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Fabio Concato: la nuova canzone, un omaggio col cuore alla mia Milano colpita dal virus

Fabio Concato: la nuova canzone, un omaggio col cuore alla mia Milano colpita dal virus

Il cantautore parla del singolo 'L'umarell', in dialetto. "La natura ci ha fatto capire che non si poteva più andare avanti così. Credo che la musica possa essere di conforto"

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Ci voleva un evento eccezionale come il coronavirus perché Fabio Concato si decidesse a cantare nel milanese, lui che aveva cantato in napoletano (La canzone di Laura, scritta per lui da Pino Daniele), ma mai nel suo dialetto. Altro paradosso, il titolo della canzone che esce oggi su Facebook, Instagram e YouTube è in dialetto bolognese, anche se la parola è ormai entrata a tutti gli effetti nella lingua italiana: L'umarell, il classico vecchietto che osserva i cantieri dei lavori in corso dando anche consigli non richiesti agli operai.


Concato, che c'entra l'umarell con la pandemia?
"Nasce tutto da una statuina proprio di un umarell che mi era stata regalata. Di recente l'ho tolta da un cassetto e l'ho messa nel mio studio, sul leggio del pianoforte. E ben presto mi sono sentito osservato proprio come se fossi un operaio di un cantiere. Non solo. Dopo un po' mi è sembrato che l'omino volesse chiedermi che cosa stessi facendo per questo dramma. Mi ha fatto scattare qualcosa dentro, anche perché non sapevo come rispondergli. Poi ho capito: nell'unico modo che conosco, comporre canzoni. E tutto è stato spontaneo e immediato. Ma dico davvero, in due ore avevo finito tutto".

Fabio Concato e l'umarell: una canzone in milanese per raccontare la quarantena


Come mai il milanese?
"Fa parte della spontaneità, il dialetto mi è venuto dal cuore anche se lo parlo pochissimo, giusto col mio collega Claudio Sanfilippo. Senza contare l'omaggio alla mia città, colpita al cuore così duramente dal virus. E anche l'arrangiamento jazz è stato naturale, sarà che ultimamente è un genere verso cui mi sto sempre più orientando".

Spieghiamo la canzone anche a chi ascolta da fuori Milano.
"Si tratta di un augurio che tutto questo ci lasci un mondo migliore. E di un saluto a tutte le persone, in particolare proprio anziani come gli umarell, morte in silenzio senza neppure un bacio e una carezza. Alla fine l'omino se ne va soddisfatto, come quando gli operai tengono conto di un suo suggerimento: ha compiuto la propria missione".


Tra le missioni che lei si dà in musica c'è anche dare attenzione ai più deboli, ai dimenticati. Un filone creativo che percorre fin dai tempi di "051/222525", che dedicò una trentina d'anni fa a Telefono azzurro.
"Sa, credo che la musica - tra le sue mille possibilità - a volte possa, e forse debba anche, essere anche di conforto, positiva, propositiva. Ho provato a farlo anche in Tutto qua, Provaci tu, Oltre il giardino. Mi piace di quando in quando raccontare la realtà, essere un giustiziere in musica, nel senso migliore del termine sia chiaro. In L'umarell ho tentato di dire che anche da un male così possiamo cavare del buono. Questa potrebbe essere una provvida sventura, per dirla alla Manzoni. Sarei molto addolorato se tutto tornasse come era prima".

Ovvero?
"Ovvero allo sfruttamento e alla distruzione della Terra. Confesso che non ne potevo più di gente che si toccava le gonadi quando vedeva Greta Thurnberg in tv, dandole della iettatrice, della messaggera di sventura, mentre ci stava solo ammonendo che avanti così non si poteva più andare. Ora forse la natura stessa ce l'ha fatto capire: credo che se Milano e la Lombardia sono state così colpite uno dei motivi sia stato l'inquinamento".

Non pensa anche a responsabilità di qualcuno?
"Come no, e potrei fare anche i nomi, ma sono intuitivi. La vicenda del Pio Albergo Trivulzio, per restare a Milano, è stata aberrante. E spero che alla fine di tutto vengano riconosciute le responsabilità penali. Attenzione, non chiedo vendetta, ma solo che la magistratura agisca e accerti le colpe".


Torniamo alla canzone. Come l'ha registrata, in tempi di isolamento?
"Ho due spiegazioni. Una personale, ed è che il mio studio è attiguo al mio appartamento, dovevo solo uscire sul pianerottolo. L'altra è tecnica: ho fatto tutto col telefonino, compreso cantarla, visto che i micirofoni li avevo regalati tutti ad amici. Quindi l'ho spedita ai miei musicisti, Ornella D'Urbano (piano, tastiere e arrangiamenti), Larry Tomassini (chitarre) Gabriele Palazzi (batteria) e Pier Carlo Penta (missaggio e masterizzazione), che poi mi hanno girato le loro parti sempre via smartphone. Un po' è stata necessità, un po' fa parte di quella spontaneità di cui sopra".

La vicinanza tra casa e studio l'ha aiutata a sopportare meglio la clausura forzata?
"Parecchio, ho anche abbozzato tante altre nuove canzoni, Però ho vissuto bene tutta la situazione, almeno dal punto di vista personale. Concerti a parte, non sono uno da vita sociale, sono restato in casa con moglie e figlia minore, abbiamo saputo trovare tante cose dentro di noi. E anche dentro i cassetti: ne ho approfittato per sistemare casa, sono saltati fuori oggetti che manco ricordavo, anche un vecchio pedale per chitarra e una macchina fotografica digitale".

La musica dal vivo quanto le è mancata?
"Da matti, ho perso il conto delle date che mi sono saltate, ultimamente ne facevo più di quando avevo 30 anni. E ormai da un pezzo mi sono reso conto che io riesco a essere me stesso solo quando salgo sul palco e inizio a esibirmi. Viaggiare e cantare, questa è la mia vita".

Tornerà a esserlo presto.
"Temo non troppo presto. A essere sincero credo che della musica live mi dimenticherò fino al 2021, ma non so in quale mese. Ed è un vero problema: nella nostra categoria ci sono 10 milionari, tanti altri se la cavano in qualche modo, come me, ma c'è anche chi se non suona 2-3 volte a settimana deve sperare di essere sposato con una lavoratrice che lo stipendio lo porta a casa. Senza contare la lunghissima filiera, dai tecnici fino ai ristoratori, in clamorosa difficoltà".

Lei allo streaming non crede?
"Un senso può averlo, ma fino a un certo punto. Le performance a cui ho assistito via web in questi due mesi mi hanno spesso dato l'idea del fasullo dal punto di vista umano, insomma dell'esibizione forzata e non sincera. Poi non dico che lo fossero tutte, ed è solo una mia sensazione. E comunque live vuol dire dal vivo, di persona".

La sua è - se non la prima in assoluto - una delle prime canzoni ispirate dal virus. Come saranno quelle che inevitabilmente seguiranno? Allegre per dimenticare il male o tristi per ricordarlo?
"E perché non entrambe le cose? Da una vicenda del genere non si passa indenni, nel bene e nel male, anche artisticamente. Ci sarà della gioia, com'è giusto, anche se spero non troppa, perché vorrei che prevalesse la riflessione".

E la sua, di musica, come sarà, quando in un indefinito mese del 2021 tornerà sul palco?
"Non sarà la mia. Perché avevo già iniziato a lavorare a un progetto che voglio concretizzare quando possibile: omaggiare Enzo Jannacci interpretando almeno una parte del suo formidabile repertorio, anche in chiave jazz. Ne ho parlato anche al figlio Paolo, che spero proprio sarà con me per suonare, ma anche cantare in prima persona qualche brano di Enzo".