Le novità discografiche che meritano attenzione: tornano i Flaming Lips e il piccolo capolavoro di Zara McFarlane
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Zara McFarlane – Songs of an unknown tongue
Mai titolo fu più giusto. L’album di Zara McFarlane è scritto in una lingua musicale sconosciuta, sono canzoni di una straordinaria modernità, pur avendo solidissime radici nel jazz, nella musica elettronica, nel pop, nelle sue radici caraibiche. C’è il passato, ma visto solo come piattaforma per partire e andare altrove. E il disco è bellissimo, rimescola le carte della forma canzone facendosi beffe di ogni possibili e ovvietà. Sorprese ed emozioni, sostenute da una eccellente vocalità e da idee, tante e spesso avventurose. Grande album. Voto 4 ½
Chuck Prophet - The land that time forgot
In questo caso l’ovvietà regna sovrana. Ma se per ovvietà consideriamo un pugno di belle canzoni, ben scritte, ben arrangiate e ben cantate, allora è un’ovvieta che ci sentiamo di sottoscrivere. Chuck Prophet è uno di quei rocker che conoscono bene l’arte del songwriting, senza tempo e fuori dal tempo, in grado di scrivere un album in cui c’è una canzone dedicata a Johnny Thunders, una “Nixonland” che merita in altri tempi sarebbe diventata un classico, e una conclusiva “Get off the stage”, che invita Trump a disoccupare la scena. Se amate la classica canzone rock americana l’album fa per voi. Voto 3 ½
Steve Von Till – No wilderness deep enough
Ammettiamo che non c’è la possibilità di collocare questo lavoro di Steve Von Till in nessuna categoria conosciuta, non c’è genere o stile che possa in qualche modo contenerlo. Detto questo chi ama l’oscurità, certo modo di cantare con toni gravi, voce profondissima, un certo gusto nel ricordare Leonard Cohen o Tom Waits, ma con enorme distanza musicale dall’uno come dall’altro. Piattaforma di tutti i brani è l’elettronica, o comunque suoni filtrati e dilatati oltre ogni misura, sui quali Von Till canta e recita, drammaticamente, prediligendo il buio alla luce, la vastità al particolare. L’effetto è straniante, il risultato interessante. Voto 3 ½
L.A. Witch – Play With Fire
Un trio femminile losangelino, nove brani, trenta minuti di musica in tutto. Pezzi rock, intensi e tesi, dominati dal suono della chitarra, post rock, post punk, post tutto, semplici e diretti. Molto è già sentito e non ci sono particolari sorprese, ma in una stagione come questa, dove rock tagliato a pezzi grossi se ne sente poco, l’album delle streghe di Los Angeles, si ascolta con piacere Voto 3
The Flaming Lips – American Head
Che Wayne Coyne e la sua band sappiano coniugare genialità e sregolatezza è ormai noto, sono in grado di produrre capolavori e superfluità in pari modo, e proprio questo loro essere liberi di sbagliare come di far centro a seconda delle loro inclinazioni del momento li rende particolarmente interessanti. In questo caso fanno centro, “American head” è un gran bel disco, aperto magistralmente da “Will you return/when you come down” che merita senza dubbio alcuno la heavy rotation nelle vostre playlist. E’ il resto non è da meno, grandi canzoni, sguardi saggiamente psichedelici, musica che non teme confronti con la contemporaneità e vola spesso altissima. Voto 4 ½