A leggere la sua autobiografia, si direbbe che Miles Davis abbia compiuto una delle principali rivoluzioni musicali del ‘900 solo per puro spirito di rivalsa. 1969: il jazz tradizionale è in declino e il rock è ormai la colonna sonora del mondo intero: milioni di dischi venduti, festival musicali cui partecipano centinaia di migliaia di persone, l’industria e i media che non hanno occhi che per le icone viventi della nuova scena. “Mi resi conto che quei musicisti non sapevano niente di musica. Cominciai a pensare che se loro potevano raggiungere tutta quella gente senza nemmeno sapere cosa stessero suonando, potevo farlo anche io e per di più meglio”. Ingeneroso, forse, ma tant’è: Davis nel 1969 aveva già cambiato il volto del jazz un paio di volte - con Birth of The Cool, 1949, con Kind Of Blue, nel 1959 - e vallo a contraddire. Tre giorni di registrazioni dal 19 al 21 agosto 1969. Poi mesi interi a lavorare sul materiale. Fino al 30 marzo 1970, mezzo secolo fa, quando nei negozi arriva Bitches Brew: imprescindibile allora, imprescindibile oggi. Una pura e semplice rivelazione.
Per capirne la portata basta riprendere le parole di Carlos Santana, una delle stelle di quella stagione. “Quando ascoltai per la prima volta Bitches Brew seppi che Miles era il nuovo arcangelo, messaggero dell’alba di una nuova era, di una rivoluzione di suoni e di colori”. Ma in quella rivoluzione non c’era niente di estemporaneo. Anzi: Bitches Brew è il frutto di un’organizzazione musicale ferrea. E ambiziosa come poche altre: incanalare il caos, dirigere un’improvvisazione collettiva di quindici musicisti, ognuno dei quali ne più ne meno che un talento puro: Chick Corea, Joe Zawinul, John McLaughlin, Jack De Johnette, Airto Moreira, Dave Holland, Wayne Shorter e ci si ferma qui. Entrano in studio senza sapere quasi nulla della musica da suonare. Davis li sistema a semicerchio intorno a lui. Consegna dei piccoli fogli con dei motivi di massima. Poche indicazioni sul timbro e sulla condotta che ogni musicista deve tenere. Poi fa un segno a Teo Macero, produttore del disco. I registratori partono, il gruppo inizia a muoversi, con la tromba di Miles a fornire il tema, a correggere, a sparire lasciando spazio a ciascuno.La leggenda di Miles Davis, colonna della musica del Novecento
Il 28 settembre 1991 moriva a Santa Monica, in California, Miles Davis, con Louis Armstrong e Duke Ellington il più importante musicista jazz (e non solo) del secolo scorso. Con la sua musica ha definito i confini di innumerevoli stili (dal be bop al cool), ha 'inventato' il jazz rock e negli ultimi anni della sua carriera ha cercato anche una sintesi con il mondo del rap e dell'hip hop. Un vero e proprio genio musicale del Novecento. "Alla gente piace ascoltare musica e pensare a quello che vogliono - aveva dichiarato - Quando suoni come suoniamo noi puoi pensare a quello che ti pare... oppure rilassarti e basta".
Un'opera a fumetti per celebrare il mito di Miles Davis
Il libro s'intitola Miles, ed è un'opera a fumetti dedicata alla vita di Miles Davis, genio della tromba e del jazz senza confini né barriere. Lo ha realizzato e pubblicato nel 2018 per Edizioni BD il disegnatore milanese Lucio Ruvidotti. Le tavole del suo lavoro sono ora esposte al Blue Note di Milano, storico club che ospita da anni i più grandi jazzisti del mondo. La mostra fa parte della manifestazione JazzMi 2019 e resterà aperta fino al 31 dicembre.