Di canzoni che parlano di cuori spezzati è piena la storia della musica. Canzoni sulla perdita, l’abbandono, il dolore causato dall’amore, le hanno scritte tutti, i grandissimi autori passati alla storia e gli esordienti arrivati sulle scene da pochi mesi. Eppure un disco come My Beautiful Bloody Breakup, realizzato da Mondo Marcio, ha un grande elemento di differenza: racconta una storia vera, parla del dolore che il rapper e cantautore ha vissuto in prima persona, è un album dedicato a una sola persona in particolare, ogni canzone, ogni nota è scritta per "lei".
Sette canzoni che Gian Marco Marcello, in arte Mondo Marcio, non poteva non scrivere: “Era una cosa che avevo bisogno di fare”, ci spiega, “non potevo alleggerire il carico in nessun altro modo, non potevo attutire il colpo. Era una mia necessità, quella di esternare il dolore e la musica è stata la mia terapia. Ho voluto buttare fuori una cosa che mi lacerava dentro, che mi creava tanto dolore, un vuoto cosmico, una mancanza infinita che non avevo mai provato prima. E poi è arrivata la depressione: sono stato molto triste da bambino, ma non ho mai vissuto la depressione come malattia, l’ho provata ed è stata tosta da gestire, un bel problema. Ma la musica mi ha aiutato, mi ha salvato ancora una volta, e per questo mi sento molto fortunato. Non è un progetto discografico, dunque, ma uno strumento per salvarmi, al quale man mano ho deciso di dare un senso, una forma coesa”.
Più che un album concept sembra un’unica storia.
“Lo è, è una lunga dedica, una lunga canzone. E infatti non c’è un singolo o un video. È una lettera d’amore estremamente intima e dedicata a una persona specifica, ci sono dentro cose che la gente non capirà, arriveranno solo chi l’ho dedicata. È la storia di due amanti, ma in tanti ci si possono riconoscere”.
Che vuol dire scrivere canzoni in un momento personale così difficile?
“Vuol dire guardare te stesso dal di fuori. Quando stavo malissimo trasformare il dolore in una canzone significava metterlo da una parte, oggettivizzarlo. Era come riguardare un film, vedevo quello che mi mancava ma mi dava anche una prospettiva, mi metteva nella condizione di poter accettare quello che mi stava accadendo”.
Raccontarsi così, in pubblico, non deve essere facile…
“È difficile mettersi a nudo, per farlo devi essere un po’ pazzo. Si, questo album è una cosa super personale ma è uscito così, naturalmente, non c’è nessuna una forzatura. Ogni volta che scrivevo qualcosa capivo che era vero e naturale e credo che quando è così, sia nel lavoro che nella vita, non ci si debba fermare”.
È una tappa in più verso la dimensione del cantautore, per lei che è uno dei padri del rap italiano.
“Cantautore e rapper, è una dimensione che mi piace. Ma anche questo nasce per la persona alla quale l’album è dedicato. Ad esempio le melodie sono pensate con riferimenti agli anni Ottanta perché rimandano a lei. E allo stesso tempo volevo fare un classico senza tempo, perché il rapporto che avevamo era un amore che sembrava molto antico: la prima sera che l’ho incontrata mi è subito sembrato di conoscerla da cinquant’anni. Quindi volevo pezzi che non seguissero la moda, che non fossero trendy, perché la nostra non era una storia da weekend. Volevo fare musica che lei potesse cantare e apprezzare”.
È un disco sulla perdita, in un periodo in cui tante persone hanno perso molto.
“Io credo, se vogliamo allargare il soggetto al contesto generale, che tutti, nessuno escluso, da un anno a questa parte abbiamo perso qualcosa, amici e parenti, il lavoro, la fiducia, io la persona amata. Credo che tanti si possano ritrovare in un album come questo, in cui ci sono canzoni che attraversano fasi emotive diverse, dalla rabbia alla depressione, alla consapevolezza, alla malinconia, all’accettazione. L’ho detto e ci credo, è una sorta di terapia, ci si può ritrovare chiunque. Spero che queste canzoni possano aiutare gli altri quanto hanno aiutato me”.