Spettacoli

'Remain in light', quarant'anni della pietra miliare dei Talking Heads

Nel 1980 usciva l'album che azzerò le distanze tra i generi. In studio c'erano David Byrne, Chris Frantz, Tina Weymouth e Jerry Harrison: dietro la console per uccidere, senza saperlo, il rock. Dandogli così una nuova vita

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C’è un prima e un dopo. Prima c’era un mondo di suoni in cui la verità di quello che ascoltavamo era davanti alle nostre orecchie e dopo questa verità non c’è più. Prima c’era il rock, il punk, l’elettronica, la new wave, poi c’è la musica digitale, irreale, smaterializzata, ci sono culture e mondi che si mescolano, s’intrecciano si confondono. In mezzo c’è un disco, un album che cambia tutto, davvero tutto, intitolato Remain in light, realizzato dai Talking Heads, uscito l’8 ottobre del 1980, esattamente quaranta anni fa.


Remain in light non è solo il capolavoro assoluto della band di David Byrne, Chris Frantz, Tina Weymouth e Jerry Harrison, ma uno dei dischi più importanti del secolo scorso, un album dal quale è impossibile prescindere per comprendere tutta la musica che è venuta dopo. E’ un disco di rock, in ipotesi, perché rock è la cultura dalla quale provengono i Talking Heads, cresciuti nella scena punk e new wave newyorkese. Ma allo stesso tempo il disco certifica la “morte” del rock, come sistema di valori, come linguaggio e stile, come chiave di lettura della contemporaneità. Remain in light dipinge un “altrove” dove la musica popolare non si era mai spinta, ci porta oltre le Colonne d’Ercole dei generi, degli stili, dei linguaggi codificati, mescolando l’Africa e Berlino, New York e Lagos, il pop, il rap, la disco, il funk, l’elettronica, l’avanguardia e, davvero, ancora molto altro. “Ascoltavo Fela Kuti, King Sunny Ade e soprattutto Manu Dibango”, dice Chris Frantz, “quei ritmi erano fantastici e mi piaceva moltissimo l’idea di poterli portare all’interno della nostra musica. Lavorammo con Tina alla registrazione di molte tracce”.

David Byrne non c’era, impegnato con Eno alla realizzazione di un altro disco fondamentale del momento, My life in the bush of ghosts: “David Byrne, anche se noi non lo sapevamo, aveva lasciato il gruppo nel dicembre del 1979. Aveva in mente il progetto di My life in the bush of ghost con Eno, che a sua volta era preso nel momento della no wave, e si misero al lavoro per proprio conto. “Io e Chris iniziammo a fare delle session e registrare nuovo materiale e quando fu pronto chiamammo Eno e Byrne per fargli ascoltare quello che avevamo in mente”, ricorda Tina Weymouth “e in pochi minuti ci mettemmo a suonare, improvvisando, su pochi accordi come nel jazz. Eno disse che il materiale era buono, ma che bisognava complicarlo, perché era troppo pop. “Once in a lifetime” fu l’inizio di un lavoro davvero fantastico”.

Nulla, in Remain in light è quello che sembra, perché il lavoro fatto in studio con Brian Eno rende l’album un perfetto prodotto post-moderno, in cui il virtuale occupa la scena diventando il cuore, sintetico e pulsante, dell’intera operazione, i brani sono costruiti mettendo letteralmente uno strato di suono sopra l’altro, gli strumenti sono filtrati e modificati, i suoni sono smembrati, ricomposti, manipolati, di “naturale” alla fine forse ci sono solo le voci, sulle quali svetta quella di David Byrne, che con la sua fisicità rende tutto ancora più emozionante. Il bello è che la band, dopo aver realizzato un album innovativo, rivoluzionario, si mosse per proporlo dal vivo, con una formazione molto allargata, per poter ricreare in concerto i “layer”, gli intrecci, le poliritmie, le sonorità futuribili che erano nel disco, e quei concerti diventeranno ancora più leggendari del disco stesso, travolgenti, coinvolgenti ed unici. “Fu un periodo straordinario e difficile”, dice ancora Chris Frantz, “eravamo tutti esaltati da quello che avevamo fatto, ma al tempo stesso tra di noi non c’era più la sintonia di un tempo, da un lato c’erano David e Brian Eno e dall’altra io e Tina”.

I Talking Heads non produrranno più album così importanti e geniali, ma resteranno ancora una delle band fondamentali degli anni Ottanta. Ma tutti i dischi che verranno realizzati dopo, da artisti d’ogni ordine e grado, terranno a mente la lezione di Remain in light e la musica popolare non sarà più la stessa.