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ANNIVERSARI

Smashing Pumpkins, 25 anni fa il caos malinconico di 'Siamese Dream'

Il 27 luglio 1993 usciva il secondo album della band confermando il talento di Billy Corgan e soci

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Primo: andar via da Chicago. Via dalle feste, via dagli amici, via dalle distrazioni. Prendere la band e metterla al lavoro in uno studio di registrazione di Marietta, Georgia, 50mila anime in un luogo anonimo a nord di Atlanta. Secondo: stabilire turni di lavoro ferreo. Sedici ore al giorno, dormire in studio se necessario, costringere il produttore, Butch Vig, anche a due giorni di lavoro su un solo riff di chitarra. E pazienza se Jimmy Chamberlin, il batterista, sarebbe andato in crisi di astinenza da eroina un giorno sì e l'altro pure. E pazienza se James Iha e D'Arcy Wretzky, il chitarrista e la bassista, come tutte le coppie che hanno appena rotto, non si sarebbero neppure guardati. Terzo: vestire i panni di un dittatore, un maniaco, non lasciare nulla al caso, nessuna parola, nessuna nota, nessun colpo di rullante. Controllare tutto. Nei primi mesi del 1993 Billy Corgan ne era convito: solo così avrebbe portato i suoi Smashing Pumpkins a realizzare "il disco che avrebbe incendiato il mondo intero".
 

Siamese Dream usciva 25 anni fa, il 27 luglio 1993. Un'opera nel cuore degli anni 90. Il rock che si incarna in una cattedrale, granito e spazi vuoti, edificata su una orchestrazione di chitarre da manuale. Un monolite su cui Corgan avrebbe inscritto le proprie canzoni: alla fine sarebbero state tredici, ma l'inizio era rappresentato da una musicassetta con la demo appena abbozzata di Today, diario dei pensieri suicidi che lo avevano accompagnato per tutto il 1992. Sentiva la pressione. Tutti parlavano dei suoi Smashing Pumpkins come la "next big thing" del rock americano che in quei mesi stava bruciando il grunge sull'altare del mercato e del profitto. Alla fine Corgan decise di non tirarsi indietro. Accettò la sfida. Prese chitarra e taccuino. E vinse.
 
L'inizio di Siamese Dream è pura ascesi. Cherub Rock. Cinquantasette secondi in crescendo: batteria, basso e un esercito di chitarre che aprono il campo alla voce di Corgan. Un attacco alle case discografiche - seguendo quel filo che parte da Welcome to the machine dei Pink Floyd - un attacco alla mercificazione degli artisti: ne più ne meno che prodotti da vendere. "Stai tranquillo, quest'anno sarai solo il giullare di qualcuno, di quelli che sanno cosa è giusto fare". Sgomberato il terreno da ogni equivoco - "qui si fa come dico io" sembra dire Corgan - il disco prosegue con Quiet. Nomina quello che non c'è, Corgan: perché di "quieto" in Quiet non c'è nulla. Anzi: tutto è disturbante, il riff iniziale, le parole, i sussurri -  "Noi siamo i fossili, i relitti del nostro tempo, mutiliamo i significati" - l'assolo di chitarra che sembra un urlo contorto, privo di forma.
 
Dopo il caos arriva la disperata melanconia di Today. C'è un fraseggio di chitarra che richiama un altrove puro, senza colpe. E poi questo richiamo viene sepolto dentro un muro di suono. Today è la Caduta, la perdita dell'innocenza, un faccia a faccia con l'idea del suicidio. "Cicatrici come nastri rosa che non dimenticano mai, ho provato così tanto a pulirmi di questi rimpianti, le mie ali da angelo si sono ammaccate e ristrette". Si è sospesi nell'opaco. Risolve tutto la canzone successiva. Hummer invoca la disillusione. Dismettere false speranze e provare a resistere. La musica guadagna spazio, si distende in un richiamo sonico ad atmosfere desertiche. Una purificazione che prosegue con Rocket: mantra metropolitano, per un viaggio alla ricerca dell'autenticità: "Do fuoco alla mia anima per mostrare al mondo che sono puro. Non più bugie. Sarò libero".
 

E la liberazione ha il suono di Disarm. Archi si intrecciano a campane e chitarre pulite, qualcosa di mai sentito prima squarcia il 1993 musicale. Corgan realizza una vertigine: un classico istantaneo, fuori dal tempo, una canzone che lo inserisce nella lista dei compositori nei confronti dei quali ci si inchina e basta. "Ti disarmo con un sorriso e ti lascio come loro hanno lasciato me qui: a inaridire nel rifiuto, l'amarezza di uno che è lasciato solo. Gli anni bruciano". Sarebbe potuto anche finire qui Siamese Dream. E invece no.

Il disco prosegue con quattro canzoni messe in fila che alzano l'asticella accordo dopo accordo, verso dopo verso. Soma è una melodia da brividi, una ninna nanna interrotta al minuto 3:30 da un meteorite distorto che piomba al centro di una notte tranquilla, come i demoni dell'infanzia che ritornano in sogno. E se Geek U.S.A. è la sintesi perfetta di tutto il potenziale energetico dell'alternative rock anni 90, Mayonaise è la ballata perfetta: quattro accordi che hanno suonato tutte le band di quegli anni ma che nessuno ha mai suonato come Billy Corgan. Qui l'apertura è compiuta. Corgan mette in scena dolore, desideri, la ricerca dell'altro come cura per sopravvivere: "Proveremo ad alleviare il dolore, ma in qualche modo ci sentiremo come sempre. Nessuno sa dove vanno a finire i nostri segreti". Mayonaise è magia: semplice, ogni volta veicolo di emozioni, indimenticabile.
 
Poi Spaceboy. Qui c'è tanta biografia e forse la chiave per comprendere il titolo dell'album: la canzone è dedicata al fratello di Corgan, Jesse, affetto dalla sindrome di Tourette. Allucinazione e sogno si confondono e Corgan dialoga a distanza con Jesse in quella che potrebbe essere definita una decostruzione musicale di Space Oddity di David Bowie, lo Spaceboy per eccellenza della musica rock. Arte e vita in equilibrio puro nel sogno condiviso di Billy Corgan. Ci sia avvia alla fine con l'incubo di Silverfuck, dieci minuti in cui hard rock, indie e metal vengono ricondotti in un unico territorio. Poi l'opposto con la piccola meraviglia di Sweet Sweet, neanche due minuti di omaggio al sogno anni 60. Si chiude con Luna, canto notturno in cui, ancora, è la scoperta del rapporto con l'altro la strada per conquistarsi la possibilità della salvezza.
 
Non invecchia Siamese Dream. Come non invecchiano i dischi che dall'inizio alla fine sono distillati di vita. In questo caso la vita di un enorme talento della musica rock che venticinque anni mise al servizio di milioni di fan i suoni e le parole per dar forma a una guerra interiore: quel conflitto che si combatte quando il bisogno di autenticità entra in collisione con forme e convenzioni sociali. La liberazione è possibile, sembra sussurrare ogni volta Corgan: basta avere una chitarra, un taccuino e un sorriso per disarmare ciò che rende aridi.