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Ringo Starr e i suoi amici: “Strano suonare a distanza. Che bello il film sui Beatles”

(ansa)
Il batterista e cantante pubblica il nuovo Ep 'Zoom In' con ospiti come Dave Grohl, Ben Harper, Lenny Kravitz, Sheryl Crow e Paul McCartney
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"È un lavoro nato con il Covid. Avevo tempo, mi piaceva l'idea di fare musica con gli amici e non volevo realmente lavorare su un album. Quindi è nato questo Ep". Ringo Starr ha approfittato del lockdown per realizzare un nuovo Ep, diciotto minuti e 39 secondi di musica in tutto, cinque brani, uno solo dei quali porta anche la firma di Starr, canzoni nate "chiamando pochissimi amici qui a casa mia raggiungendo gli altri lì dov'erano, mandando file e usando Zoom". Il titolo dell'Ep, infatti, è Zoom In, e una delle canzoni, Zoom In, Zoom Out, celebra le "gioie" del distanziamento sociale e della nuova era della videoconferenza. "È un modo strano di fare dischi per uno come me", dice l'ex batterista dei Beatles, "ma se è l'unico modo possibile, tanto vale usarlo e 'zoomare' insieme".

(ansa)

Nell'Ep ogni canzone è diversa dall'altra, c'è il pop e c'è il reggae, c'è l'irrinunciabile atmosfera degli anni Sessanta, il rock e la grande melodia, "perché mi piace tutta la musica e anche quella di oggi. Sono stato felice di aver consegnato il Grammy a Billie Eilish qualche giorno fa, è una grande artista e suo fratello è molto bravo. Ma di certo non mi ascolterete fare del rap...". Abituato ad avere "un piccolo aiuto dagli amici", Ringo anche in questo caso è stato sostenuto da musicisti straordinari, da ospiti che lo hanno aiutato con strumenti e cori, tredici in tutto, tra i quali Dave Grohl, Ben Harper, Lenny Kravitz, Sheryl Crow, l'immancabile Paul McCartney, e soprattutto Benmont Tench, Steve Lukather e Nathan East, persino Robbie Krieger dei Doors: "Un grande chitarrista e una bella persona", dice ancora Ringo, pronto già a realizzare un altro Ep, al quale sta già lavorando. Ma ad agosto sarà nuovamente "beatlemania", quando uscirà la nuova versione del film Let It Be realizzata da Peter Jackson: "Sarà una cosa bellissima, basta dire che nel film originale c'erano nove minuti del concerto sul tetto e qui ce ne sono 43. E soprattutto si vede quanta gioia e allegria c'era mentre realizzavamo Let It Be. Il vecchio documentario era triste, centrato sulle tensioni e non sulla gioia. Quando Peter è venuto a farmi vedere delle parti del film sono stato molto contento, non ho ancora visto il lavoro finito ma sono sicuro che sarà molto bello".

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Ringo compirà ottantun anni il prossimo 7 luglio, il suo ottantesimo compleanno non l'ha potuto festeggiare come avrebbe voluto, con i suoi figli, i suoi nipoti e persino il primo pronipote: "I grandi piani che avevo per il 2020 sono ovviamente andati in fumo, e ho trascorso il periodo più lungo della mia vita senza vedere figli e nipoti. Ma giusto oggi ho visto con lo smartphone il mio pronipote che cantava una canzone. Quindi sorrido e aspetto, le tecnologie ci fanno stare vicini come possiamo. Ma per fortuna ho qui mia moglie, sua sorella Marjorie, mio cognato Joe Walsh, le uniche due case dove sono stato in questo anno sono state la mia e la loro, sono uscito di casa solo otto volte in un anno. Ma adesso che ho avuto le mie due dosi di vaccino spero che le cose possano cambiare. Fino a poche settimane fa pensavo che sarei tornato in concerto in autunno, ma ho cancellato anche i prossimi  appuntamenti della All Starr Band, preferisco tornare dal vivo quando non ci saranno distanziamenti e mascherine".

Già, la All Starr Band è in giro da trent'anni, molto più tempo di quanto non abbia lavorato con i Beatles, "ma se guardo indietro posso dire che quando ho iniziato i dischi si facevano con l’incudine e il martello", sottolinea ridendo. Ognuna delle esperienze musicali della sua vita ha contribuito a renderlo il grande Ringo Starr, con uno stile inconfondibile e un suono che si riconosce alla prima battuta su un tom: "Sono cresciuto molto quando ero ad Amburgo con Rory Storm and the Hurricanes e dovevamo suonare dodici ore al giorno. E poi quando ci sono tornato con i Beatles, suonavamo al Kaiserkeller e vivevamo in uno stanzino sopra al bagno. Dovevi imparare per forza a suonare, dovevamo far divertire il pubblico e non ci potevamo fermare. E poi con i ragazzi sono cresciuto ancora di più, soprattutto dopo il 1965, quando negli studi di registrazione abbiamo imparato ad usare il suono e lo spazio. Come batterista ho capito che non dovevo suonare troppo o suonare per la mia soddisfazione, ma essere al servizio della canzone. E poi i tanti anni con la All Starr Band, dove ognuno è una star, ha le sue canzoni, quindi io ho dovuto imparare le loro e loro hanno dovuto imparare le mie, una cosa molto bella che ti tiene in gioco costantemente perché non devi suonare sempre le stesse cose. Insomma, imparo qualcosa ancora oggi, con ogni musicista con cui suono, mi confronto con tanti musicisti diversi ogni volta e non ho tempo di annoiarmi". Zoom in è un Ep di Ringo ma è anche un prodotto collettivo, "ho voluto che fosse così", dice ancora il batterista inglese, "volevo che fosse diverso, ho scelto, sebbene io sia il produttore, il batterista e il cantante, di non dover essere l’autore di tutte le canzoni e di suonare lì dove sentivo il bisogno di farlo. L’idea era quella di lavorare con gli amici, di essere tutti in un 'music mode' che è la condizione che preferisco. In realtà questa è la condizione in cui preferisco stare sul palco, ma per adesso posso fare musica solo in questa stanza e mi accontento. Però questo mi ha permesso di essere in cinque dischi quest’anno, mi hanno chiesto di collaborare e in qualche caso ho accettato. Ma non dico di sì a tutti, non posso suonare tutto, non suono jazz… Ma ho detto di sì a Edgar Winter per un album tributo al suo grandissimo fratello Johnny Winter, ho detto di si a Rodney Crowell. E quando Sheila E mi ha chiamato per la sua cover di Come together ho accettato. Ma le ho detto che non avrei suonato il ritmo del disco dei Beatles, quello l’ho fatto una volta sola. Ma ho fatto l’inizio della frase ogni volta e lei l’ha conclusa alle percussioni". L’Ep è nato in maniera naturale: "Mi è venuta voglia di fare qualcosa, qui a casa, nel mio studio, e ho chiamato Bruce, il mio produttore. Mi serviva perché io qui ho Pro Tools e altri marchingegni, ma non so nemmeno come si accendono. Il disco è venuto così, senza un progetto preciso, non c’era fretta, non avevamo una scadenza, e così è nata anche l’unica canzone che ho firmato io, Waiting for the tide to turn, per la quale ho voluto Tony Chen, che ha lavorato con Marley e che gli ha dato il carattere giusto, un vero pezzo reggae".

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L’Ep esce su tutte le piattaforme, ma lo streaming non è esattamente quello che Ringo preferisce: "Amo la fisicità dei vecchi dischi in vinile e sono legato ai tempi in cui fare dischi era un altro tipo di arte. Negli anni Novanta siamo tornati ad Abbey Road per un documentario con George Martin e guardando gli studi ci siamo detti che noi quella roba lì ce la saremmo potuta solo sognare. Eravamo dei primitivi, forse siamo stati l’ultima band della storia a usare la registrazione a otto tracce. Oggi ne hanno settanta ma a me non piace, amo suonare la batteria in tutto il brano, oggi basta che dai un colpo, lo copiano e ci fanno un disco intero. Siamo fortunati che ci sia ancora così tanta gente che ama la musica dei Beatles, generazioni nuove che ascoltano quello che abbiamo fatto tanti anni fa, ma un conto era ascoltarci su vinile e un conto è adesso con lo streaming, con il quale non tieni niente in mano. Gli Lp erano interessanti, belli, io ho fatto fatica anche ad abituarmi al Cd, preferivo il fruscio del vinile e a quello sono rimasto legato".

Ringo comunque è in forma, vaccinazioni comprese, "cerco di mantenermi in forma, ho una palestra in casa che uso regolarmente, dipingo molto", e poi è vegano, mangia broccoli e mirtilli, "tengo d’occhio la mia salute, insomma". Di certo ha l’aria di un anziano giovanotto, ha i capelli decisamente più lunghi del solito, gli immancabili occhiali da sole e saluta tutti con l’immancabile "peace and love", facendo il segno della v con le dita "è un modo per mandare un brevissimo messaggio di pace e amore a tutti, solo quattro secondi, non posso imporre a nessuno di farlo, ma la gente lo riceve volentieri e il feeling giusto gira un po’ di più per il mondo".