Spettacoli

Trevor Horn, oltre i Buggles (e gli Yes) non si esce vivi agli anni Ottanta: "Ho reimmaginato il pop"

Il 'guru' del decennio più disprezzato della musica riceve una proposta così: "Faresti un album coi tuoi brani preferiti e un orchestra di 65 elementi?". Nasce da qui 'Trevor Horn Reimagines The Eighties (feat. The Sarm Orchestra)', un discodi canzoni con protagonisti Robbie Williams, Simple Minds, Seal e molti altri

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Il progetto è assai singolare: prendere alcune delle più famose canzoni del pop e del rock degli anni Ottanta e farle suonare da un’orchestra di 65 elementi, mettendo nella cabina di regia, anzi al timone della nave, uno dei musicisti e produttori che con il suo lavoro ha contribuito a definire il suono di quel decennio. Trevor Horn. La sua etichetta discografica ZTT (dal marinettiano Zang Tumb Tumb), il suo lavoro con alcuni dei più grandi artisti dell’epoca, l’avventura dei Buggles di Video Killed the Radio Stars e quella con gli Yes di Owner of a Lonely Heart fanno di lui una sorta di 'guru' musicale degli anni Ottanta e, forse, il personaggio migliore per mettere mani a quel repertorio e stravolgerlo. Anche con qualche risultato imbarazzante...


Mr. Horn, come è nato questo progetto?
“Qualcuno ha avuto un idea ed è venuto da me, dicendomi: 'Faresti un album con i tuoi brani preferiti e con un orchestra di 65 elementi?'. Ci ho messo 15 minuti per decidere. Nei primi dieci minuti ho dubitato, perché mai avrei dovuto fare un disco di cover degli anni Ottanta? Poi negli ultimi cinque ci ho pensato su, avere un’orchestra a disposizione vuol dire reimmaginare gli anni Ottanta. E così ho fatto”.

Che vuol dire ‘reimmaginare' le canzoni?
“Vuol dire che mi sono molto divertito a reinventare letteralmente il materiale che ho scelto. Ho provato a immaginare, ad esempio, come sarebbe potuta essere Girls on Film dei Duran Duran se a cantare quel brano fosse stato un gruppo femminile. E così ho chiamato le All Saints. O se al posto dei Dire Straits di Mark Knopfler a fare Brothers in Arms ci fossero stati i Simple Minds. E ho chiamato Jim Kerr. Era questo che avevo in testa e attorno a questo ho iniziato a giocare”. 

Come ha scelto i brani?
“So che può sembrare strano ma ho scelto le canzoni principalmente per i testi, ho scelto quelle che mi dicevano ancora qualcosa. Io sono famoso per il mio suono, ma in realtà ho sempre pensato che la cosa principale di una canzone, il motivo per il quale una canzone diventa importante, stia nel testo”.

Fare un disco con un'orchestra di 65 elementi è un modo per andare controcorrente, se si pensa che oggi la musica è in maggioranza prodotta da macchine...
“Oggi è difficile tornare indietro a quello che era, ma a me piace ancora lavorare con i musicisti. Le macchine ti aiutano a portare il peso, la tecnologia ti permette di fare cose che hai già pensato di fare, mentre lavorare con i musicisti significa scoprire, sorprendersi, improvvisare, trovare soluzioni alle quali non avevi pensato”.


È strano sentirlo dire da lei che ha prodotto la musica che suonava più 'tecnologica' dei primi anni Ottanta.
“Lo penso perché negli Ottanta la tecnologia era una cosa molto nuova e la gente cercava di capire cosa fosse e come poteva essere usata. La maggior parte dei dischi era fatta con drum machines ma con gente vera che ci suonava sopra, roba molto umana anche se tecnologia. Credo che invece, negli anni Novanta, e ancor più nei Duemila, la musica si sia deumanizzata, e questo francamente non mi piace”.

Se ci sono due brani che possono essere indicati come le sue 'signature song' sono certamente Slave to the Ryhthm di Grace Jones e Owner of a Lonely Heart degli Yes, peraltro tra loro molto diverse. Ma il brano con cui tutti la identificano è Video Killed the Radio Stars dei Buggles…
“Ha ragione, quelle due canzoni forse mi raccontano meglio di molte altre, sono più vicine alla mia sensibilità. Video Killed the Radio Stars è una traccia pop, l’abbiamo fatta apposta, ed è rimasta a suo modo attuale, non suona differente adesso. È un pezzo che, ovviamente, amo molto, è il disco che mi ha fatto diventare ricco a trent’anni, ma musicalmente Slave to the Ryhthm e Owner of a Lonely Heart sono più mie”.

Certo ancora oggi in molti si chiedono come mai sia entrato a far parte degli Yes…
“Ero un fan degli yes negli Settanta, quando ti chiedono di entrare in un gruppo così leggendario e dici no sai che ti pentirai per il resto della vita. Così accettai e ancora oggi non mi pento di averso fatto. I miei più bei ricordi sono legati a quando ero il produttore, ero perfetto, gli ho dato altri quindici anni di vita con enorme gioia. Come cantante no, non ero bravo come Jon Anderson, che era un grande cantate e un grande autore”.