Daniele Silvestri
Come è nato il progetto 'Lost in the Desert'?"Questo progetto ha un padre noto, con tanto di nome e cognome: Rodrigo D'Erasmo. E una madre, comunemente nota con il nome di 'quarantena'. Il primo, armato di innata curiosità e positività ha ingravidato la seconda, approfittando della sua placida indolenza e del Tempo improvvisamente dilatato e disponibile".
A chi è dedicato?
"In generale ai lavoratori intermittenti dello spettacolo, categoria peraltro vastissima e per lo più invisibile. In particolare a quelli che noi definiamo 'tecnici', racchiudendo in questo termine un po' tutte quelle figure che con il loro lavoro rendono possibili gli spettacoli che facciamo, pur lavorando per lo più nell'ombra e lontani dai riflettori".
Perché hai scelto di aderire?
"Perché condividevo in pieno le finalità, ma ancora di più perché l'idea di realizzare qualcosa a distanza confrontandosi con così tanti artisti diversi e validi era intrigante e affascinante".
In cosa consiste il tuo apporto al progetto?
"Ci sono state due fasi diverse. Ma forse vale la pena provare a raccontare tutto il ping-pong che c'è stato tra di noi. La palla l'hanno messa in campo in prima battuta Mace e Venerus. Quattro accordi e alcuni suoni ben scelti che davano un primo input. Un paio di minuti scarsi in cui erano già chiari Bpm, tonalità, giro armonico principale e andamento ritmico. Poi la palla è passata a Rodrigo che ha dato sostanza e raffinatezza a quelle armonie facendo vibrare in vari modi le corde dei suoi archi, a volte con delicatezza, a volte ruggendo e distorcendo. Poi è stata la volta di Enri (Enrico Gabrielli), che ha ulteriormente nobilitato quei suoni con l'inconfondibile ma sempre sorprendente dolcezza dei suoi fiati. A quel punto sono entrato in campo io, con le mie tastiere ma anche con la mia propensione agli esperimenti. Serviva cominciare a perlustrare altre strade, ipotizzare strutture più complesse, e così ho manipolato, sperimentato, finché i giri armonici sono diventati due, tre, forse quattro, e creando arbitrariamente dinamiche e sospensioni la struttura si è fatta più varia e ancora informe, un ricco canovaccio sgangherato che cominciava a definirsi come racconto. A quel punto non sapevamo ancora che sarebbe diventata una canzone, ma gli ingredienti e gli spazi cominciavano a suggerirlo. Serviva maggiore chiarezza e solidità. La palla tornata a Rodrigo e poi consegnata alle note basse di Lazzarotti e alla maestria ritmica di Rondanini ci davano quella solidità. A quel punto iniziava il sapiente lavoro di Antonio Filippelli a quadrare il tutto e dargli un senso e una struttura definitive. Sembrava proprio potesse essere una canzone. E qui il passo decisivo, l'idea di Rodrigo di rivolgersi lontano, e raggiungere l'amica Joan Wasser chiedendole di scrivere e cantare su quel mondo. In quel momento per noi il pezzo aveva un nome in codice, che era 'sharing is caring', che in fondo diceva già molto delle nostre intenzioni. Ma quando a brevissima distanza di tempo Joan mandava le sue tracce vocali registrate, Lost in the Desert era ufficialmente nata. La voce, la melodia e il testo che da così lontano erano arrivati sembravano semplicemente perfette. Poi ancora un rimbalzo oltreoceano ed ecco arrivare anche le chitarre di Alain, altro graffio magistrale e perfetto. C'era ancora spazio però, e forse anche il lato italiano di questa produzione doveva metterci le sue parole, la sua sensibilità. E così si chiede a Tarek (Rancore) di partecipare nella parte più aggressiva del brano e a me di cucire il tutto, completando il significato e accompagnando i passaggi da una parte all'altra. Ogni passaggio aveva trovato il suo senso e il suo posto con una facilità abbastanza incredibili. Alle sapienti mani (e orecchie) del Mafio prima e di Versari poi si chiedeva di mixare e masterizzare il tutto. E questo è quanto. Uno dei lavori di squadra meglio riusciti a cui mi sia mai capitato di partecipare".
Come stai vivendo questo momento?
"Con enorme intensità. In realtà credo ci vorranno mesi, se non anni per metabolizzare quanto vissuto e 'sentito' in questo assurdo e imprevedibile periodo. Una bolla temporale di cui forse il pianeta aveva bisogno e forse anche noi tutti. Fonte contemporaneamente di paure e speranze, incubi e dolci sogni. Sia condanna che occasione. Possibilità. Ridefinizione delle proprie priorità e necessità, e ancora di più di quelle di un'intera e globalizzata collettività".
Cosa temi per il futuro?
"Che per alcuni, per molti, il danno economico possa risultare insuperabile. Che possa essere persa l'occasione per migliorarci davvero".
Cosa speri per il futuro?
"Che appunto tutto questo ci sia stato di stimolo e di insegnamento. E che ora che stiamo - piano piano - ripartendo, ci si possa presentare sulla linea del via più maturi e più giusti. Migliori".
Joan As Police Woman
Chi ti ha coinvolto in questo progetto?
"Mi ha contattata Rodrigo D'Erasmo e mi ha chiesto se ero interessata".
Perché hai aderito?
"Perché è una causa che merita un'adesione".
Hai un rapporto particolare con l'Italia?
"Forse il mio legame maggiore è la capacità di saper prendere le cose alla leggera. Amo l'italia e mi sento lacerata dal fatto di non poter essere lì proprio adesso a fare gli show del mio tour. Sono stati tutti rischedulati per l'anno prossimo per cui spero comunque di tornare presto".
Dove sei in questo momento?
"Sono nel mio appartamento a Brooklyn, New York. Vivo da sola insieme a 45 piante che fanno una buona compagnia alla mia musica".
Com'è la situazione a New York in questo momento?
"Sta migliorando un po'. Il numero dei casi si sta lentamente abbassando. Come anche voi potrete capire benissimo non vediamo l'ora di poter tornare a vivere".
Vuoi dire qualcosa al tuo pubblico italiano?
"Voglio dire: Ti amo Italia. Attendo il ritorno e le prestazioni per tutti".
Rancore
"Credo siano passati meno di 20 giorni da quando Rodrigo D'Erasmo mi ha chiamato per chiedermi se volevo far parte di questo progetto. In pochissimo tempo ho scritto e registrato (dentro casa) la mia strofa. Tutto si è incastrato subito perfettamente. Il brano è cresciuto e ha trovato la sua forma definitiva in maniera molto naturale e abbiamo tutti partecipato a questo progetto spinti da un'idea importante".
A chi è dedicato?
"Volevamo accendere un riflettore sul mondo dietro le quinte dello spettacolo e di cercare di aiutare tutte le categorie di lavoratori con i quali noi lavoriamo (come tecnici, professionisti e le maestranze del settore dello spettacolo) che in questo momento si trovano più a rischio a causa di tutte le problematiche che il mondo della musica sta affrontando".
Perché hai scelto di aderire?
"Sembra un paradosso ma spesso ci siamo sentiti soli e divisi nonostante avessimo milioni di connessioni intorno a noi, forse in questo periodo di 'isolamentò stiamo ascoltando una voce interna che ci spinge ad agire in maniera più unita. La musica è un mondo complesso, spesso un terreno pericoloso, lo è sempre stato indipendentemente da questo periodo. Solo che questo momento complesso ha evidenziato in maniera chiara alcuni problemi. Questa era una bella occasione per lanciare un messaggio importante".
In cosa consiste il tuo apporto al progetto?
"Ho cercato di rompere per un attimo il sogno nel quale i musicisti e le voci di Joan e Daniele riescono a trasportarti, per poi creare vortici e tornadi di parole e rime, ed infine riportarti di nuovo nel sogno. È bello quando diversi linguaggi e diverse lingue riescono a parlarsi e a creare qualcosa di unico".
Come stai vivendo questo momento?
"Sto cercando di trasformare questo periodo in qualcosa di produttivo. Dopo due anni in cui non mi sono mai fermato (tra concerti, tour, collaborazioni, due volte a Sanremo e tante altre cose) ho avuto così poco tempo per scrivere che alla fine ho passato questo strano periodo sempre sul foglio e sempre con la penna in mano. Ho attaccato un Sm58 e ho insonorizzato praticamente registrando nell'armadio (come dico nella canzone). Ho viaggiato molto in questo periodo".
Cosa temi per il futuro?
"Che a livello psicologico resti un segno forte dopo questo periodo in cui le nostre menti sono state messe alla prova. Che tutto questo venga strumentalizzato per portare ancora più divisione".
Cosa speri per il futuro?
"Che ci sia unione e ogni ferita guarisca".
Rodrigo D'Erasmo
"Dal desiderio di condividere musica a distanza nel momento del confinamento con persone distanti sia in termini di genere musicale che geografici e accorciare in tal modo queste distanze fino ad annullarle".
A chi è dedicato?
"Ai tecnici, ai lavoratori tutti e alle maestranze del settore musicale messo in ginocchio da questo terribile momento. Ho subito pensato a loro, sono le persone in maggiore difficoltà a me più vicine e come tali ho subito desiderato fare qualcosa per accendere un riflettore su di loro e cercare insieme delle soluzioni possibili per il prossimo futuro".
Perché hai scelto di aderire?
"Perché stimo musicalmente ognuno dei partecipanti ed è stata una bella sfida collaborarci e perché tengo moltissimo ai tecnici professionisti del mondo della musica. Senza di loro il mio lavoro e quello di tutti i miei colleghi musicisti non sarebbe possibile".
In cosa consiste il tuo apporto al progetto?
"Ho orchestrato il brano scrivendo e registrando i miei violini come uso fare, costruendo una piccola orchestra d'archi tutta suonata da me. Dopo di che ho coordinato un po' i dodici apostoli anche grazie al preziosissimo aiuto di tre grandi professioniste come Francesca, Nora e Manuela che hanno costruito assieme a me il progetto discografico, benefico e promozionale perché fosse il più efficace possibile".
Come stai vivendo questo momento?
"Dando voce alla mia creatività per tenermi sano mentalmente e fisicamente. E cercando di tenermi informato, critico e propositivo per leggere al meglio la realtà che muta e prepararmi al prossimo futuro e alle novità che inevitabilmente porterà con se, dal punto di vista personale e professionale".
Cosa temi per il futuro?
"Che tutto questo ci allontani ancora di più, fisicamente e spiritualmente".
Cosa speri per il futuro?
"Che tutto questo invece ci unisca una volta per tutte e ci ricongiunga a questo meraviglioso, povero, maltrattato pianeta che non ci sopporta più".
Fabio Rondanini
Com'è nato questo progetto?"Nasce da un idea di Rodrigo in primis ma soprattutto da un profondo senso di gratitudine e un enorme stima verso i nostri colleghi e amici tecnici. I veri custodi del significato profondo di tutto quello che poi noi facciamo su un palco. L'amore e la passione al di là degli applausi e del successo".
Perché hai scelto di aderire?
"Abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto all'inizio di questo periodo disastroso. Personalmente non avevo molta voglia di fare musica in quei giorni, ma era per una causa importante e fondamentale ed è stato molto naturale e rigenerante, è stato un modo per reagire".
Come stai vivendo questo momento?
"Il momento è in continua evoluzione e così gli stati d'animo, sono molto preoccupato come tutti. Sento di essere particolarmente fortunato. L'appuntamento settimanale con Propaganda Live è stato fondamentale in questi giorni per mille motivi. Sono tra i pochi musicisti forse al mondo che in questo periodo stanno lavorando, vedo i miei amici e suono davanti ad un pubblico, anche se solo televisivo. Sento di far parte di qualcosa di molto importante e raro, che dovrebbe essere presa come esempio di etica del lavoro soprattutto nei riguardi della nostra categoria. Mi mancano anche molto le mie band ed i miei progetti".
Cosa temi per il futuro?
"Temo che si perda la direzione in quello che facciamo, che ci si abitui ancora di più alla mediocrità usando tutto questo come un enorme alibi. Temo anche, sempre parlando di musica e se volete di arte e cultura in generale, che tutte le realtà più grandi sopravvivano a discapito delle realtà più piccole. Senza emergenti non si va da nessuna parte. Questa situazione prima o poi finirà e dobbiamo pensare a quel dopo aiutando ora proprio i più piccoli e fare in modo che non scompaiano. Temo che si perda anche solo in parte il senso profondo dell'essere liberi".
Cosa speri per il futuro?
"Spero soprattutto che non si perda la direzione di quello che facciamo, che non ci si abitui ancora di più alla mediocrità usando tutto questo come un enorme alibi. Spero anche, sempre parlando di musica e se volete di arte e cultura in generale, che tutte le realtà più grandi non sopravvivano divorando le realtà più piccole. Senza emergenti non si va da nessuna parte. Questa situazione prima o poi finirà e dobbiamo pensare a quel dopo aiutando ora proprio i più piccoli e fare in modo che non scompaiano".
Alain Johannes
(musicista e produttore cileno-americano, ha suonato con Pj Harvey, Queens of the Stone Age e molti altri)Chi ti ha coinvolto in questo progetto?
"Il meraviglioso Rodrigo D'Erasmo".
Perché hai aderito?
"Adoravo la canzone e la causa per cui è stata realizzata".
Hai un rapporto particolare con l'Italia?
"Sì, ho fatto diversi concerti in Italia fin dagli anni 90 e ho sempre adorato il pubblico e la bellezza del Paese, la sua cultura, il suo cibo".
Dove sei in questo momento?
"Sono rimasto bloccato durante il tour a Santiago in Cile e sono qui in quarantena da due mesi circa".
Com'è la situazione a New York in questo momento?
"Sembrerebbe essere piuttosto brutta ma mi sembra che negli ultima giorni sia un po' di più sotto controllo".
Vuoi dire qualcosa al tuo pubblico italiano?
"Mando a tutti amore, forza e condoglianze per chi ha perso i suoi cari e spero che possiate stare tutti quanti bene".
Enrico Gabrielli
Come è nato questo progetto?"Rodrigo mi ha contattato nei primissimi giorni di lockdown, mentre ero a Torino. Avevo solo un flauto e un sassofono perché tutto il resto era rimasto a Milano. Entrambi quegli strumenti erano scassati, come il mio umore. Ma lo stimolo di fare qualcosa assieme ad altri, seppure a distanza, mi fece allegria. Il pezzo era ancora allo stato embrionale e sentirlo crescere nelle settimane a seguire è stato divertente. Inutile dire che internet resta un mezzo di ripiego per fare musica. L'unico pregio però è che abbatte tempo e distanze. Il modo di dire "ammazzare il tempo" gli casca a pennello".
Perché hai scelto di aderire?
"Rodrigo e quasi tutte le persone coinvolte sono persone a cui sono legato sia artisticamente che affettivamente. Con Rod sono cresciuto assieme negli ultimi dieci anni, con Daniele, Rancore e Il Mafio ho trascorso giorni bellissimi in riviera ligure nel 2019, con Fabio ho un patto di sangue inestinguibile, con Alain Johannes ho trascorso due anni della mia vita a fianco di PJ Harvey e con tutti gli altri, Laz, Venerus, Mace è affinità elettiva. Oltretutto è una delle migliori operazioni in supporto degli operatori dello spettacolo a cui partecipo".
In cosa consiste il tuo apporto al progetto?
"Sostanzialmente ho suonato dei flauti. Io non ho una postazione domestica particolarmente attrezzata e in più qui a casa ho un casino del diavolo per tutto il santo giorno. La contingenza determina le regole del gioco per cui in poco tempo e con pochi mezzi ho cercato di centrare l'idea. E a quanto pare è andata bene. Sono felice".
Come stai vivendo questo momento?
"Io vivo in una casa con molti bambini. All'inizio è stata francamente una scarpinata: nessuna privacy, orari irregimentati (come se non bastassero le regole nazionali), poco spazio per sé stessi. Ora abbiamo preso il ritmo e le giornate, grazie a questo asilo domestico, volano veloci. Mi sono fatto l'idea che da soli sia più faticoso nella lunga distanza che in quella breve. Ma è solo una supposizione. Non ho proprio più idea cosa voglia dire il termine 'appartarsi'. Mi piacerebbe, un giorno, riscoprirlo. Nota a margine: detesto la retorica del 'usate questo tempo per voi stessi'. Io stavo bene prima e non avevo necessità di interrompere quello che era un flusso naturale salvifico. Per un musicista non c'è miglior tempo che quello passato suonando di fronte a un pubblico. La musica è tempo. E non è mai perso".
Cosa temi per il futuro?
"Che ci sarà da aspettare questo 'futurò per troppo tempo ancora. E che si riponga troppe aspettative su quello che sarà probabilmente un semplice e graduale ritorno alla normalità".
Cosa speri per il futuro?
"Che il 'futurò arrivi il più presto possibile. E che sarà tutto esattamente come prima, nei suoi lati migliori. Purtroppo però l'unico grande cambiamento che la natura si auspica è il ridimensionamento della razza umana. Cosa dovremmo sperare dunque per il futuro, il bene per noi o il bene per la Terra? Se fossimo una specie meno contraddittoria interpreterei di più i segni".
Antonio Filippelli
Come è nato questo progetto?"Nel periodo iniziale di quarantena. Per quanto mi riguarda il periodo per me più 'scuro'. Avevo degli up & down clamorosi. Quando poi ci siamo sentiti per telefono con Rodrigo e abbiamo iniziato a scambiarci le session con le prime idee del brano si è riacceso il motore. In realtà è stato un processo naturale, anche se ci sono tanti 'attorì coinvolti con background musicali differenti, ognuno ha contribuito alla formazione del puzzle, ognuno con il suo pezzetto, idea, suggestione".
A chi è dedicato?
"A tutti i tecnici che soprattutto in questo tragico momento sembrano dei fantasmi, come se non esistessero. Persone con famiglie, grandi lavoratori che dedicano tante ore ed energie per far si che un concerto, uno spettacolo venga realizzato. Speriamo di accendere un riflettore sulla questione e piazzare tutti loro su di un 'palcò per far sapere a tutti che esistono".
Perché hai scelto di aderire?
"Per cercare di dare voce a chi magari per il pubblico non ha un volto, non ha un nome".
In cosa consiste il tuo apporto al progetto?
"A livello artistico ho prodotto e scritto insieme agli altri il brano. Nella fase iniziale ho fatto un po' da imbuto a tutte le idee che arrivavano, dando una struttura, una 'forma canzone', confrontandomi sempre con il collettivo. Per il resto cercherò di spargere il più possibile la voce".
Come stai vivendo questo momento?
"Mi sto abituando a stare in casa. A stare in famiglia e sono tornato a scrivere come non facevo da tempo. Cerco di circondarmi di bellezza che è presente nelle piccole cose. Cerco di non subire il bombardamento mediatico. Poi provo rabbia verso tutta la classe politica, sulla mala-gestione, sui loro futili slogan, sul fatto che loro stiano dando la responsabilità solo a noi cittadini, ci si indigna per le foto sui navigli (sacrosanto io sono stato il primo ad incazzarmi) ma vorrei che ci fosse la stessa indignazione sul fatto che non vengano fatti tamponi, che mancano i reagenti, che non esiste un sistema che tracci i contagi, gli asintomatici, sul disastro che stiamo vivendo in Lombardia, o del fatto che c'è un sacco di gente che non ha ricevuto ancora il primo bonus di 600 euro, o peggio neanche un euro da quando è stato messo in cassa integrazione".
Cosa temi per il futuro?
"Che la gente si incattivisca".
Cosa speri per il futuro?
"Che si riparta insieme in maniera diversa. Potrebbe essere l'occasione per capire cosa si è sbagliato in passato. Ci spero tanto".
Gabriele Lazzarotti
Come è nato questo progetto?"Mi hanno coinvolto Rodrigo e Daniele, appena cominciato il lockdown era chiaro che sarebbe passato del tempo prima di ritrovarsi fuori a suonare, una prospettiva cupa che però minacciava un impatto ancora più deciso su chi, in quei concerti mancati, ci avrebbe affiancato montando palchi, curando tempi e spazi".
A chi è dedicato?
"Il progetto è dedicato a loro, ai tecnici che oltretutto, con le maniche rimboccate di default, in quel primo periodo di dramma sanitario già si mettevano a disposizione, offrendo un 'Chiamate noi!' alle istituzioni che di colpo si trovavano ad allestire ospedali da campo e ricoveri sul territorio".
Perché hai scelto di aderire?
"Ho accettato immediatamente, per il piacere di suonare con gli altri e perché avrebbe coinciso con un aiuto concreto a chi di solito aiuta noi".
In cosa consiste il tuo apporto al progetto?
"Ho suonato il basso, Rodrigo mi ha spedito la traccia ancora strumentale, credo ci avessero lavorato Enrico e Daniele, ho provato a sottolineare le diverse dinamiche che il brano già prometteva, aggiungendo dei cambi armonici e qualche spunto ritmico".
Come stai vivendo questo momento?
"Vivo solo, soffro come tutti il distanziamento sociale ma suono, leggo, provo ad approfondire quello che per pigrizia rimandavo, approfittando dei tempi dilatati e del silenzio soprattutto, spettrale ma ipnotico in una città come Roma. Ho anche l'enorme privilegio di partecipare a Propaganda Live, lì ogni venerdì ritrovo agli altri, suoniamo e ceniamo assieme, con un piacere rituale che si è fatto quasi liturgia in questo periodo".
Cosa temi per il futuro?
"Temo ci si incattivisca, ci si avviti in una spirale innescata dalle difficoltà pratiche ma alimentata da chi spera di trarne profitti, anche solo elettorali. La crisi già fa sentire i denti sulle categorie più deboli, bisognerà restare lucidi".
Cosa speri per il futuro?
"Spero il virus ci lasci con la stessa velocità con cui s'è palesato, ma tralasciando i propositi da miss, mi piacerebbe che certe cicatrici collettive diventassero trofei da ricordare con orgoglio a un brindisi. Se terremo a bada anche la febbre del ritorno alla vecchia normalità, magari questo stravolgimento non richiesto contribuirà a un riordinamento delle priorità, per la spesa pubblica e per la crescita individuale".
Andrea Venerus
Com'è nato questo progetto?"Sono venuto a conoscenza di questo progetto tramite Rodrigo che ha invitato me e Mace a partecipare collettivamente alla realizzazione di un brano. Mi ha intrigato l'idea di poter connetterci tra persone che non si conoscono attraverso quello che sappiamo fare".
A chi è dedicato?
"È dedicato a tutte le persone coinvolte attivamente nel mondo della musica e dello spettacolo che in qualche modo sono state dimenticate dalle istituzioni come se fossero parte di una fetta di vita non necessaria allo svolgersi della quotidianità. Persone che invece hanno costruito la loro quotidianità e quella delle loro famiglie sull'essere tasselli fondamentali di un mondo di cui alla fine ciascuno usufruisce".
Perché hai scelto di aderire?
"È un modo semplice ma efficace di parlare di questi contenuti e di fare effettivamente qualcosa laddove poco è stato fatto dall'alto".
In cosa consiste il tuo apporto al progetto?
"Io, insieme a Mace, ho costruito il primo tassello di questa composizione su cui poi si sono inseriti gli altri musicisti. Abbiamo registrato il 'giro' di accordi e il groove portante della batteria per far cominciare il flusso creativo collettivo".
Come stai vivendo questo momento?
"In modo altalenante. Ho cercato di trovare un equilibrio, ma sinceramente sto cominciando a capire che forse non mi è possibile, perché la realtà che stiamo vivendo non è la normalità, e forse da un certo punto di vista è sbagliato convincersi che sia così. Mi sento come il letto di un fiume in secca, tutto é fermo, non c'è flusso, non c'è novità che mi passa attraverso".
Cosa temi per il futuro?
"Che questa situazione possa lasciare delle cicatrici molto profonde. E che il concetto di libertà individuale possa perire sotto il concetto di libertà collettiva. Sinceramente mi rendo conto della necessità di aderire a un decreto mirato a reagire alla situazione corrente, ma mi spaventa l'idea che al punto della storia dell'uomo in cui siamo arrivati non ci sia nessun tipo di alternativa. Si è comunque controllati dall'alto in modo quasi irreversibile, e questa cosa mi fa paura. Sono una persona intellettualmente sovversiva e questa cosa mi crea un po' di claustrofobia".
Cosa speri per il futuro?
"Spero che questa situazione abbia smosso i pensieri delle persone che effettivamente possono fare qualcosa per dare una svolta all'umanità. Che chi fosse convinto che l'uomo è l'essere dominante del pianeta abbia ridimensionato la propria prospettiva. Che si torni presto a poter essere tranquilli a uscire di casa".