di sé. Puoi essere una di queste due persone e non l'altra. E se non sei quella persona in maniera naturale, allora devi lavorare duramente per farla funzionare. Anche quando ero più giovane avevo questa paura da palco, ma ero così determinata nel voler stare in una band che mi dicevo: 'Devi farcela perché questo è ciò che vuoi fare'. Ma non è mai stato facile in tutti questi anni. Adesso non sento più quel bisogno e non voglio più dover affrontare questa cosa. Non ho più quel bruciante desiderio, di quando ero una teenager, quell'essere 'in a band on stage'. L'ho fatto”.
Ma le persone lo desiderano.
“Credo che la vita sia fatta di diversi stadi. Oggi penso di poter scegliere ciò che voglio fare e voglio fare ciò che mi dà piacere o che non mi fa sentire male. E poi oggi la mia vita è una combinazione di elementi diversi: scrittura, musica, stare a casa con la mia famiglia e se torno a fare concerti non posso stare con loro”.
Quanti anni hanno i tuoi figli?
“Le ragazze attorno ai 20. Se ne sono andate ma tornano spesso. Il maschio 16 e sta ancora a casa. L'altra sera una è tornata a casa e abbiamo cucinato insieme per preparare una cena con i suoi amici...”.
Hai scritto una canzone, nel nuovo disco, sull'idea del distacco dei figli intitolata, appunto, Go.
“Sì, il distacco è una cosa dura ma è necessario. È inutile indulgere in pensieri inutili a riguardo. Ci possono essere le paure ma se non avvenisse il distacco dai figli non faremmo loro un grande favore: arriva il momento in cui bisogna lasciarli andare. E nessuno si mette a fare troppi discorsi su quanto questo sia doloroso: ci si scherza sopra, la madre soprattutto, su quanto è vuoto il nido quando gli uccellini volano via. Ma di fatto è una perdita: stai perdendo i tuoi figli”.
Uno, pensando ai propri errori, può essere ancora più spaventato.
“Se penso a ciò che io ho fatto quando ero una teenager mi chiedo: 'Sarei contento se mia figlia facesse quella cosa?'. A volte la risposta può essere 'no', ma devi accettare che i figli vivano le loro vite anche facendo degli errori”.
I tuoi genitori erano aperti?
“Erano molto severi. Guardando indietro, non lo erano così tanto come credevo fossero quando ero una teenager. È come vedevo la cosa in quel momento. Il gap tra le generazioni allora era davvero molto grande. I miei genitori erano adolescenti durante la Seconda guerra mondiale. Hanno vissuto la guerra, si sono trasferiti a Londra, questa era la loro generazione. Così dopo la guerra il loro desiderio era solo quello di andare in una grande città, vivere tranquilli e sicuri, allevare una famiglia... Insomma, tutte le cose convenzionali che allora non capivo”.
E adesso invece sì?
“Beh, diciamo che crescere una ragazza che voleva comprare una chitarra elettrica e stare in una punk band e andare in giro a fare concerti per loro era qualcosa di spaventoso e scioccante e così cercarono di fermarmi, il che con una teenager è un disastro. Ovviamente adesso capisco che erano solo spaventati, che temevano per il mio futuro. Non avevano assolutamente idea di cosa questo significasse per me e di che cosa avrebbe potuto significare per la mia vita”.
foto di Edward Bishop Col tempo le cose cambiano. Anche la tua visione della Londra di oggi è diversa.
“Il mondo sta cambiando. Come sempre succede. Le grandi città sono sempre state un mix di ricchi e di poveri però sta diventando diverso e io sono preoccupata. Questa cosa per cui diventa sempre più costoso vivere in città, così la gente è costretta ad andare sempre più lontano, in periferia, mentre molti appartamenti qui a Londra in realtà sono vuoti... Vengono comprati e venduti come investimenti e non ci sta dentro nessuno”.
Tu volevi venire a Londra?
“Certo. Per me rappresentava il luogo della creatività, della diversità, di tutto ciò a cui aspiravo. Non vorrei che Londra perdesse queste sue caratteristiche. Le città sono fatte di persone e per le persone e arrivati a un certo punto secondo me qualcuno deve dire: 'Bisogna prendere una decisione politica per aiutare le persone'. E vale la pena prendere questo tipo di decisioni perché senza le persone che le rendono vive le città non hanno senso di esistere, diventano forzieri per il denaro e non credo siano nate con questo scopo”.
L'energia si sente, soprattutto in questo quartiere pieno di giovani. Il problema riguarda proprio loro, che non trovano più impieghi e retribuzioni adeguate ai loro studi, persino qui, anche se rispetto all'Italia è un paradiso.
“Sì, Londra è proprio questo: il luogo in cui viene tutta la gente del mondo. Il problema è che anche Londra, che un tempo accoglieva tutti, sta incominciando a escludere sempre più gente e non è esattamente l'esclusione che rende un luogo creativo e fonte di ispirazione. Riflette solo un piccolo gruppo di persone che sono abbastanza fortunate da vivere lì ma le cose, per essere interessanti, hanno bisogno di un ampio spettro di voci diverse”.
Parli proprio di questo sentimento di libertà in una canzone del nuovo disco, Dancefloor.
“Sì, per me l'andare in un club a ballare ha sempre rappresentato un'idea di libertà, di gioia e... di fuga. Questo pezzo è scritto dal punto di vista di una persona più 'grande' che non fa più tanto spesso cose simili e che nella vita di tutti i giorni parla con gli amici del matrimonio andato in pezzi e di tante altre cose miserabili. Ma nella tua testa hai questo pensiero che se potessi riportare tutti i tuoi vecchi amici di nuovo a ballare in un club, beh, potrebbe essere di nuovo fantastico!”.
Un sogno?
“Un simbolo: credo che molta gente abbia ancora in sé quella voglia di libertà. Quando hai bevuto un paio di drink la senti ancora più forte”.
I tuoi figli cosa ne pensano?
“Mmm, credo che siano ok riguardo questo aspetto, a meno che si trovino nello stesso locale. Come molti figli, preferiscono far finta di non sapere che i loro genitori hanno una vita. Credo che in quel caso direbbero una cosa tipo: ‘Ok, portiamo la mamma a fare una gita fuori’".
Facevi parte di quel movimento 'lite jazz' degli anni Ottanta per poi diventare, nei Novanta, il punto d’incontro tra pop, soul ed elettronica, contribuendo a creare un nuovo suono.
“Fin dagli inizi gli Everything but the Girl sono sempre stati descritti come parte di qualcosa e poi come parte di un’altra, insomma non stavamo mai realmente dentro una categoria precisa”.
Fantastico.
“Beh, sì, a noi non importava ma probabilmente questo rendeva le cose difficili a chi scriveva su di noi o doveva programmare i pezzi in radio non sapendo bene dove incasellarci. In quel periodo stavano succedendo un sacco di cose: jazz, soul, funk, gli inizi dell’hip hop, mentre il rock era diventato noioso”.
E il punk?
“Beh, il punk è stata la bomba che l’ha fatto esplodere. Ti diceva: 'Tutti possono fare una band!'. E questo è stato esattamente ciò che ha spinto persone come me, timide e non a proprio agio sul palco, a provare comunque. Pensavo: 'Allora non devi essere necessariamente il migliore. Se hai idee, se hai energia, queste sono le cose che importano'. Sì, alla fine credo proprio di essere riuscita a trovare la mia strada tenendo quello a mente”.