Spettacoli

Tony Dallara, 'l'urlatore' che elettrizzò l'Italia: "Ero un divo ma Sanremo rifiutò un pezzo che Totò scrisse per me"

Dalla povertà alle riviste patinate, dagli incontri con le star (Marilyn Monroe, Platters, Dean Martin) a quelli con i grandi dell'arte e della cultura (Dino Buzzati, Lucio Fontana, Enrico Baj), il più vecchio vincitore del Festival ha aneddoti da far impallidire. Senza vivere nella nostalgia: "Ho un atelier, espongo i miei quadri. Ma a Lucio Fontana, io timido, non ebbi mai il coraggio di chiedere una tela: bel pirla!"
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Vignetta del 1959 sulla Domenica del Corriere (un milione di copie vendute, all’epoca). Un pellerossa appoggia l’orecchio per terra, come per sentire se arrivano dei cavalli. E grida: "Porc... ancora Tony Dallara!?". Non c’è spiegazione migliore di cosa sia stato per l’Italia del tempo il cantante milanese, che nel 1960 - 60 anni esatti fa - riempì di urla e ritmo un lento come Romantica di Renato Rascel. E contribuì al trionfo a Sanremo della canzone, cosa che ne fa il più vecchio vincitore del festival ancora in vita (Johnny Dorelli, che vinse nel 1958 e 1959, è del 1937, mentre Dallara è del 1936): "E confesso che in un Festival dove si celebra la storia, mi sarei aspettato qualche riconoscimento. Ma lo dico senza polemizzare, non l’ho mai fatto, non sono il tipo, a costo di perdere qualche occasione io non sgomito mai", dice Antonio Lardera, diventato Dallara perché era un cognome più musicale.


Certo che lei la storia della musica italiana l’ha fatta.
"Sono riuscito ad avere sette canzoni in hit parade contemporaneamente, visto che ai tempi si incideva un 45 giri ogni due mesi. E così ho avuto tanti successi in un colpo solo: Come prima, Ghiaccio bollente, La novia, Bambina bambina, Ti dirò. Troppi, forse, tutti assieme".

Almeno ci avrà fatto i soldi.
"Eh, magari! Io ero solo interprete, per cui prendevo solo quello che c’era nel contratto, che spesso erano pochi soldi. Certo, poi mi hanno chiamato in tv e ho girato l’Italia, con quelle canzoni, ma è con i diritti d’autore che si fanno i soldi veri nella musica. Se penso anche agli spot che hanno usato Come prima, e io non ho preso nulla, anche se poi tutti la associano a me. Ma non posso lamentarmi per come mi è andata la vita, specie considerando come l’avevo cominciata".

Ovvero?
"Ovvero in povertà. Sono nato a Campobasso, ma arrivai a Milano da bambino, zona popolare, in tempo per beccarmi un pezzetto di guerra, i bombardamenti e la fame. Per cui dopo le elementari finii subito a lavorare, facendo il fabbro, il lavamacchine, il benzinaio. Ma presto anche cantando, mio padre era operaio e corista alla Scala. Mi obbligò, da bambino, Don Cesare, il parroco di Santa Maria di Caravaggio, nel coro, poi passai ai palchi delle sale da ballo, mi ricordo el Vott di viale Tibaldi 8. Finché non sono arrivato al Santa Tecla, il club più in voga della Milano degli anni Cinquanta, ero specializzato nel cantare i Platters. Ma facevo anche il fattorino in una casa musicale, la Music".


Il cui presidente, Walter Guertler - vuole la leggenda - aveva la canzone Come prima che non apprezzava. Finché un giorno disse: “Una nenia così potrebbe cantarla il mio fattorino” e qualcuno gli rispose che il suo fattorino cantava davvero, e pure bene, lui venne a sentirla, e il resto è storia. Ma è vero?
"Non lo so, l’hanno raccontata anche a me. Di sicuro non mi sono proposto io, sempre per quel mio carattere timido e restio a esporsi. Posso dire che quando mi fecero un provino Come prima la scelsi io a caso tra tante altre".

Era il 1957 e fu un boom pazzesco.
"Trecentomila copie vendute, un successo di massa, grazie ai juke-box, in Italia e nel mondo, ho preceduto anche Nel blu dipinto di blu".

Ma soprattutto lei ha inventato uno stile, un genere, quello degli urlatori, che ruppero la tradizione del canto melodico, impostato, all’italiana, di artisti come Achille Togliani e Luciano Tajoli.
"Questo sì, e lo rivendico, frutto della mia irruenza, della mia generosità. Già Come prima pretesi di interpretarla a modo mio, in tonalità alta, sembrava che urlassi e quindi mi chiamarono urlatore. Pensi che al Santa Tecla ogni notte, verso le tre, quando tanti se n’erano andati, il direttore di sala mi diceva: 'Tony ma cosa ti urli, canta piano'. D’altronde il mio vicino di casa era il grande tenore Giuseppe Di Stefano, che in un’intervista disse che anch’io avrei potuto fare lirica. E dopo di me vennero Mina, Celentano, tutti urlatori, simbolo della gioventù dell’epoca che si ribellava al perbenismo dei genitori".

Con Mina 

E arriviamo al Sanremo 1960.
"Fu divertente perché ci arrivai da sconosciuto. Avevo finito il militare, anzi Romantica me la fecero ascoltare che ero ancora sotto le armi, ed ero anzitutto una voce da juke-box, ma di faccia mi conoscevano poco. Quasi non mi facevano entrare. E quando dissi che volevo cantare Romantica in quel modo, pigliando certe ottave, mi diedero del matto. In realtà era l’idea giusta: pensi a Nel blu dipinto di blu, vinse anche perché Modugno fece la versione che tutti conosciamo e Dorelli in stile slow. Insomma, lo stesso brano riusciva a piacere sia ai giovani che agli adulti. Il maestro Cinico Angelini, che dirigeva l’orchestra, si rifiutava di eseguirla così. E durante le prove dovetti minacciare il batterista: 'Durante lo stacco io parto più veloce, stammi dietro o fai una figura barbina!' e Angelini scoprì il trucco solo in diretta, quando non poteva fare più niente".

E l’anno dopo quasi rivinse.
"Quasi, già. Perché dovevo gareggiare con Al di là. Ma l’etichetta decise che avrei dovuto cantare Un uomo con l'emergente Gino Paoli. Arrivammo decimi. E Al di là vinse, cantata da Luciano Tajoli e Betty Curtis".


Poi però al Festival è tornato solo una volta, nel 1964, con Come potrei dimenticarti.
"Mica per scelta mia. Ho mandato tante canzoni, non mi hanno mai preso. Nel 2008 avevo un brano con Teo Teocoli, niente. Ma pensi che me ne scartarono addirittura uno scritto da Totò. Vuole saperne di più?".

Eccome!
"Era il 1962, mi arrivò una sua telefonata e quasi svenni. Mi invitò a casa sua a Roma, nel salotto al pianoforte c’era il maestro Pregadio, quello della Corrida di Corrado, che la suonò. 'Se la incidi ti do un milione', mi disse Totò. Ovviamente accettai. Ma a Sanremo non la presero e non se ne fece più niente. Anzi, la canzone si è proprio persa, peccato, non so più neanche il titolo".

Insieme alla bellissima Jane Russell 

Ma lei di incontri ne ha fatti tanti, uno per tutti la donna per eccellenza, Marilyn Monroe.
"Conosciuta solo, purtroppo, ma stavo per farci un tour assieme. Ricordo ancora la scena. Ero a New York nel 1962, in una sala zeppa di addetti ai lavori, mi presentano questa donna piccola, minuta, non l’avevo neanche riconosciuta, avvolta in un foulard. Ma bastava guardarla pochi secondi per dare i numeri. Profumava di donna, uno sguardo sexy come non ne ho mai visti, le ho dato la mano e non me la sono lavata per una settimana. Qualche mese dopo, la trovarono morta. Però con Jane Russell, altra icona sexy, il tour l’ho fatto, nel 1961. Girammo assieme l’Italia, facemmo anche il veglione di Capodanno alla Bussola di Pietrasanta, tutto il pubblico le gridava 'Nuda! Nuda!'. Ma ne ho conosciuti all’epoca. Perry Como, crooner italoamericano popolarissimo da noi perché il suo show veniva trasmesso dalla Rai a canale unico. Mi guardò e mi disse: 'Ma tu sì famoso', lui, a me. I Platters, proprio i miei idoli, con cui ci scambiammo Come prima e Only you. E Dean Martin, che mi abbracciò e mi disse 'paisà!'. Ero un divo vero all’epoca".

Andy Warhol e Tony Dallara? Pop art 

Poi tutto finì quasi di botto, già a metà anni Sessanta. Perché?
"Perché sono stato vittima del revival, in tv mi invitavano, ma sempre a cantare quelle 3-4 canzoni di anni prima e man mano il tempo passava e le mode musicali cambiavano. Alla fine ho preferito ritirarmi e dedicarmi all’altra mia grande passione, la pittura. Molto più di un hobby: ho un atelier, faccio mostre personali in giro per Milano e non solo, sono stato amico di artisti come Fontana, Crippa, Baj. Ma le dirò di più: da ragazzino fui a un passo dallo scegliere la carriera di pittore invece che quella di cantante".

Tony Dallara, Lucio Fontana e Dino Buzzati 

Cosa la fermò?
"Risposta banale: i soldi. Ero l’ultimo di cinque figli, iscriversi all’Accademia di Brera costava 10.000 lire all’anno, che non avevamo. Me la tenni come passione, ricordo ancora l’emozione, vedendo nella vetrina di una galleria d’arte alle Colonne di San Lorenzo un quadretto di Picasso. Però a inizio anni Settanta decisi di darmi all’arte e la mia prima personale fu introdotta da uno scritto di Dino Buzzati. Forse fu incuriosito dalla mia doppia anima di pittore e cantante. Fu generoso sotto molti aspetti con me, non solo di complimenti. Pensi che mi insegnò anche a sciare. Ma tutti gli artisti sono stati amichevoli con me".

Un'altra foto di Tony Dallara mentre parla con Lucio Fontana 

Però lei era stato un divo della canzonetta, proprio musica commerciale. I pittori non erano snob?
"Per nulla. I musicisti sì che erano invidiosi. Ma i pittori mi invitavano nei loro atelier per mostrarmi gli ultimi lavori. Tante cose le imparai lì. Soprattutto da Fontana, che ammirai eseguire i suoi tagli dal vivo. Ricordo una massa di tele squarciate sul pavimento e mai ho avuto il coraggio di chiedergliene una, bel pirla che sono stato".

Lei che stile ha?
"Astratto, amo dipingere lo spazio inteso come quel vuoto oscuro che divide stelle e pianeti dove ognuno di noi cerca una traccia del divino. In silenzio, senza urlare, che per un urlatore è un bel paradosso".


Arriviamo all’oggi, però. Perché un ritorno in sala di incisione l’ha appena fatto.
"Sì, un giovane rapper siciliano, Mak, ha scritto una canzone, Anime, e mi ha chiesto di cantarla assieme. Mi è piaciuta perché racconta di un ragazzo contemporaneo, i suoi desideri, le paure, le speranze e la speranza la interpreto proprio io, come se fosse un dialogo tra generazioni, noi anziani con la saggezza, i giovani con l’energia. E poi non è un rap di quelli che fanno casino, insopportabili".

E a parte questo non canta più?
"Come no. Alle vernici delle mostre mie e di altri artisti. 'Ecco, Tony, abbiamo visto i quadri, adesso ci canti qualcosa?'. Ma lo facevano anche Crippa e Fontana. Fa parte del gioco e io mi diverto sempre. Ho la fortuna di prendere la vita con allegria".