Cinque album per una settimana / 17
Ernesto Assante , di ERNESTO ASSANTELe novità discografiche che meritano attenzione: il mito di Miles Davis al ritorno dei Doves
Miles Davis - The Lost Septept
Keith Jarrett alle tastiere, Gary Bartz al sax , Michael Henderson al basso, e poi tre percussionisti, Ndugu Leon Chancler, Charles Don Alias e James Mtume Foreman. Sono questi i musicisti che con Miles Davis fecero un unico tour europeo, tra l'ottobre e il novembre del 1971, senza incidere nulla su disco. Un settetto dalla vita breve ma favoloso, come tutte le brevi formazioni che Davis mise in piedi in quel periodo. Il più "rock", potente e cosmico della sua avventura. L'album, doppio, è bellissimo, registrato a Vienna nel novembre del 1971 ed è l'unica testimonianza di questa formazione davisiana. Jarrett è inarrivabile, Bartz vola altissimo, Henderson e il trio di percussionisti tessono una tela ritmica che è talmente intricata e al tempo stesso perfetta che è facile perdere la testa se si cerca di seguirla. E poi c'è Miles, divino, che insegue le sue visioni con eleganza e …
Keith Jarrett alle tastiere, Gary Bartz al sax , Michael Henderson al basso, e poi tre percussionisti, Ndugu Leon Chancler, Charles Don Alias e James Mtume Foreman. Sono questi i musicisti che con Miles Davis fecero un unico tour europeo, tra l'ottobre e il novembre del 1971, senza incidere nulla su disco. Un settetto dalla vita breve ma favoloso, come tutte le brevi formazioni che Davis mise in piedi in quel periodo. Il più "rock", potente e cosmico della sua avventura. L'album, doppio, è bellissimo, registrato a Vienna nel novembre del 1971 ed è l'unica testimonianza di questa formazione davisiana. Jarrett è inarrivabile, Bartz vola altissimo, Henderson e il trio di percussionisti tessono una tela ritmica che è talmente intricata e al tempo stesso perfetta che è facile perdere la testa se si cerca di seguirla. E poi c'è Miles, divino, che insegue le sue visioni con eleganza e …
Miles Davis - The Lost Septept
Keith Jarrett alle tastiere, Gary Bartz al sax , Michael Henderson al basso, e poi tre percussionisti, Ndugu Leon Chancler, Charles Don Alias e James Mtume Foreman. Sono questi i musicisti che con Miles Davis fecero un unico tour europeo, tra l'ottobre e il novembre del 1971, senza incidere nulla su disco. Un settetto dalla vita breve ma favoloso, come tutte le brevi formazioni che Davis mise in piedi in quel periodo. Il più "rock", potente e cosmico della sua avventura. L'album, doppio, è bellissimo, registrato a Vienna nel novembre del 1971 ed è l'unica testimonianza di questa formazione davisiana. Jarrett è inarrivabile, Bartz vola altissimo, Henderson e il trio di percussionisti tessono una tela ritmica che è talmente intricata e al tempo stesso perfetta che è facile perdere la testa se si cerca di seguirla. E poi c'è Miles, divino, che insegue le sue visioni con eleganza e precisione. Manca la chitarra di McLaughlin, ma Davis fa del suo meglio con il wha wha per indicare che avrebbe voluto Hendrix.
Voto 5
Doves - The Universal Want
Il rock ha ancora una sua ragion d'essere e i Doves lo sanno bene. Ne conoscono la formula magica, che cambiano giocando con le sostanze che hanno a disposizione (creatività, passione, intelligenza, sentimento) in equilibri differenti. Quindi in questo nuovo album ci sono momenti entusiasmanti e altri riflessivi, canzoni per dar soddisfazione all'intelletto e brani che puntano al cuore, frutto di una lunga pausa, ben undici anni, che ha fatto diventare i componenti della band degli uomini di mezza età che scrivono canzoni con maggiore saggezza e una conquistata maturità. E' un gran bel disco, che ci racconta i nostri tempi mescolando speranza e malinconia, elettricità e elettronica, senza copiare nessuno e senza assomigliare a nessun'altra.
Voto 4
Gillian Welch, David Rawlings - All the good times are past and gone
Due chitarre, due voci. Il soggiorno di casa e un registratore di ottima qualità. Basta premere sul tasto "record" e tutto inizia a scorrere perfettamente nella casa di Gillian Welch e David Rawlings. Frutto di una catastrofe naturale, un tornado che nello scorso marzo ha praticamente distrutto il loro studio di registrazione, e del lockdown dei mesi seguenti, questo album è praticamente un invito a casa dei due musicisti, che per intrattenere se stessi e gli amici, suonano una serie di cover, di brani tradizionali e canzoni d'autore, riarrangiati secondo le loro, deliziose, predisposizioni musicali. Ne viene fuori un capolavoro acustico del quale è impossibile non innamorarsi, con il gusto della musica tradizionale americana, country e folk, mescolato con una sensibilità contemporanea. Gillian Welch è sempre meravigliosa, ma in questo caso, con due magnifiche cover di Bob Dylan, è la voce di David Rawlings a dare il meglio. Un album da ascoltare nelle prossime sere d'inverno, per riscaldare il cuore e l'anima.
Voto 4 ½
Jon Anderson - 1000 Hands
L'ex cantante degli Yes compirà settantasei anni in ottobre ma, ad ascoltare questo disco, è facile supporre non solo che ne abbia molti di meno ma che è pronto a cantare per altri settantasei anni, tanto limpida, precisa e affascinante è ancora la sua voce. L'album è una celebrazione del suo stile vocale, che si adatta facilmente a generi diversi senza mai perdere la rotta: troviamo quindi il pop, il progressive, le ballate, un pizzico di fusion, addirittura qualche atmosfera orientaleggiante, suoni acustici ed elettronici, in un caleidoscopio che non mancherà di dare soddisfazione a chi ama il cantante inglese. Superproduzione, moltissimi ospiti di rilievo, da Alan White a Carmine Appice, da Chick Corea a Steve Morse, da Ian Anderson dei Jethro Tull ai suoi vecchi compagni Steve Howe e lo scomparso Chris Squire. I pezzi più pop sono meno avvincenti, ma il disco, per chi ama la voce di Anderson, merita un ascolto.
Voto 3
Jyoti - Mama, you can bet!
Molto del nuovo jazz porta un segno femminile interessante e il lavoro di Jyoti, alias Giorgia Anne Muldrow lo conferma. In quella terra inafferrabile e affascinante in cui jazz, funk, r'n'b e soul si incontrano, la polistrumentista americana, che già da tempo si era fatta notare per il suo eclettico stile, da vita a un album che mette insieme ingegno e sorpresa, percorrendo strade spesso contrastanti, in alcuni momenti più facili e immediate, in altri più concettuali e avventurose. Jazz senza alcun dubbio, con chiari riferimenti a Mingus, l'inevitabile richiamo a Coltrane (il nome Jyoti lo ha dato a Giorgia niente di meno che Alice Coltrane), ma con una carica moderna e "urban" che rende tutto estremamente affascinante e attuale.
Voto 4
Keith Jarrett alle tastiere, Gary Bartz al sax , Michael Henderson al basso, e poi tre percussionisti, Ndugu Leon Chancler, Charles Don Alias e James Mtume Foreman. Sono questi i musicisti che con Miles Davis fecero un unico tour europeo, tra l'ottobre e il novembre del 1971, senza incidere nulla su disco. Un settetto dalla vita breve ma favoloso, come tutte le brevi formazioni che Davis mise in piedi in quel periodo. Il più "rock", potente e cosmico della sua avventura. L'album, doppio, è bellissimo, registrato a Vienna nel novembre del 1971 ed è l'unica testimonianza di questa formazione davisiana. Jarrett è inarrivabile, Bartz vola altissimo, Henderson e il trio di percussionisti tessono una tela ritmica che è talmente intricata e al tempo stesso perfetta che è facile perdere la testa se si cerca di seguirla. E poi c'è Miles, divino, che insegue le sue visioni con eleganza e precisione. Manca la chitarra di McLaughlin, ma Davis fa del suo meglio con il wha wha per indicare che avrebbe voluto Hendrix.
Voto 5
Doves - The Universal Want
Il rock ha ancora una sua ragion d'essere e i Doves lo sanno bene. Ne conoscono la formula magica, che cambiano giocando con le sostanze che hanno a disposizione (creatività, passione, intelligenza, sentimento) in equilibri differenti. Quindi in questo nuovo album ci sono momenti entusiasmanti e altri riflessivi, canzoni per dar soddisfazione all'intelletto e brani che puntano al cuore, frutto di una lunga pausa, ben undici anni, che ha fatto diventare i componenti della band degli uomini di mezza età che scrivono canzoni con maggiore saggezza e una conquistata maturità. E' un gran bel disco, che ci racconta i nostri tempi mescolando speranza e malinconia, elettricità e elettronica, senza copiare nessuno e senza assomigliare a nessun'altra.
Voto 4
Gillian Welch, David Rawlings - All the good times are past and gone
Due chitarre, due voci. Il soggiorno di casa e un registratore di ottima qualità. Basta premere sul tasto "record" e tutto inizia a scorrere perfettamente nella casa di Gillian Welch e David Rawlings. Frutto di una catastrofe naturale, un tornado che nello scorso marzo ha praticamente distrutto il loro studio di registrazione, e del lockdown dei mesi seguenti, questo album è praticamente un invito a casa dei due musicisti, che per intrattenere se stessi e gli amici, suonano una serie di cover, di brani tradizionali e canzoni d'autore, riarrangiati secondo le loro, deliziose, predisposizioni musicali. Ne viene fuori un capolavoro acustico del quale è impossibile non innamorarsi, con il gusto della musica tradizionale americana, country e folk, mescolato con una sensibilità contemporanea. Gillian Welch è sempre meravigliosa, ma in questo caso, con due magnifiche cover di Bob Dylan, è la voce di David Rawlings a dare il meglio. Un album da ascoltare nelle prossime sere d'inverno, per riscaldare il cuore e l'anima.
Voto 4 ½
Jon Anderson - 1000 Hands
L'ex cantante degli Yes compirà settantasei anni in ottobre ma, ad ascoltare questo disco, è facile supporre non solo che ne abbia molti di meno ma che è pronto a cantare per altri settantasei anni, tanto limpida, precisa e affascinante è ancora la sua voce. L'album è una celebrazione del suo stile vocale, che si adatta facilmente a generi diversi senza mai perdere la rotta: troviamo quindi il pop, il progressive, le ballate, un pizzico di fusion, addirittura qualche atmosfera orientaleggiante, suoni acustici ed elettronici, in un caleidoscopio che non mancherà di dare soddisfazione a chi ama il cantante inglese. Superproduzione, moltissimi ospiti di rilievo, da Alan White a Carmine Appice, da Chick Corea a Steve Morse, da Ian Anderson dei Jethro Tull ai suoi vecchi compagni Steve Howe e lo scomparso Chris Squire. I pezzi più pop sono meno avvincenti, ma il disco, per chi ama la voce di Anderson, merita un ascolto.
Voto 3
Jyoti - Mama, you can bet!
Molto del nuovo jazz porta un segno femminile interessante e il lavoro di Jyoti, alias Giorgia Anne Muldrow lo conferma. In quella terra inafferrabile e affascinante in cui jazz, funk, r'n'b e soul si incontrano, la polistrumentista americana, che già da tempo si era fatta notare per il suo eclettico stile, da vita a un album che mette insieme ingegno e sorpresa, percorrendo strade spesso contrastanti, in alcuni momenti più facili e immediate, in altri più concettuali e avventurose. Jazz senza alcun dubbio, con chiari riferimenti a Mingus, l'inevitabile richiamo a Coltrane (il nome Jyoti lo ha dato a Giorgia niente di meno che Alice Coltrane), ma con una carica moderna e "urban" che rende tutto estremamente affascinante e attuale.
Voto 4