Venerdì scorso è arrivato sulle piattaforme e nei negozi il nuovo album, di Maldestro, Egosistema, a due anni e mezzo dal precedente lavoro del bravissimo cantautore napoletano. 11 tracce nuove, nel senso pieno del termine, perché Maldestro ha provato ad andare avanti, a rinnovarsi, a capire il mondo che ha intorno e, al tempo stesso, si è guardato dentro, cercando di trovare la sua vera voce. “Si, l’album è nato per l’esigenza di spogliarmi completamente e di mettere le cose al proprio posto senza troppi giri di parole e fronzoli e farmi vedere realmente come sono”, ci dice, “così anche il processo creativo è stato diverso da quello degli altri album, veloce, semplice, mettendoci dentro quello che pensavo realmente. Non che gli altri album raccontassero cose vere e mie, ma in questo lavoro racconto Antonio, sono io e non Maldestro ad andare in scena”.
[[ge:rep-locali:repubblica:271820528]]
E’ una sorta di modo per ripartire se non proprio da zero ma di certo dalle basi…
“Si, assolutamente, amo curiosare, affrontare cambiamenti, arrivare addirittura a distruggere quello che ho fatto per costruire cose nuove. Questo forse è il primo disco in cui ho portato tutto alle estreme conseguenze, facendo tutto in prima persona”.
Quindi è cambiato anche il modo di scrivere?
“Prima mi mettevo allo strumento e scrivevo, in questo caso ho lavorato molto con il computer, buttavo giu dei beat, delle basi, poi usavo il pianoforte come riferimento. Se le cose quadravano iniziavo a scriverci sopra, scrivevo e suonavo allo stesso tempo, ed è stato tutto molto più creativo e divertente”.
Lei è arrivato sulle scene proprio all’inizio di questo clamoroso cambiamento della canzone italiana. Come lo vive?
“Io penso che sia una grande fortuna che le cose siano cambiate, se ancora ci fosse la musica di ieri vorrebbe dire che qualcosa non va per il verso giusto. Ma è anche bello che molti dei giovani tengano conto di quello che c’è stato prima, quando il passato incontra il presente possono nascere cose interessanti. Comunque ci sono talenti pazzeschi tra i giovani di cui sono estremamente invidioso, fanno cose molto belle dalle quali ho imparato molto. Ho provato a captare il loro linguaggio, è necessario provare a comprenderlo, del resto nemmeno noi parliamo più come prima. Anzi mi fanno incazzare quelli che dicono che i giovani ascoltano solo musica di merda senza provare a comprendere. Certo, non tutto è bello, ma bisogna almeno cercare di capire cosa accade attorno a noi”.
Cosa l’ha spinta a scrivere quest’album?
“La voglia di essere me stesso, fino in fondo, una persona e non un personaggio. La voglia di cantare storie in cui magari altri possano riconoscersi. E poi, soprattutto, l’amore per la musica e per la canzone”.
E c’è sempre di mezzo Napoli, la sua città…
“Con la quale ho un bellissimo rapporto di odio e amore, simile a quello che in tanti hanno per la priorità città. Napoli è particolare lo sappiamo tutti, piena di misteri, di fascino, di problemi, di bellezza e di paura. Io amo raccontare Napoli senza raccontare Napoli, io parlo di sentimenti che possono essere universali ma scritti da un ragazzo napoletano senza pizza e mandolino. E’ un po’ la filosofia di Troisi, che credo che sia stato l’unico a raccontare Napoli senza raccontare Napoli”.
E ora l’album esce nel bel mezzo di una crisi difficilissima.
“E’ complicato, è un periodo difficile, avevamo programmato date per presentare l’album dal vivo ma da un giorno all’altro le cose cambiano. Bisognerà trovare un modo per promuovere il disco, una soluzione virtuale non va esclusa, oggi bisogna confrontarsi con questa realtà, il virtuale parte della vita, prenderne le distanze non è la cosa giusta, anzi comprenderlo meglio e usarlo in maniera adeguata, senza spocchia, senza la pigrizia di un commento negativo verso qualcosa di nuovo. E’ uno strumento che ha cambiato la vita e bisogna usarlo nella maniera più sana possibile, ci proveremo”.
[[ge:rep-locali:repubblica:271820528]]
E’ una sorta di modo per ripartire se non proprio da zero ma di certo dalle basi…
“Si, assolutamente, amo curiosare, affrontare cambiamenti, arrivare addirittura a distruggere quello che ho fatto per costruire cose nuove. Questo forse è il primo disco in cui ho portato tutto alle estreme conseguenze, facendo tutto in prima persona”.
Quindi è cambiato anche il modo di scrivere?
“Prima mi mettevo allo strumento e scrivevo, in questo caso ho lavorato molto con il computer, buttavo giu dei beat, delle basi, poi usavo il pianoforte come riferimento. Se le cose quadravano iniziavo a scriverci sopra, scrivevo e suonavo allo stesso tempo, ed è stato tutto molto più creativo e divertente”.
Lei è arrivato sulle scene proprio all’inizio di questo clamoroso cambiamento della canzone italiana. Come lo vive?
“Io penso che sia una grande fortuna che le cose siano cambiate, se ancora ci fosse la musica di ieri vorrebbe dire che qualcosa non va per il verso giusto. Ma è anche bello che molti dei giovani tengano conto di quello che c’è stato prima, quando il passato incontra il presente possono nascere cose interessanti. Comunque ci sono talenti pazzeschi tra i giovani di cui sono estremamente invidioso, fanno cose molto belle dalle quali ho imparato molto. Ho provato a captare il loro linguaggio, è necessario provare a comprenderlo, del resto nemmeno noi parliamo più come prima. Anzi mi fanno incazzare quelli che dicono che i giovani ascoltano solo musica di merda senza provare a comprendere. Certo, non tutto è bello, ma bisogna almeno cercare di capire cosa accade attorno a noi”.
Cosa l’ha spinta a scrivere quest’album?
“La voglia di essere me stesso, fino in fondo, una persona e non un personaggio. La voglia di cantare storie in cui magari altri possano riconoscersi. E poi, soprattutto, l’amore per la musica e per la canzone”.
E c’è sempre di mezzo Napoli, la sua città…
“Con la quale ho un bellissimo rapporto di odio e amore, simile a quello che in tanti hanno per la priorità città. Napoli è particolare lo sappiamo tutti, piena di misteri, di fascino, di problemi, di bellezza e di paura. Io amo raccontare Napoli senza raccontare Napoli, io parlo di sentimenti che possono essere universali ma scritti da un ragazzo napoletano senza pizza e mandolino. E’ un po’ la filosofia di Troisi, che credo che sia stato l’unico a raccontare Napoli senza raccontare Napoli”.
E ora l’album esce nel bel mezzo di una crisi difficilissima.
“E’ complicato, è un periodo difficile, avevamo programmato date per presentare l’album dal vivo ma da un giorno all’altro le cose cambiano. Bisognerà trovare un modo per promuovere il disco, una soluzione virtuale non va esclusa, oggi bisogna confrontarsi con questa realtà, il virtuale parte della vita, prenderne le distanze non è la cosa giusta, anzi comprenderlo meglio e usarlo in maniera adeguata, senza spocchia, senza la pigrizia di un commento negativo verso qualcosa di nuovo. E’ uno strumento che ha cambiato la vita e bisogna usarlo nella maniera più sana possibile, ci proveremo”.