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The Who, il ritorno dei vecchi amici Townshend-Daltrey per un album inatteso ma necessario

Il disco, che porta semplicemente il nome della band, uscirà il 6 dicembre per Polydor: anche se gli accenni alla contemporaneità ci sono, 'WHO' non insegue le mode
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Gli Who forse esistono da sempre. C’erano quando Dio decise che doveva essere la luce, e la luce fu. E allo stesso tempo Pete Townshend decise di usare il braccio a mulinello sulla sua chitarra, mentre Roger Daltrey lanciava il microfono in aria richiamandolo a sé con il filo. Esistono assieme alla musica, la cui grandezza, la cui forza, la cui potenza, celebrano senza timore, quando vogliono, quando pensano ce ne sia bisogno. Sono una band, anche ridotti soltanto in due, perché è il senso della band che non è mai andato perduto, anche quando Townshend, come ha fatto in questi giorni, sputa veleno sui due vecchi compagni scomparsi e dice che in fondo una vera band non sono stati mai. Ma, come la storia insegna, conta poco quello che pensa lui, gli Who, per milioni di fan in tutto il globo terracqueo, sono il rock, nella più limpida delle sue forme, allegro, elettrico, terribile, oscuro, vecchio, criticabile e ripetitivo, sempre diverso e vivo.
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Gli Who forse esistono da sempre. C’erano quando Dio decise che doveva essere la luce, e la luce fu. E allo stesso tempo Pete Townshend decise di usare il braccio a mulinello sulla sua chitarra, mentre Roger Daltrey lanciava il microfono in aria richiamandolo a sé con il filo. Esistono assieme alla musica, la cui grandezza, la cui forza, la cui potenza, celebrano senza timore, quando vogliono, quando pensano ce ne sia bisogno. Sono una band, anche ridotti soltanto in due, perché è il senso della band che non è mai andato perduto, anche quando Townshend, come ha fatto in questi giorni, sputa veleno sui due vecchi compagni scomparsi e dice che in fondo una vera band non sono stati mai. Ma, come la storia insegna, conta poco quello che pensa lui, gli Who, per milioni di fan in tutto il globo terracqueo, sono il rock, nella più limpida delle sue forme, allegro, elettrico, terribile, oscuro, vecchio, criticabile e ripetitivo, sempre diverso e vivo.


Comunque sono ancora vivi loro, Townshend e Daltrey, e lo dimostrano con un album, semplicemente intitolato WHO, con una copertina disegnata da Peter Blake, che il claim pubblicitario dichiara essere “il più bello dai tempi di Quadrophenia”, il che non è difficile se si pensa che dal 1973 hanno realizzato cinque album in tutto, ma che è anche difficilissimo se si pensa che Quadrophenia è uno dei dieci album più belli dell’intera storia del rock. Quindi voliamo più bassi, e diciamo che è un gran bel disco, 13 anni dopo il precedente Endless Wire, del tutto inatteso ma necessario, perché ribadisce che gli album si fanno quando ce n’è motivo, non per le classifiche, non per i soldi (che gli Who continuano a fare in abbondanza con i loro concerti), ma perché c’è qualcosa da dire che va detto in quel preciso momento. 

E quello che gli Who hanno da dire con WHO, è che il mondo è in rovina, che il futuro è quantomeno opaco, ma che la musica, la bellezza, l’arte, possono ancora salvarci, possono ancora essere una speranza, che l’orrore può trasformarsi in magia. Lo dicono alla loro maniera, un po’ punk, un po’ datata, un po’ presuntuosa, ma senza necessità celebrative o circensi, attitudine che per fortuna hanno abbandonato da una ventina di anni. Il disco è, quindi, bello, profondo ricco, realizzato a distanza, Townshend e Daltrey non hanno mai registrato insieme, ma con un equilibrio pressoché perfetto. Ci sono canzoni ruvide e brani in cui la “modernità” arriva a piedi pari e scardina certezze. Ma non c’è finzione, inseguimento delle mode, aggiornamento ai tempi, se non quello necessario per due vecchi signori che, a parte tutto, magari viaggiano separati, dormono in alberghi diversi, fanno vite lontane, ma amano ancora profondamente la musica. E si sente.