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Myss Keta, i rider, il burqa: "La provocazione fa parte del mio dna"

Esce venerdì 13 il nuovo EP della rapper, 'Il cielo non è un limite'
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C’è una rider con tacco dodici in sella alla sua bici per le vie di Milano ed è il personaggio più forte tra quelli del nuovo EP di Myss Keta Il cielo non è un limite. Se nel ’92 Jovanotti cantava “no che non m’annoio” felice di partecipare comunque alla festa, quasi 30 anni dopo la Rider Bitch di Myss Keta urla “No che non lo consegno, e sai dove te lo metto?”, inceppando l’ingranaggio attorno al quale gira il mondo: “Tu lo chiami capitalismo, io la chiamo schiavitù”, dice con un sospiro e non si capisce se voglia più sedurre o aggredire. Poi chiude con un sonoro “Fuck capitalism”.

Una Myss Keta mai tanto esplicita politicamente.
«Era proprio un argomento caldissimo, durante questi mesi l’abbiamo vissuto tutti. In una Milano deserta e martoriata dalla pandemia giravano solo i rider per le consegne a domicilio, gli stessi poi trattati malissimo, senza diritti,…
C’è una rider con tacco dodici in sella alla sua bici per le vie di Milano ed è il personaggio più forte tra quelli del nuovo EP di Myss Keta Il cielo non è un limite. Se nel ’92 Jovanotti cantava “no che non m’annoio” felice di partecipare comunque alla festa, quasi 30 anni dopo la Rider Bitch di Myss Keta urla “No che non lo consegno, e sai dove te lo metto?”, inceppando l’ingranaggio attorno al quale gira il mondo: “Tu lo chiami capitalismo, io la chiamo schiavitù”, dice con un sospiro e non si capisce se voglia più sedurre o aggredire. Poi chiude con un sonoro “Fuck capitalism”.

Una Myss Keta mai tanto esplicita politicamente.
«Era proprio un argomento caldissimo, durante questi mesi l’abbiamo vissuto tutti. In una Milano deserta e martoriata dalla pandemia giravano solo i rider per le consegne a domicilio, gli stessi poi trattati malissimo, senza diritti, agli ultimi gradini della scala sociale. Tutti a lodare gli infermieri e i lavoratori dei supermercati ma dei rider non si è ricordato nessuno».

La rider come simbolo delle contraddizioni del capitalismo.
«Il mondo contemporaneo è sfaccettato e si contraddice continuamente. Di contraddizione parlo anche nel brano successivo, Photoshock, dove una modella posa di fronte al fotografo e non si capisce se sia lei a essere fagocitata dalla situazione oppure il fotografo, chi abbia il potere e chi no. È il mondo in cui viviamo».

Un mondo dove un giorno dichiari al tg che “non ce n’è coviddi” e il giorno dopo quello è un balletto e tu un personaggio.
«Questo esempio è al cento per cento il contemporaneo di cui parlo. Sono queste le immagini su cui mi piace riflettere. Mi fa pensare anche a quanto sia difficile rimanere equilibrati e bilanciati in mezzo a tutto il caos che ci circonda, ma non è un giudizio».




Anche nella sua “Burqa di Gucci” c’è uno scontro di immagini.
«Da una parte c’è il tratto culturale e religioso, dall’altro una persona che si cala in un personaggio. Il burqa è un elemento che entra con forza nella cultura occidentale dopo l’11 settembre e Myss mastica il contemporaneo e poi lo ributta fuori, infatti diventa il Burqa di Gucci».

Come si definirebbe: una cantante, una performer, una provocatrice culturale?
«Mi considero più una performer. Se agisco sul piano culturale lo devono giudicare gli altri, mentre provocatrice sì, lo sono nel dna».

Nel nuovo disco canta in tedesco, inglese, greco antico. Ha studiato lingue?
«O forse ho delle ottime amiche a Berlino che mi hanno aiutato. Può essere una delle due».

Mai dire nulla sulla vita privata.
«Sia mai».

Tante lingue diverse in un album significa anche che lei si vede proiettata all’estero?
«Non mi pongo limiti, gli orizzonti si sono inevitabilmente allargati fuori dall’Italia. Mi proietto nel mondo ma senza pensare a un obiettivo preciso. La cosa bella di Myss è che le sue sonorità da club uniscono al di là delle parole, si può seguire anche senza capire le parole perché il mood è sempre comprensibile, tutti capiscono se sono sensuale oppure arrabbiata».