Spettacoli

'Figli di nessuno', dopo Sanremo c'è il nuovo lavoro di Fabrizio Moro: "È un disco benedetto"

"Non avevo più la forza di fare nulla, poi sono arirvate le nuove canzoni": così il cantautore racconta il difficile equilibrio dopo la vittoria del festival. "La musica? Mi fa sentire un uomo migliore rispetto a quello che sono nella vita”, spiega

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Figli di nessuno è il titolo del nuovo album di Fabrizio Moro, il primo dopo la vittoria a Sanremo lo scorso anno, decimo lavoro di una carriera quasi ventennale, che lo ha visto diventare uno degli autori più amati dai colleghi e uno dei cantanti più apprezzati dal pubblico. Eppure, nonostante il successo, Moro è ancora un “ragazzo” irrisolto e a tratti insicuro, addirittura ancora alla ricerca di un suo posto nel mondo e di una sua voce. Già la voce, la caratteristica più forte del suo stile: in questo nuovo album Moro canta con maggiore libertà, sembra essersi liberato anche dal suo stesso clichè, affrontando le canzoni con maggiore libertà. “E’ stato così, e la possibilità di registrarlo nel mio studio ha fatto la differenza”, dice lui, “registrarlo con i musicisti con cui collaboro ormai da anni, senza fretta senza ansie, con la possibilità di cantare in maniera diversa. I primi album, che ho comunque sostanzialmente prodotto comunque io, perché tutte le scelte erano le mie, ogni volta che andavo a riascoltarli non mi convincevano fino in fondo, non mi piaceva mai il suono della mia voce. Credo che mi abbia addirittura penalizzato negli anni, anche nei brani più importanti. Crescendo, come in ogni cosa, impari, scopri il come e il cosa, qual è il tuo microfono, lo studio, il giorno, sai dove devi andare a parare e sai come correggere gli errori. Oggi mi sento più sicuro e so che quello che canto lo canto esattamente come voglio”.


C’è anche maggiore consapevolezza nello scrivere i testi?
“Assolutamente sì, so esattamente quello che voglio dire. In questo disco ancora di più che negli altri. E’ un album dove per registrare le voci ho impiegato poco, prima invece stavo giorni su un brano perché non trovavo il modo di dire le cose che volevo. Questo è un album ispirato…”.

Ispirazione e sicurezza. E’ una miscela perfetta…
“Non c’è dubbio che trovare l’equilibrio tra queste due cose è una magia. Scrivere non è mai semplice, cantare lo è ancora meno, il modo in cui dici le cose dà il senso alle parole. Di cosa parla Rimmel di De Gregori? Se leggi solo il testo non è facile capirlo, ma se ascolti la canzone lo sai, nel modo in cui canti e nella forza che ci metti c’è al chiave di tutto. Si, mi sembra che sia accaduto questa volta, di aver trovato questo equilibrio”.

Quindi anche la scelta delle canzoni è stata più semplice?
“Di più, posso dire che non c’è stata alcuna scrematura, l’album ha dentro solo le canzoni che ho scritto e che ci dovevano essere, non mi era mai successo prima. E’ un disco benedetto, è l’aggettivo giusto per definirlo, arrivato in un momento in cui non avevo più la forza di fare nulla, dopo la vittoria a Sanremo con Ermal e sessanta concerti uno dopo l’altro. Mi sembrava di aver esaurito tutto e di non poter lavorare a un disco importante, pensavo di prendermi una pausa, di ricaricare le batterie per sbloccarmi nella scrittura. E invece, finito il tour mi sono seduto al pianoforte e le canzoni sono arrivate una dopo l’altra”.


C’era paura? Dopo un grande successo le aspettative si alzano…
“Altro che paura, c’è il terrore di fare una cazzata, senti la responsabilità di un lavoro che non è più solo il tuo. Invece, con il pianoforte, la chitarra e la voce è tutto sparito. “Ho bisogno di credere” è la prima che ho scritto, mi sono detto ‘questa cosa mi piace, può partire tutto’. Lo ripeto, c’è stata una benedizione, non a caso il pezzo parla della fede, mi sono sentito aiutato”.

Nell’album c’è fede e c’è ancora rabbia…
“La fede è importante. Non solo in senso religioso, fede negli amici, fede nelle idee, fede nel cambiamento in meglio di questo mondo. La rabbia c’è ancora, cerco di controllarla, di farne l’uso giusto, metterla al servizio della musica. Musica che, davvero, mi fa sentire un uomo migliore rispetto a quello che sono nella vita di tutti i giorni”.

C’è anche un senso di disillusione in qualche brano, una disillusione per la politica di oggi?
“Questa è una cosa triste, mi sono completamente disinnamorato della politica, mi annoia, non ho più fiducia nelle soluzioni che propone. Oggi non mi riconosco in nessun movimento politico e questo è triste e molto pericoloso. La mia sensazione è la stessa che pervade tanti giovani e quando si ha questa sensazione succedono cose strane. La storia ce lo ha insegnato, quando la gente non ha un credo politico in cui sperare, allora può accadere che arrivi un prepotente che fa leva sulle insicurezze e le paure del popolo. La storia ci dice che quando il popolo è fragile chi ha l’astuzia di mettersi al timone con una certa prepotenza, riesce a incanalare anche delle idee sbagliate, è questo è il pericolo che si corre oggi”.

Cosa la spinge ad andare avanti?
“La voglia di andare sul palco, la voglia di suonare, di cantare. Tante cose di questo lavoro le faccio ovviamente perché devo, ma la verità è che quando parte il tour divento di nuovo un bambino, mi sento in gita in terza media. Credo che andrà avanti per sempre, scrivo canzoni per essere posseduto, per essere un uomo migliore, non posso smettere”.