Il suo nome d’arte è Il Tre e non è un rapper come tutti gli altri. Non lo è perché invece di seguire la scia, e parlare di violenza, soldi, marchi, racconta le sue storie con un linguaggio diretto, forte ma semplice, vero. Potremmo azzardare addirittura dicendo che è “educato” e non ha bisogno di far finta di essere diverso da com’è. Guido Senia, questo il suo vero nome viene dalla periferia romana, ha iniziato la sua strada una decina di anni fa, giovanissimo, tra sfide e contest con altri coetanei. La fama l’ha raggiunta nel 2018, quando ha pubblicato per proprio conto il mixtape Cracovia Vol. 2, accumulando in una settimana 50mila download e 1 milione di stream, e mandando esaurite le scorte dei CD. Segno che il suo linguaggio aveva colpito nel centro, successo che vorrebbe ripetere con il nuovo album Ali, in uscita il 19 febbraio, che verrà sostenuto anche da un live in streaming il 14 marzo su LiveNow.
Il nome, con un po’ di numerologia e scaramanzia messi insieme, “deriva da un periodo buio dal quale sono venuto fuori tanti anni fa, mi sono appoggiato sulla famiglia, e dato che siamo tre il numero mi è sembrato giusto, anche perché sono nato il tre settembre”. Certo la differenza con gli altri rapper si sente, perché di violenza, oscurità, sessismo non c’è traccia, pur non mancando di rabbia, voglia di riscatto, critica sociale e le immancabili parolacce. Il tutto perché Il Tre e Guido sono la stessa persona: “Diciamo che una differenza tra l’artista e la persona non c’è”, dice Il Tre, “Sono sempre lo stesso, sul palco, nei social, nelle interviste e a casa, non interpreto nessun personaggio, sono io al cento per cento. Il punto è che devo comunque fare i conti con il fatto di essere un artista conosciuto e che le persone pensano che ci sia differenza, ma in realtà è tutto esattamente come sembra”.
Sì, ma il Tre com’è nato?
“È nato da esigenza personale, avevo i miei problemi, stupidi a pensarci oggi, ma per l’età che avevo, 13, 14 anni, mi sembravano enormi, e volevo sfogare la frustrazione nelle canzoni, nei testi. Poi ho continuato, tentando pian piano di farla diventate una roba seria”.
E perché ha scelto il rap?
“Perché ascoltandolo mi piaceva, mi meravigliavo di quanto fosse interessante e affascinante e mi dicevo, ‘cavolo, posso farlo anche io’. Da allora ho iniziato a sperimentare, provare a cantare”.
Quali artisti ascoltava?
“Quelli che mi hanno influenzato di più sono Gemitaiz, Salmo, Eminem, Machine Gun Kelly. Mi hanno insegnato innanzitutto a non preoccuparsi del giudizio delle persone, se riesci davvero a fregartene, non solo a dirlo ma a farlo, sei già a cavallo, sei davvero libero di fare quello che pensi sia giusto per te”.
E i suoi genitori che ne pensavano?
“All’inizio pensavano fosse una fissa passeggera, quando hanno capito che non lo era la reazione è stata estrema, soprattutto da parte di mio papà, che pensava al liceo, all’università, alle specializzazioni. Non è stato facile, ma li ho fatti ricredere”.
Di chi si fidava allora per capire che stava facendo la cosa giusta?
“Principalmente di me stesso. Ma gli amici sono stati fondamentali, senza un minimo di supporto è difficile farcela, mi hanno incoraggiato a fare quello che volevo fare”.
Certo, con personaggi come Eminem o Machine Gun Kelly, è curioso che lei abbia iniziato a raccontare storie con un linguaggio ben diverso. Lei è un rapper, ce lo consenta, educato…
“Non è una cosa studiata a tavolino, è venuta così perché è la mia vita. Non ho atteggiamenti particolarmente criminali, non faccio finta di essere qualcun altro, scrivo quello che vivo e io vivo così. Certo, nel rap tanti si costruiscono un personaggio, io no. Ognuno deve trovare la propria identità, se per scrivere mi fossi ispirato a quello che non è il mio mondo, sarebbe stata una cosa finta”.
Questo la rende diverso da la stragrande maggioranza dei rapper.
“Ma il bello è proprio questo, che il rap è un genere aperto. Negli altri generi parli d’amore o comunque il tema principale è quello, mentre con il rap parli di tutto, anche della pasta con il tonno, e non c’è nessuno che ti può dire che stai sbagliando”.
Quindi nel rap va bene anche un ragazzo normale, come lei?
“Certamente. Per quanto mi riguarda credo di rappresentare qualcosa di raggiungibile, alla quale altre persone possono arrivare. Sono un ragazzo normale, certo, magari con una piccola vena di genuina follia, che ha fatto quello che voleva, si è guardato bene dall’accettare consigli di chi faceva il saccente e ha ottenuto successo solo con le proprie forze. Se ci sono riuscito io vuole dire che tanti ragazzi come me lo possono fare, che la strada era giusta. Io non voglio apparire come il rapper irraggiungibile, che magari mette in mostra gioielli e diamanti. Non che non possa permettermeli, ma non avrebbe senso comprarli.Per fare che? E cosa ti canto, dopo, con quella roba addosso?”.
Quanto è contata la vivacità della scena romana?
“Mi ha facilitato nel crescere, nel partecipare a molti eventi, contest e battle. Per il resto io sono abbastanza fuori da Roma, in periferia, non credo di avere avuto particolari influenze dalla scena romana”.
Cosa vorrebbe che accadesse con questo album?
“Non ho bisogno di tanto successo, mi basta continuare ad andare avanti. Ma soprattutto preferisco che venga capito piuttosto che faccia cento miliardi di streaming perché va di moda. Mi auguro di essere capito da persone che hanno bisogno di sentire quelle canzoni”.
È un album importante perché segna anche il passaggio a una grande casa discografica.
“È un po’ come passare dalla squadra primavera a essere titolare, un salto che, se tu vuoi arrivare, devi compiere, non puoi tirarti indietro. Quando passa un treno del genere è giusto salirci sopra, sennò guarderai gli altri giocare e tu farai sempre la panchina. Mi sento addosso grandi responsabilità, gli amici, i fan, di aspettano qualcosa da me. Mi auguro che continuino a credere nelle cose che faccio e che vada tutto bene. Perché non c’è la possibilità di fare passi indietro”.