I 'Pugili fragili' di Piero Pelù, quarant'anni di musica e libertà
Ernesto Assante , di ERNESTO ASSANTEDopo la partecipazione in gara al Festival di Sanremo, arriva il ventesimo album del rocker. "Ho voluto aprire il sound anche alle orecchie del pubblico più lontano da me"
Si intitola Pugili fragili il nuovo album di Piero Pelù, il ventesimo della sua ormai quarantennale avventura musicale. Potenza e dolcezza sono gli elementi chiave del disco, anticipati perfettamente sul palco di Sanremo, con grande successo, da Gigante. "Sì, è vero, ma c'è anche dell'altro", ci dice Pelù, "c'è dentro la violenza ma anche il rispetto. Diciamo che sono questi i pilastri di tutto il progetto. Anzi, la chiave di volta di tutto è il rispetto: per l'ambiente, per la nuova vita che arriva, per chi ha la voglia e la forza di rinascere, rispetto per le donne abusate psicologicamente ma soprattutto fisicamente, fino all'assassino, rispetto di ogni diversità".
Non ultimo il rispetto per la musica.
"Amore sconfinato per la musica. E c'è tutto il mio amore in questo disco. Ha avuto una gestazione lunga, circa due anni, durante i quali ho pensato che la cosa più…
Non ultimo il rispetto per la musica.
"Amore sconfinato per la musica. E c'è tutto il mio amore in questo disco. Ha avuto una gestazione lunga, circa due anni, durante i quali ho pensato che la cosa più…
Si intitola Pugili fragili il nuovo album di Piero Pelù, il ventesimo della sua ormai quarantennale avventura musicale. Potenza e dolcezza sono gli elementi chiave del disco, anticipati perfettamente sul palco di Sanremo, con grande successo, da Gigante. "Sì, è vero, ma c'è anche dell'altro", ci dice Pelù, "c'è dentro la violenza ma anche il rispetto. Diciamo che sono questi i pilastri di tutto il progetto. Anzi, la chiave di volta di tutto è il rispetto: per l'ambiente, per la nuova vita che arriva, per chi ha la voglia e la forza di rinascere, rispetto per le donne abusate psicologicamente ma soprattutto fisicamente, fino all'assassino, rispetto di ogni diversità".
Non ultimo il rispetto per la musica.
"Amore sconfinato per la musica. E c'è tutto il mio amore in questo disco. Ha avuto una gestazione lunga, circa due anni, durante i quali ho pensato che la cosa più onesta e giusta sarebbe stata azzerare quello che avevo fatto fino a oggi e al tempo stesso vampirizzare tutta la mia storia, nonostante sia il mio ventesimo album di studio, tra quelli realizzati con i Litfiba e quelli da solista".
È un album che apre la porta verso sonorità molto diverse, c'è il grande rock ma anche molto altro. Frutto del lavoro con il produttore Luca Chiaravalli, che viene da un mondo distante dal suo?
"La mia intenzione era fare un rock due punto zero, cercare di cambiare modo di scrittura dei testi e cambiare anche il tipo di sonorità. Per farlo dovevo trovare la persona giusta: avevo preso appuntamento con tre produttori, ma quando mi sono incontrato con Luca ho capito che era lui. È fan dei Litfiba e conosce la mia storia solista, questo ha contribuito a stabilire un rapporto stretto, è stato un punto nevralgico, perché c'erano anche produttori più giovani ma che non conoscevano il mio background, non potevo certo andare a fare il mio ventesimo disco con uno che mi snaturava completamente. Con Chiaravalli ci siamo divertiti come dei ragazzini, lui che tendeva al pop, io dall'altra parte, con in mezzo la parte elettronica condivisa pienamente. Il risultato finale è quello che volevo, espandere quello che avevo impostato. Abbiamo avuto anche degli scontri, perché è chiaro che con Iggy Pop che sgomma dentro di me arrivare a questo risultato non è stato facile, ma sempre comunque con sorriso, con la voglia di trovare il giusto compromesso, aprire porte nuove impensabili per me altrimenti".
È un risultato al quale è arrivato anche per una nuova maturità?
"È anche ovviamente una questione di maturità, ma anche di maggiore libertà, quando sono solista decido tutto dalla a alla zeta".
E questo le ha permesso di restare un "ultrarocker", scegliendo la melodia e raggiungendo un pubblico più ampio. Come è accaduto sul palco di Sanremo.
"Diciamo che l'obbiettivo era tentare di aprire il sound anche alle orecchie più distanti da quelle del mio solito pubblico. Io sono solo una parte del grande rosario della musica, mi piaceva far capire che esiste un rock in Italia. E non solo il mio, ci sono artisti anche sconosciuti che si spaccano il culo ogni giorno, ogni sera. Volevo far capire che c'è un rock due punto zero, che è un linguaggio un po' diverso sia dal mainstream che dalla musica digitale, per il quale lo studio dello strumento, della musica, è importantissimo, va di pari passo con il testo, le parole, gli argomenti. Ogni volta che vedo un ragazzo con una custodia di strumenti mi fermo, gli faccio le corna di 'I love you', applaudo, perché vuol dire che c'è ancora chi ha voglia di studiare. Lo studio è la base di tutto per crescere, l'elettronica ti fa sembrare che sia tutto facile, prendi cinque o sei suoni presi dai megabanchi che ci sono in rete e pensi di aver fatto musica. Sia chiaro, è musica, ci mancherebbe, ma quando incominci a studiare l'armonia, a capire le melodie come si muovono, il ritmo, l'arrangiamento, beh, c'è un livello di consapevolezza più altro, lo prediligo e lo consiglio".
Certo, alcune delle cose come quelle che ci sono in Pugili fragili le può scrivere perché ha un rapporto con l'età che è diverso da prima, non è "eternamente giovane", ma fa parte della prima generazione che in Italia è arrivata a questa età con un bagaglio di esperienze molto diverse da quelle dei genitori.
"È un rapporto con l'età e soprattutto con la realtà che è diverso. Quando ero ragazzo i miei genitori non avevano avuto esperienza con le droghe, con l'autostop, con il rock'n'roll, con il divertirsi, con il campeggio, il sesso. Queste esperienze io le ho fatte e quando si è trattato di confrontarsi con le figlie, che oggi hanno 29, 24 e 15 anni, l'ho potuto fare essendo consapevole dei rischi che potrebbero correre. Questo argomento l'ho affrontato in molte canzoni negli ultimi venti anni, sono felice della mia età, mi sento perfettamente a mio agio, nonostante i miei 58 cambio ancora la pelle, come si vede dalla copertina del disco, perché in quel rinascere c'è un linguaggio universale".
Come in Gigante, dedicata a suo nipote.
"Dedicata ai nipotini, certo, ma soprattutto ai ragazzi del carcere minorile di Nisida, che ho incontrato e mi hanno fatto capire moltissime cose. Sentire raccontare da quei ragazzi che hanno avuto un infanzia negata, pistole sul tavolo della cucina con la coca, il babbo in galera, la mamma schiava della camorra, non ti può lasciare indifferente. Sono botte forti, non sono film ma la realtà, e vedere le macerie deve solo spingere a ricostruire".
Così come mettersi fisicamente a ripulire le spiagge è molto di più che cantare canzoni sull'ambiente.
"Sì. Farlo in prima persona vuol dire dire agli altri concretamente che possiamo e dobbiamo avere un rapporto diverso con il pianeta in cui viviamo. Sono contento che la sensibilità ambientale sia in aumento, ma dobbiamo mettere in pratica le cose che pensiamo, per invertire la strada che il mondo ha drammaticamente imboccato. Dobbiamo smettere di usare mezzi a combustione, usare meno o zero plastica, e soprattutto essere noi i primi a ripulire il mondo, a raccogliere la merda lasciata dagli altri. È il gesto più rivoluzionario che oggi si possa fare".
Non ultimo il rispetto per la musica.
"Amore sconfinato per la musica. E c'è tutto il mio amore in questo disco. Ha avuto una gestazione lunga, circa due anni, durante i quali ho pensato che la cosa più onesta e giusta sarebbe stata azzerare quello che avevo fatto fino a oggi e al tempo stesso vampirizzare tutta la mia storia, nonostante sia il mio ventesimo album di studio, tra quelli realizzati con i Litfiba e quelli da solista".
È un album che apre la porta verso sonorità molto diverse, c'è il grande rock ma anche molto altro. Frutto del lavoro con il produttore Luca Chiaravalli, che viene da un mondo distante dal suo?
"La mia intenzione era fare un rock due punto zero, cercare di cambiare modo di scrittura dei testi e cambiare anche il tipo di sonorità. Per farlo dovevo trovare la persona giusta: avevo preso appuntamento con tre produttori, ma quando mi sono incontrato con Luca ho capito che era lui. È fan dei Litfiba e conosce la mia storia solista, questo ha contribuito a stabilire un rapporto stretto, è stato un punto nevralgico, perché c'erano anche produttori più giovani ma che non conoscevano il mio background, non potevo certo andare a fare il mio ventesimo disco con uno che mi snaturava completamente. Con Chiaravalli ci siamo divertiti come dei ragazzini, lui che tendeva al pop, io dall'altra parte, con in mezzo la parte elettronica condivisa pienamente. Il risultato finale è quello che volevo, espandere quello che avevo impostato. Abbiamo avuto anche degli scontri, perché è chiaro che con Iggy Pop che sgomma dentro di me arrivare a questo risultato non è stato facile, ma sempre comunque con sorriso, con la voglia di trovare il giusto compromesso, aprire porte nuove impensabili per me altrimenti".
È un risultato al quale è arrivato anche per una nuova maturità?
"È anche ovviamente una questione di maturità, ma anche di maggiore libertà, quando sono solista decido tutto dalla a alla zeta".
E questo le ha permesso di restare un "ultrarocker", scegliendo la melodia e raggiungendo un pubblico più ampio. Come è accaduto sul palco di Sanremo.
"Diciamo che l'obbiettivo era tentare di aprire il sound anche alle orecchie più distanti da quelle del mio solito pubblico. Io sono solo una parte del grande rosario della musica, mi piaceva far capire che esiste un rock in Italia. E non solo il mio, ci sono artisti anche sconosciuti che si spaccano il culo ogni giorno, ogni sera. Volevo far capire che c'è un rock due punto zero, che è un linguaggio un po' diverso sia dal mainstream che dalla musica digitale, per il quale lo studio dello strumento, della musica, è importantissimo, va di pari passo con il testo, le parole, gli argomenti. Ogni volta che vedo un ragazzo con una custodia di strumenti mi fermo, gli faccio le corna di 'I love you', applaudo, perché vuol dire che c'è ancora chi ha voglia di studiare. Lo studio è la base di tutto per crescere, l'elettronica ti fa sembrare che sia tutto facile, prendi cinque o sei suoni presi dai megabanchi che ci sono in rete e pensi di aver fatto musica. Sia chiaro, è musica, ci mancherebbe, ma quando incominci a studiare l'armonia, a capire le melodie come si muovono, il ritmo, l'arrangiamento, beh, c'è un livello di consapevolezza più altro, lo prediligo e lo consiglio".
Certo, alcune delle cose come quelle che ci sono in Pugili fragili le può scrivere perché ha un rapporto con l'età che è diverso da prima, non è "eternamente giovane", ma fa parte della prima generazione che in Italia è arrivata a questa età con un bagaglio di esperienze molto diverse da quelle dei genitori.
"È un rapporto con l'età e soprattutto con la realtà che è diverso. Quando ero ragazzo i miei genitori non avevano avuto esperienza con le droghe, con l'autostop, con il rock'n'roll, con il divertirsi, con il campeggio, il sesso. Queste esperienze io le ho fatte e quando si è trattato di confrontarsi con le figlie, che oggi hanno 29, 24 e 15 anni, l'ho potuto fare essendo consapevole dei rischi che potrebbero correre. Questo argomento l'ho affrontato in molte canzoni negli ultimi venti anni, sono felice della mia età, mi sento perfettamente a mio agio, nonostante i miei 58 cambio ancora la pelle, come si vede dalla copertina del disco, perché in quel rinascere c'è un linguaggio universale".
Come in Gigante, dedicata a suo nipote.
"Dedicata ai nipotini, certo, ma soprattutto ai ragazzi del carcere minorile di Nisida, che ho incontrato e mi hanno fatto capire moltissime cose. Sentire raccontare da quei ragazzi che hanno avuto un infanzia negata, pistole sul tavolo della cucina con la coca, il babbo in galera, la mamma schiava della camorra, non ti può lasciare indifferente. Sono botte forti, non sono film ma la realtà, e vedere le macerie deve solo spingere a ricostruire".
Così come mettersi fisicamente a ripulire le spiagge è molto di più che cantare canzoni sull'ambiente.
"Sì. Farlo in prima persona vuol dire dire agli altri concretamente che possiamo e dobbiamo avere un rapporto diverso con il pianeta in cui viviamo. Sono contento che la sensibilità ambientale sia in aumento, ma dobbiamo mettere in pratica le cose che pensiamo, per invertire la strada che il mondo ha drammaticamente imboccato. Dobbiamo smettere di usare mezzi a combustione, usare meno o zero plastica, e soprattutto essere noi i primi a ripulire il mondo, a raccogliere la merda lasciata dagli altri. È il gesto più rivoluzionario che oggi si possa fare".