Spettacoli

Cinque album per una settimana / 15

Le novità discografiche che meritano attenzione: ristampe doc e qualche nuovo nome
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Creedence Clearwater Revival – Cosmo’s Factory

E’ un capolavoro, lasciatecelo dire, è un album praticamente perfetto, rock, soul e pop mescolati con incredibile maestria, con grazia e potenza, con originalità e forza, da una delle più grandi band della storia del rock americano, capitanata dal leggendario John Fogerty. Vinile 180 grammi, masterizzato a mezza velocità dai nastri originali, roba per maniaci è evidente, ma disponibile fino ad ora solo in un box set. Oppure lasciate perdere la riedizione del cinquantennale, cercatelo su Spotify, Amazon o Apple Music e godetevi questo gioiello, con la travolgente Run through the jungle, la mirabolante Who’ll stop the rain, la micidiale cover di I heard it through the grapevine, undici brani che stanno insieme perfettamente. Da non perdere, da riscoprire, da ascoltare fino alla noia.
Voto 5

Kathleen Edwards – Total freedom

Lei è una cantautrice canadese, scrive belle canzoni, dal sapore tradizionalmente cantautorale, ben scritte, ben cantate e ben arrangiate, e Total freedom è certamente un disco che ne mette in luce le doti. Se il primo brano ricorda la migliore Suzanne Vega, il resto dell’album è decisamente più personale, anche perché lei racconta apertamente di se stessa, della sua vita, dei suoi amori falliti o rinati, in canzoni che si lasciano ascoltare con grande piacere e che, soprattutto quando pescano nel profondo dell’anima, come nella bellissima Birds on a feeder, toccano le corde migliori dei sentimenti e dell’arte.
Voto 3

Roy Ayers – Jazz is dead 002

Famoso, bravo e longevo, Roy Ayers non è mai stato un primo attore, ma da sempre è un comprimario geniale e apprezzatissimo, soprattutto da chi ama tutta la musica che confina con il jazz, moderna e possibilmente “groovy”. Con il suo vibrafono era assente dalla discografia da diciotto anni e l’album che ne segna il ritorno è un piacevolissimo esempio della sua capacità di restare al passo con i tempi senza perdere gli elementi costitutivi del suo stile. Realizzato con Adrian Younge e Ali Shaeed Muhammad di A Tribe Called Quest, tastierista e bassista che sotto il marchio Jazz is dead provano a realizzare una serie di lavori con “stelle” degli anni Settanta. Il risultato è godibilissimo, elegante, in perfetto equilibrio tra la nostalgia dei “seventies” che l’album vuole ovviamente richiamare e una naturale contemporaneità. E accanto ai giovani leoni l’ottantenne Ayers fa del suo meglio e si sente. Provate a mettere su Solace e lasciatevi trasportare dal ritmo. Vi farà bene.
Voto 4

The Waterboys – Good Luck, Seeker

Quattordicesimo album nella storia della band, che negli anni Duemila sta vivendo una nuova vita, ben diversa da quella che li rese famosi negli anni Ottanta, soprattutto per merito del “buonumore” del leader e frontman, Mike Scott, che ha trovato un suo personale e artistico equilibrio, che gli consente di mettere a fuoco un pop rock di altissima qualità, carico di energia positiva e anche, a tratti, di ironia. Vario e spesso soprendente, l’album mette insieme qualche spunto poetico, alcuni singoli potenti, belle melodie e un suono forte e convinto, caratteristico dei Waterboys ma mai orientato a celebrare il passato. E’ la varietà, l’ampiezza dello spettro sonoro e emotivo, a rendere l’album decisamente interessante, tra canzoni più drammatiche e intense come Low down in the broom e singoli pop come The soul singer. Il che significa anche che la noia è bandita tra i 14 brani dell’album.
Voto 4

Jerry Joseph – Beautiful Madness

Diciamo che la concisione non è il forte di Jerry Joseph, da Portland, uno dei moltissimi “soldati” dell’esercito del roots rock americano che negli Usa vivono una lunga carriera ma che dalle nostre parti passano, nella stragrande maggioranza dei casi, del tutto inosservati. Le canzoni durano tra i cinque e i sette minuti, ma, per tranquillizzare chi legge, non sono noiose. Questa volta Joseph ha trovato per il suo nuovo album una distribuzione europea, una recensione su Uncut e quindi l’attenzione di chi scrive. Che ha apprezzato lo stile “rugoso” della sua scrittura, la semplice formula tradizionale del rock americano riletta senza tanti fronzoli e nessuna ambizione se non quella di cantare e scrivere delle belle e tradizionali canzoni. Quindi se cercate novità o originalità dovete rivolgervi altrove, qui ci sono rock, folk e qualche briciolo di soul bianco, mescolati con grande saggezza. Provate ad ascoltare Bone Towers e poi se volete convincervi completamente mettete in play Dead Confederate, chitarra acustica, voce e stele guitar per rapire la vostra attenzione.
Voto 4