Bauhaus: quarant'anni fa iniziava l'apocalisse della musica dark
di
Carmine Saviano
La band inglese pubblicò l'album d'esordio 'In the Flat Field': chitarre distorte, fantasmi, cattedrali gotiche e vampiri per mettere in musica la dissidenza giovanile
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Un'immagine in bianco e nero, come se si trattasse di un frame da un noir degli anni Venti. Un ragazzo, nudo e magrissimo in primo piano, il corpo quasi attratto dalla luce che proviene dalla finestra, mentre il volto, coperto da lunghi capelli neri, è reclinato verso l'interno della stanza. Porta con sé una chiarina, quello strumento simile a una tromba che nella pittura medievale e rinascimentale si può osservare spesso tra le mani degli angeli che annunciano l'Apocalisse. E il senso della copertina di In the Flat Field, il primo disco dei Bauhaus uscito 40 anni fa, il 3 novembre del 1980, era proprio quello: l'annuncio della fine dei tempi, quelli musicali almeno. E l'inaugurazione di una nuova epoca del rock in cui il verbo sarebbe stato uno solo: quello del dark.
Pretenzioso, forse. Ma l'essere di un bel po' al di sopra delle righe è sempre stato il tratto caratteristico della musica e dell'estetica del gruppo inglese guidato da Peter Murphy. Sin dalla scelta del nome, un omaggio alla corrente architettonica tedesca di cui a Murphy e soci interessava soprattutto il suono della parola e non tanto l'impalcatura concettuale. C'è di sicuro che In the flat field - insieme ai lavori coevi di Siouxsie And The Banshees, dei Cure e dei Birthday Party di Nick Cave - diede il via a quella stagione del rock, il dark appunto, che ancora oggi tra chitarre dissonanti e occhioni dipinti di nero, tra ritmi tribali e facce emaciate, continua ad essere una delle riserve della musica popolare contemporanea. Uno stile che passa indenne tra mode musicali sempre più repentine.
E i Bauhaus sono sin da subito il laboratorio teatrale attraverso il quale Peter Murphy mise in scena la sua lotta personale per spogliarsi dall'educazione cattolica che aveva ricevuto. Neanche a dirlo: e che avevano ricevuto la maggior parte dei ragazzi inglesi che all'inizio degli anni Ottanta avevano all'incirca vent'anni. Una critica in forma musicale che pur essendo anni luce lontana dall'immediatezza "barbara" del punk, ne raccoglieva l'insegnamento fondamentale: usare le canzoni per manifestare la propria dissidenza radicale dal "qui e ora", dall'Inghilterra conservatrice di quegli anni, dal lavora-consuma-crepa, da quel mondo blindato nel canovaccio ideologico della cortina di ferro.
Una affermazione di libertà che si sottraeva al mondo recuperando - non proprio filologicamente - l'attenzione verso forme sacrali ancestrali: fantasmi, l'ombra delle cattedrali gotiche, vampiri, supplizi e giù di lì. Basta pensare che la pubblicazione di In The Flat Field fu preceduta da un singolo, Bela Lugosi's Dead, che ancora oggi aspira alla prima posizione nella classifica della migliore "danza macabra" del rock. Soprattutto nella sua dimensione live, quando il talento di Peter Murphy come frontman poteva manifestarsi appieno. Ne si può apprezzare la carica ipnotica in Miriam si sveglia a mezzanotte, il film di Tony Scott del 1983 con David Bowie e Catherine Deneuve, in cui viene mostrata proprio una esibizione del gruppo inglese.
E a quarant'anni di distanza, proprio per la loro funzione paradigmatica di un intero genere, le canzoni di In The Flat Field non hanno perso nulla del loro fascino. Nella prima edizione l'album si apriva con la straniante Double Dare e con la canzone che dava il titolo all'album. Pochi minuti per entrare in una dimensione musicale che allora era del tutto inedita. E che oggi continua a essere fonte di ispirazione - che a volte diventa di puro plagio - per chi cerca, chitarra e batteria alla mano, di dare una forma musicale ai lati opachi e misteriosi dell'esistenza.