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Grammy 2021, il commento: la grande frattura tra successi pop prevedibili e ricerca

Dua Lipa (ansa)
Da una parte i trionfi annunciati di Beyoncé, Dua Lipa e Lady Gaga, dall'altra musiche e generi che puntano all'approfondimento: una separazione che neanche i problemi di quest'anno riusciranno a risolvere
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Cosa ci raccontano i Grammy 2021? Che musica è quella americana dell'anno appena trascorso? Il quadro generale è quello di un mondo diviso: da una parte c'è il mainstream pop, in tutte le sue forme, quelle più colte e quelle maggiormente di consumo, dall'altra c'è la ricerca, la voglia non di stupire ma di approfondire, di riportare il pubblico all'ascolto, sfuggendo alla frenesia dello "skip" continuo verso un'altra canzone offerta dallo streaming. Frattura, perché di questo si tratta, che alcuni artisti premiati, in particolare le donne, hanno cercato in qualche modo di ricomporre, come nel caso di Taylor Swift con il suo Folklore e di Billie Eilish con Everything I wanted, o di Harry Styles, ma che in generale è invece confermata dai premi a "i soliti noti", come Beyoncé, Lady Gaga, Ariana Grande, Dua Lipa, tutte donne e tutte, ci sia consentito dirlo, sufficientemente conservatrici nel loro percorso artistico.

Billie Eilish 

Stimoli, comunque, ce ne sono a sufficienza nello scenario musicale odierno e la pioggia dei premi dei Grammy ne tiene conto, assegnando riconoscimenti ai leggendari Snarky Puppy, a Fiona Apple, a Robert Glasper, a Thundercat, a Anderson Paak, segnalando insomma come e quanto oggi la musica americana sappia ancora muoversi in territori magicamente incerti, pur essendo inseriti spesso a forza nelle categorie e nelle etichette che i Grammy, per forza di cose, devono usare. Poi ci sono le singolarità, Justin Bieber che per non farsi mancare nulla vince nel country, o Kanye West, premiato per l'album di musica cristiana dell'anno, il suo Jesus is King. Ci sono i tributi, necessari e dovuti, come quello a Chick Corea al quale sono meritatamente stati assegnati due premi nelle categorie jazz, quello a John Prine, altri due riconoscimenti nelle categorie legate alla "roots music" e quello a Toots Hibbert per il reggae. Delusi possono essere in realtà solo in due, Harry Styles, che avrebbe forse meritato di più per il suo album solista, e Bruce Springsteen, che non ha ricevuto nemmeno una nomination per il suo A letter to you.

I Grammy continuano ad avere il difetto di essere, soprattutto nel campo del pop, sostanzialmente prevedibili, spesso servono più a certificare il successo che non la bellezza di alcuni album, canzoni o progetti, raramente premiano davvero la qualità (preferire Megan Thee Stallion a Phoebe Bridgers come migliore novità musicale dell'anno la dice lunga), che viene relegata nei premi di "genere", dove riescono ogni tanto a trovare spazio proposte interessanti.

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Per rispondere alla prima domanda si può dire che i Grammy ci raccontano abbastanza poco dell'anno appena trascorso, sono quasi tutti dischi che sono stati realizzati al di là della pandemia, quindi poco legati alla realtà del 2020. Ma la realtà si è conquistata comunque il centro della scena con la premiazione a H.E.R., al secolo Gabriella Wilson, che con la sua I can't breathe, sulla tragedia di George Floyd, ha ricordato a tutti che le canzoni, con le loro parole ma anche con la loro bellezza, possono essere potentissimi strumenti per contribuire al cambiamento nella società.