Oggi Lamar, con DAMN., uscito il 14 aprile dello scorso anno, si è smarcato da tutti raggiungendo però una meta che è fondamentale per tutta la musica e non solo per la cultura rap. Il suo, dopo il Grammy per il disco precedente, To Pimp a Butterfly, è un passo che va ben oltre le aspettative, per molti versi più sorprendente del premio Nobel assegnato a Bob Dylan nel 2016. Come per Dylan, quello che ha convinto la giuria del Pulitzer sono state solamente le sue parole: non tanto le basi, il flow (il 'flusso' del cantato nel rap, come si dice in gergo) o l'originalità - uno stile personale e subito riconoscibile - delle sue composizioni, ancora troppo 'ostiche' per essere comprese da chi guida il Pulitzer. C'è però una grossa distinzione da fare: Lamar, a differenza del mito, dell'icona, dell'impenetrabile cantautore Zimmerman, è un nero, proviene dal ghetto, snocciola rime durissime di hip hop.
Lamar ha vinto perché, proprio come Dylan che il Pulitzer lo aveva già ricevuto nel 2008, ha saputo raccontare il mondo che gli sta intorno, il suo mondo e quello di tantissimi come lui: "Offre istantanee che catturano la complessità della vita moderna afroamericana", scrivono dal premio. Il Pulitzer, che raramente va a generi musicali tradizionali, lo scorso anno aveva riconosciuto il lavoro della compositrice d'opera sperimentale cinese Du Yun. Un nome che sta a una distanza siderale e utilizza un linguaggio cerebrale ed elitario rispetto a quello con cui la maggior parte delle persone sa confrontarsi e riesce ad assimilare. Perché se una parola si può spendere per Lamar, allora questa è 'popolare', nel più nobile senso del termine. Lamar, che ha appena 30 anni, va così a unirsi alla lista di premi Pulitzer che annoverano compositori del calibro di Duke Ellington, George Gershwin, Thelonious Monk, John Coltrane, Hank Williams insieme ad Aaron Copland, Charles Ives e John Adams.
Brit Awards, guai tecnici e polemiche per l'esibizione di Kendrick Lamar
L'esibizione di Kendrick Lamar ai Brit Awards ha riservato più di una sorpresa agli spettatori della O2Arena di Londra: non era annunciata, e la comparsa del rapper statunitense sul palco ha suscitato clamore e fermento. Tuttavia non tutto è andato per il meglio: sin dall'inizio dell'esibizione di Lamar, evidenti problemi tecnici hanno dimostrato che forse neanche l'organizzazione era pronta per la performance. Il rapper è stato costretto ad attendere, disteso sopra ad una gabbia di vetro contenente una Lamborghini e il suo amico rapper Rich The Kid, mentre la base della sua canzone FEEL., estratto dall'album DAMN., ripartiva più volte. Ma non finisce qui: risolto l'inconveniente, gli spettatori hanno visto gran parte del testo censurato, a causa della "scurrilità" non gradita dalla ITV, rete televisiva che ha trasmesso i BRITs. La performance è stata giudicata "disastrosa" da molti utenti di Twitter, che hanno attaccato anche la coreografia della sua seconda canzone, New Freezer: Rich the Kid infatti cominciato a distruggere la costosa macchina con una mazza da baseball, senza apparente motivo
Per la cronaca, Kendrick Lamar ha vinto il premio come Miglior Artista Internazionale ai Brit Awards
Leggi l'articolo sui Brit Awards 2018
Kendrick Lamar Duckworth, che è nato a il 17 giugno 1987 a Compton, uno dei sobborghi più difficili sulla West Coast, a Los Angeles, poteva finire male. O morto, o tra le fila dell'ennesimo gruppo di musicisti espressione del gansta rap più vuoto e violento. D'altronde, proprio a Compton è nato quel genere - il gansta appunto - in cui contano solo i soldi, la droga, le armi e le donne. A differenza degli N.W.A., che trent'anni prima con la pietra miliare Straight Outta Compton 'uscirono' dal ghetto descrivendo la brutalità della polizia e la necessità di affermare la propria libertà d'espressione attraverso il rap, Lamar ha fatto sua la lezione dell'hip hop 'conscious', il cui cuore sta nel raccontare temi politici e sociali. L'umanità: "Senza dubbio crescere in un quartiere difficile di Los Angeles come Compton mi ha fatto fare i conti con la realtà", spiegava tempo fa. "Quando nasci in un posto del genere non puoi nasconderti, devi uscire di casa e confrontarti con quello che hai davanti, anche venirci a a patti se è necessario. Da questo punto di vista la musica mi ha sempre aiutato molto perché, nonostante quello che si dica, fare hip hop significa soprattutto una cosa: uscire di casa e raccontare ciò che si vede. Se sono cambiato adesso che ho venduto mezzo milione di dischi? Direi di no. Sono sempre il solito Kendrick, il ragazzo che cerca di arrivare alla fine della giornata".
'Black Panther', il trailer del nuovo film Marvel
Il nome glielo trova la madre: è in onore del compositore dei Temptations, Eddie Kendricks. Come tanti, il piccolo Kendrick vuole fare hip hop quando, ancora ragazzino, incontra Tupac Shakur. Tra i suoi idoli ci sono The Notorious B.I.G., Nas ed Eminem. Con lui hanno voluto avere a che fare tutti i più grandi, a ogni latitudine musicale: Rihanna, Lady Gaga, che gli ha telefonato dichiarandosi sua fan ai tempi del secondo disco, Good Kid, M. A. A. D City, non ultimi gli U2. Il 4 gennaio di quest'anno ha pubblicato il singolo All the Stars in collaborazione con SZA: è il primo estratto da Black Panther: The Album, la colonna sonora di quello che forse, a oggi, è il film Marvel sociologicamente più rilevante. Barack Obama gli ha mandato una pacca virtuale sulle spalle, lo scorso anno, dicendogli: "Stai andando alla grande". E quando anche la politica si muove, quando il primo Presidente afroamericano della storia è in ascolto, è chiaro che qualcosa soffia nel vento. Che non si tratta solamente di canzonette.
Nei suoi 'flussi di coscienza' Lamar si interroga su un'adolescenza sempre in bilico tra la cosa giusta da fare e quella più conveniente, racconta il microcosmo del quartiere, del ghetto dove l'ignoranza trionfa, come cantava in Ignorance Is Bliss, 'L'ignoranza è felicità', non nascondendo l'attitudine gangsta e il crimine dilagante ma gridando "non sappiamo cosa facciamo". È proprio questo il pezzo che, agli inizi della sua carriera, attira l'attenzione di Dr. Dre, il 'padre' di Eminem, che lo mette sotto contratto. Cita Martin Luther King e Malcolm X, racconta i sogni infranti e le visioni alterate della comunità afroamericana in cui vive, isolato dopo isolato, con una cruda poetica. "Riempiamo il vuoto della disoccupazione facendo i criminali, le strade parlano, riempiamo gli spazi con le nostre bare, riempiamo le banche di soldi, riempiamo le tombe di padri, riempiamo i bambini di stronzate, blog e pulpiti, li riempiamo di gossip. Deve essere così che Pac si sentiva: come se l'apocalisse stesse per arrivare", dice in Feel. Poi aggiunge: "È come se il mondo intero volesse le mie preghiere, ma chi cazzo sta pregando per me?". Per una volta sbaglia: oggi, a onorarlo, qualcuno c'è di sicuro.