Spettacoli

Shel Shapiro, anima beat: "I nostri Anni Sessanta, tra divertimento e rivoluzione"

Cinquant'anni fa si scioglievano i Rokes, il leader della band ricorda l'onda "british" e la musica del cambiamento. E un libro, 'Ascolta nel vento', racconta quell'esperienza irripetibile
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Cinquanta anni fa si scioglievano i Rokes. La band inglese di Shel Shapiro, Robert Posner, Johnny Charlotte e Mike Shepstone è stata una delle formazioni fondamentali della stagione gloriosa del beat italiano, al punto che potremmo dire che per molti versi senza i Rokes non ci sarebbe stato il beat italiano. O meglio, ci sarebbe stato ma avrebbe avuto, perdonate la battuta, un’accento diverso. Non solo per l’italiano “molto british” parlato dai componenti del gruppo, quanto per il contributo, importantissimo, della formazione britannica nello “sprovincializzare” la canzone e la scena musicale italiana degli anni Sessanta.

Senza i Rokes saremmo stati, insomma, meno beat, o forse saremmo stati beat “all’amatriciana”, non in grado di confrontarci con le stelle inglesi che brillavano nel firmamento musicale. Invece i Rokes, con il fondamentale supporto dei Primitives di Mal, dei Renegades di Kim Brown, fecero sentire un’intera generazione più vicina alla Swinging London, sdoganarono senza difficoltà i capelli lunghi, il suono delle chitarre elettriche e spinsero la canzone italiana verso un necessario e travolgente rinnovamento. Luciano Ceri, eccellente giornalista e ricercatore, ha da poco pubblicato un libro dedicato ai Rokes, intitolato Ascolta nel vento e dedicato ad analizzare la discografia della band. “Mi pare un libro interessante, rigoroso, completo”, dice Shel Shapiro, anima, mente e cuore della band inglese, “un libro fatto con coscienza, senza voler strabiliare o sorprendere, ma per raccontare la nostra produzione discografica con grande attenzione”.

E’ stata una stagione molto bella e importante.

“Sì, si respirava un’aria di cambiamento, di rinnovamento, c’era tantissima energia ovunque e tutto era in movimento. Il pubblico si divertiva perché ci divertivamo anche noi. Se fai finta, se lo fai solo per mestiere, la gente se ne accorge e ti molla. Noi mettevamo insieme il divertimento, la qualità e anche un po’ di impegno, non erano solo canzoni da fischiettare”.

Perché a suo avviso le band in Italia non hanno mai avuto vita facile?

“Diciamo che non fanno parte del DNA della musica italiana, che è sempre stata portata avanti da autori e da cantanti solisti. Se si eccettua il caso dei Pooh, dei Nomadi o della PFM non ci sono state tante band che sono sopravvissute alla stagione degli anni Sessanta e Settanta. E solo recentemente alcune band hanno avuto grande successo, come i Subsonica o i Negramaro”.

Quando si parla dei Rokes è inevitabile però parlare del passato…

“Per forza, anche perché chi è cresciuto negli anni Sessanta ha vissuto un momento talmente rivoluzionario rispetto al decennio precedente che ha cercato di fermare tutto a quel punto lì. Dagli anni Settanta in poi sono arrivati i cantautori ed è tutta un’altra storia”.

Ma c’è stato anche chi tra i cantautori ha preso qualcosa dal vostro esempio?

“Penso a Bennato, anche se musicalmente giocava più con il rock’n’roll che con il beat. Ha certamente legato divertimento, rock e impegno, anche come un pizzico d’ironia come facevamo noi”.

Shel Shapiro, 77 anni 

Cos’è che vi ha fermato nel 1970?

“La cosa più difficile è stata andare oltre il beat, verso la canzone d’autore, che per le band sembrava impossibile. Il mercato quella cosa non la capiva, pensi a quello che è accaduto anche ai Giganti…Volevamo fare quattro puntate in televisione il sabato sera con Mina, Patti Pravo, Caterina Caselli, giocare con la musica e non fare solo i divi, avevamo l’esigenza di evolvere, ma era veramente difficile, ti potevi salvare solo diventando un solista”.

Quali sono i ricordi più belli che ha dei Rokes?

“Ovviamente il periodo del Piper, ogni sera era fantastica. Mi ricordo la prima sera, arrivarono tutti, c’era Fellini con Giulietta Masina a chiedere l’autografo a noi e io, da inglese ignorante, non sapevo nemmeno chi fossero. Roma era una città aperta, Milano era già Europa, era un momento bellissimo”.

Perché ha scelto di restare in Italia?

“Il primo motivo è stato probabilmente l’amore, il rapporto sentimentale, potrei dire famiglia anche se non è proprio così. E poi il lavoro, la musica. Sentimento e lavoro, il fondamento della vita di tutti. Poi sono stato tantissimi anni lontano, tra Miami e Città del Messico, ma alla fine tornavo sempre qui, a casa”.

Cinquant’anni dopo come si sente Shel Shapiro?

“Molto bene, sono al lavoro sul mio prossimo album, ci sono molte belle cose da farvi ascoltare. Ma non posso negare di sentirmi anche un po’ frustrato, vorrei fare molto di più di quello che faccio. Molto spesso, oltretutto, non dipende da me…”.

E quindi da chi, o da cosa?

“Diciamo che c’è una tendenza in questo paese, a differenza di quello che accade in Gran Bretagna, negli Usa ma anche in Francia, a considerare una persona che ha avuto un successo musicalmente indiscutibile per qualche decina di anni, come autore, interprete, arrangiatore, produttore, per qualche decina di anni, come uno che ‘era forte’. Cioè sei uno del passato e basta. E non riguarda solo me ma in generale molti altri artisti che avrebbero invece ancora qualcosa da dire. Sei un gladiatore, lo puoi fare fino a che hai quarant’anni, poi o vieni ammazzato dai leoni o vieni dimenticato”.