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I 50 anni del 'White Album' dei Beatles e nulla fu più come prima

Il 22 novembre 1968 arrivava nei negozi il titolo dei Fab Four, un capolavoro assoluto della storia del rock, un disco ricco, complesso, caotico, confuso, sorprendente, che segnava l'inizio della fine
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C'è qualcuno che può immaginare la storia del Novecento senza i Beatles? No, anche se, ci sia consentito dirlo, i libri di storia ancora non considerano nella maniera giusta l’influenza che hanno avuto i "favolosi quattro" nello sviluppo della società occidentale dagli anni Sessanta in poi. Certo, alcune loro cose apparentemente piccole hanno avuto sulla storia un impatto assai relativo, ma complessivamente le conseguenze sono state enormi, spesso incommensurabili, sulla vita delle persone, sui loro comportamenti, sugli stili di vita, sulle forme espressive. E questo è stato il destino del White Album, l’album bianco, quello che in copertina non portava nessun titolo e si chiamava semplicemente The Beatles. Cinquanta anni fa quel disco arrivava nelle nostre mani, un capolavoro assoluto della storia del rock, un disco ricco, complesso, caotico, confuso, sorprendente, che segnava l'inizio della fine della storia dei Fab Four, ma apriva anche la leggendaria ultima fase della loro produzione, seguita da Abbey Road e Let it be, in rapidissima sequenza, registrati l’anno successivo.

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Già, l'anno di pubblicazione del White Album è il 1968. Il 1968 beatlesiano era iniziato in India, con lo storico viaggio a Rishikesh, nato sotto la spinta di George Harrison. Quel viaggio aprì, per un’intera generazione, la via dell’India, della sua cultura e della sua musica, delle religioni orientali, della scoperta della spiritualità, un mondo che da allora diventò familiare per quella parte di Occidente che non aveva mai messo l’Oriente sulle proprie mappe culturali e musicali. Fu anche l'ultimo atto di quel "Tutti per uno, uno per tutti" che aveva fino ad allora segnato profondissimamente la storia della band. Al loro ritorno tutto fu diverso. Ognuno voleva il proprio spazio, ognuno cercava la propria strada, ognuno era, sebbene ancora dentro alla band, già con un piede fuori dal gruppo. Era vero per George, che soffriva fortemente dello strapotere compositivo del duo Lennon/McCartney, era vero per John, che dopo essersi innamorato di Yoko si era separato da Cynthia e aveva scoperto nuove forme espressive, era vero per Paul, ormai completamente affrancato da John e autonomo nella creatività e nelle scelte, era un po’ meno vero per Ringo, che era ancora il collante, il trait d’union tra tutti e quattro.


Ma il White album segnò la separazione, così come la necessità di dare spazio a tutti. Al ritorno dall’India avevano scritto una gigantesca quantità di canzoni e per farle entrare tutte nel nuovo lavoro, per dar conto della crescita di ognuno, decisero di fare un doppio album. E che fossero quattro personalità diverse lo si vide anche dalla copertina interna del doppio vinile, quando aprendola non c’era un’immagine dei Beatles, ma quattro primi piani separati, uno per uno, non più tutti per uno. Il disco è un capolavoro di confusione e genialità, c’è dentro tutto e il contrario di tutto, c’è l’avanguardia e il pop, la musica acustica e quella superelettrica, la spiritualità e la politica, la dolcezza e la rabbia, il rock e qualche residuo psichedelico. “Avevamo lasciato la band del Sergent Pepper che suonava nei suoi soleggiati Campi Elisi e ci eravamo incamminati verso nuove direzioni senza una mappa precisa”, spiega Paul McCartney nella sua introduzione scritta per le nuove uscite del White album. Durante l’ultima settimana di maggio, i Beatles si riunirono nella casa di George ad Esher, nel Surrey, dove registrarono le demo acustiche per 27 canzoni. Poi andarono in studio e non furono rose e fiori, ci furono i primi seri litigi, si aprì addirittura un inedito clima da “tutti contro tutti” che non si era mai visto tra i quattro. Ma i risultati furono incredibili, perché l’album resta uno dei più belli, affascinanti e geniali dell’intera storia del rock.
All’inizio di novembre è stata pubblicata una nuova versione del White album, con le 30 tracce dell’album presentate in un nuovo mix stereo e surround 5.1 realizzati dal produttore Giles Martin, figlio di George Martin, e dal mix engineer Sam Okell, affiancate da 27 demo acustiche e 50 versioni alternative, la maggior parte delle quali mai pubblicate prima d’ora. “Nel remixare il White album abbiamo cercato di avvicinarci il più possibile ai Beatles in studio di registrazione – spiega Giles Martin nella sua introduzione scritta per la nuova edizione – Abbiamo rimosso gli strati della ‘Glass Onion’ con la speranza di far immergere vecchi e nuovi ascoltatori in uno degli album più vari e stimolanti mai realizzati”. Bellissime sono le registrazioni fatte in studio, gli inediti take delle canzoni più celebri, ma la parte più bella della nuova edizione è quella degli Esher Demos, ovvero le canzoni registrate in maniera semplice e acustica e casa di George, 27 brani di cui solo ventuno vennero poi registrati e solo diciannove vennero infine completate e incluse nel White album.

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Insomma, a cinquanta anni di distanza ci troviamo a celebrare ancora non solo la storia, ma anche la straordinaria attualità della musica di Beatles, e della loro parabola artistica e personale. Una vicenda che ancora oggi sorprende, emoziona, diverte, commuove, la storia del percorso di quattro amici che si muovono dalla periferia di Liverpool armati di chitarre e batteria per conquistare il mondo e mettere in movimento un'intera generazione, riuscendo a diventare in pochissimo tempo la band di maggior successo nel pianeta, scatenando quella che conosciamo come "beatlemania".

John Lennon è morto sotto i colpi di pistola di un pazzo, George Harrison è scomparso dopo una lunga malattia, ma Ringo Starr e Paul McCartney sono ancora tra noi e Paul in particolare, porta in giro per il mondo con i suoi concerti la leggenda dei quattro "scarafaggi". I loro volti ancora ci sorridono da innumerevoli poster, le strisce pedonali di Abbey Road sono diventate un monumento nazionale inglese visitato ogni anno da milioni di persone da tutto il mondo, le loro canzoni restano programmate senza interruzione da tutte le radio. Il motivo è semplice: i Beatles hanno segnato l'immaginario collettivo in una maniera così potente e unica che gli ha permesso di non venire travolti dal tempo che passa, hanno scritto canzoni che avevano la straordinaria qualità di essere al di sopra del tempo e delle mode. La loro musica, insomma, non è invecchiata, ingiallita, non è un oggetto da museo, anche se è Storia con la S maiuscola.