Quando uscì My Sweet Lord (23 novembre 1970 negli Stati Uniti, 15 gennaio 1971 in Gran Bretagna), George Harrison era in piena esplosione creativa. Nell'ultima fase dell'epopea beatlesiana era forse il più scontento dei quattro: voleva più spazio per la sua musica. Non a caso era stato il primo a pubblicare un disco da solista (Wonderwall Music, novembre 1968, colonna sonora di un film con Jane Birkin), così come aveva esordito nelle vesti di produttore con il singolo Sour Milk Sea di Jackie Lomax, uno degli artisti messi sotto contratto dalla giovanissima etichetta Apple. E poi aveva suonato con Eric Clapton e Delaney & Bonnie, criticato più volte i suoi compagni (nel film Let it be discute apertamente con Paul McCartney durante le prove) e mostrato a più riprese tutta la sua sarcastica insofferenza nei confronti delle ormai logore dinamiche della band.
Dopo la fase sperimentale, arrivò al suo atteso primo disco post-Beatles con un'urgenza creativa incontenibile. Le canzoni erano talmente tante che ci volle un disco triplo, il grandioso All Things Must Pass, stracolmo di canzoni ispiratissime e di ospiti illustri (Ginger Baker, Ringo Starr, Eric Clapton, Dave Mason, Alan White) orchestrati dal produttore Phil Spector. Nessun artista aveva mai osato pubblicare un'opera così monumentale. La canzone più celebre di quel disco trionfale era My Sweet Lord, il primo singolo di un ex Beatle a raggiungere il numero 1 in classifica. Il pezzo, inizialmente scritto per Billy Preston e pubblicato dal tastierista nell'album Encouraging Words, piacque in tutto il mondo, ma fu anche la prima gaffe di un ex Beatle nel mondo della musica.
Poco tempo dopo la pubblicazione del brano, la Bright Tune Records fece causa a Harrison per plagio, sostenendo che il chitarrista aveva copiato il brano doo-wop He's So Fine del gruppo vocale tutto al femminile Chiffons. La somiglianza è del tutto evidente: Harrison si difese dalle accuse sostenendo di essersi in realtà ispirato alla celebre Oh Happy Day, un classico del gospel. Dopo una lunga battaglia legale, nel 1976 un tribunale americano dichiarerà Harrison colpevole sì di plagio ma in modo "involontario", condannandolo a pagare 58.000 dollari di multa.
L'ex Beatle raccontò poi di essere rimasto traumatizzato dall'episodio e di aver vissuto per molto tempo nel timore di scrivere brani che potevano essere riferiti ad altri artisti. Quale che fosse la verità, Delaney Bramlett, un musicista che a cavallo tra gli anni 60 e 70 aveva influenzato un gran numero di grandi artisti e che aveva insegnato a Harrison a suonare la chitarra slide, aveva raccontato la genesi del brano: "George venne da me e mi chiese: mi insegneresti a scrivere un gospel? E così nacque My Sweet Lord".
Il brano, in cui viene più volte citata la divinità Krishna, era in realtà un invito ad abbattere tutti i settarismi religiosi e a cercare uno spazio spirituale aperto e accessibile a chiunque. Secondo quanto raccontato dallo stesso Harrison, il mettere vicino il mantra Hare Krishna e l'Halleluja ebraico doveva servire a far comprendere quanto il loro significato fosse simile e a far sì che "gli ascoltatori, trascinati dalla melodia orecchiabile, iniziassero a cantare il mantra prima ancora di capire cosa stesse succedendo".
Plagio o no, fu il momento più alto della carriera solista di Harrison, che non riuscirà mai più a raggiungere quelle vette di ispirazione.
Dopo la fase sperimentale, arrivò al suo atteso primo disco post-Beatles con un'urgenza creativa incontenibile. Le canzoni erano talmente tante che ci volle un disco triplo, il grandioso All Things Must Pass, stracolmo di canzoni ispiratissime e di ospiti illustri (Ginger Baker, Ringo Starr, Eric Clapton, Dave Mason, Alan White) orchestrati dal produttore Phil Spector. Nessun artista aveva mai osato pubblicare un'opera così monumentale. La canzone più celebre di quel disco trionfale era My Sweet Lord, il primo singolo di un ex Beatle a raggiungere il numero 1 in classifica. Il pezzo, inizialmente scritto per Billy Preston e pubblicato dal tastierista nell'album Encouraging Words, piacque in tutto il mondo, ma fu anche la prima gaffe di un ex Beatle nel mondo della musica.
Poco tempo dopo la pubblicazione del brano, la Bright Tune Records fece causa a Harrison per plagio, sostenendo che il chitarrista aveva copiato il brano doo-wop He's So Fine del gruppo vocale tutto al femminile Chiffons. La somiglianza è del tutto evidente: Harrison si difese dalle accuse sostenendo di essersi in realtà ispirato alla celebre Oh Happy Day, un classico del gospel. Dopo una lunga battaglia legale, nel 1976 un tribunale americano dichiarerà Harrison colpevole sì di plagio ma in modo "involontario", condannandolo a pagare 58.000 dollari di multa.
L'ex Beatle raccontò poi di essere rimasto traumatizzato dall'episodio e di aver vissuto per molto tempo nel timore di scrivere brani che potevano essere riferiti ad altri artisti. Quale che fosse la verità, Delaney Bramlett, un musicista che a cavallo tra gli anni 60 e 70 aveva influenzato un gran numero di grandi artisti e che aveva insegnato a Harrison a suonare la chitarra slide, aveva raccontato la genesi del brano: "George venne da me e mi chiese: mi insegneresti a scrivere un gospel? E così nacque My Sweet Lord".
Il brano, in cui viene più volte citata la divinità Krishna, era in realtà un invito ad abbattere tutti i settarismi religiosi e a cercare uno spazio spirituale aperto e accessibile a chiunque. Secondo quanto raccontato dallo stesso Harrison, il mettere vicino il mantra Hare Krishna e l'Halleluja ebraico doveva servire a far comprendere quanto il loro significato fosse simile e a far sì che "gli ascoltatori, trascinati dalla melodia orecchiabile, iniziassero a cantare il mantra prima ancora di capire cosa stesse succedendo".
Plagio o no, fu il momento più alto della carriera solista di Harrison, che non riuscirà mai più a raggiungere quelle vette di ispirazione.