La più importante artista sconosciuta italiana è lei, Federica Abbate. Trent'anni, milanese nonostante il cognome, Federica è una delle autrici di maggior successo della musica italiana di oggi. Anzi, è l'autrice di maggior successo, senza molti dubbi. Vale la pena, per una volta, mettere uno in fila all'altro, alcuni dei successi che portano la sua firma: Nessun grado di separazione di Francesca Michielin, Il diario degli errori di Michele Bravi, L'amore eternit di Fedez e Noemi, Roma- Bangkok per Baby K e Giusy Ferreri, Combattente per Fiorella Mannoia, Venere e Marte per Takagi e Ketra con Mengoni e Frah Quintale, A un passo dalla luna per Rocco Hunt e Ana Mena, Ciclone per Elodie, Karaoke per i Boomdabash con Alessandra Amoroso, La cuenta per Carl Brave.
Brani che sono solo la punta di un iceberg che di canzoni ne conta quasi duecento, tra quelle scritte per se stessa e quelle per gli altri (tra i quali Eros Ramazzotti, Emis Killa, Marracash, Emma Marrone, Alessandra Amoroso, Paola Turci, Irama, e l'elenco potrebbe andare avanti ancora a lungo). E il bello è che, come l'elenco già illustra, non c'è un genere che Federica non conosca, frequenta allo stesso modo canzone d'autore e rap, reggaeton e soul, mainstream pop e indie, con una leggerezza e una creatività indiscutibili. E con due caratteristiche fondamentali: quella di intercettare i gusti del pubblico e quella di avere uno stile personale.
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Sentirsi fuori luogo
Il comunicato stampa che la presenta dice che Federica "si porta dentro quello che è un sentimento generale tipico della sua generazione: il sentirsi sempre un po' 'fuori luogo' di fronte a tutte le aspettative proprie e degli altri e, allo stesso tempo, il bisogno umano di sentirsi accettati e amati nelle proprie imperfezioni e fragilità. Il bisogno e la libertà di essere sé stessi ed affermarsi in quanto tali, la capacità e la forza di rispondere ai colpi per realizzare i propri sogni in un mondo altamente competitivo".
Raramente i comunicati stampa dicono la verità, ma in questo caso tra le righe scritte dal press agent c'è molto di vero. Federica Abbate si è sentita "fuori luogo" per parecchio tempo, al punto di intitolare il suo primo lavoro solista In foto vengo male, che per una ragazza cresciuta con i social e l'esibizionismo di massa è una dichiarazione problematica. Ma oggi, al contrario, quella paura di essere imperfetta, non all'altezza delle aspettative degli altri, sembra essere stata messa da parte, e Federica prova a giocare le sue carte in prima persona con un nuovo singolo a suo nome, intitolato Se non fosse.
Così, da autrice nascosta, si propone di nuovo come cantautrice. "In realtà il percorso solista è sempre esistito", ci dice, "ma in forma latente. Ho sempre scritto melodie e storie che per necessità dovevo essere io a cantare, ma non avevo l'arroganza di dire 'sono pronta a metterci la faccia'. È stato un processo molto lento, il dovermi mostrare, ma anche vedermi, era una difficoltà, mi sentivo meno brava delle altre nel poter manifestare la musica attraverso il corpo. Penso, con i miei trent'anni, di esserci finalmente arrivata a riuscire a esprimere me stessa con leggerezza, e anche a esprimere la mia complessità femminile".
Cantautrice, dunque.
"Io non voglio fare la cantautrice, io sono una cantautrice. Quindi il disco racconta un processo in atto, descrive il percorso per amare se stessi, accettare di guardarsi in una foto, rendersi conto che quello che non ti piace del tuo naso o la smorfia stupida che fai quando parli, non ti rendono sbagliata ma unica".
Quindi, volendo fare una domanda personale, perché scrive canzoni?
"È facile dire che tutto nasce da un disagio, da un bisogno di modellare il mondo, di cambiarlo. Scrivo canzoni perché ho bisogno di rendere il mondo più giusto per me, perché in quei tre minuti tutto cambia. Da ragazzina ho sempre vissuto un mio tormento personale, indipendente da tragedie. Non ne ho vissute di particolarmente grandi, ho avuto i problemi che hanno tutti gli adolescenti, ma avevo dentro qualcosa che se lo mettevo nella creatività diventava canzone, se lo mettevo nella mia vita diventava un energia distruttiva. Ho imparato a canalizzarla, come in una barca che imbarca acqua ho imparato a tirare fuori quello che la farebbe affondare. Avevo un'emotività troppo tempestosa, per fare un esempio, quando ho scoperto che si moriva per me è stata una tragedia, quando ho scoperto che gli uomini ammazzano gli animali o non hanno pietà per i propri simili, è stata un dramma. Il momento in cui mi sono resa conto che vivevo in un mondo che non era quello che mi immaginavo e avrei voluto, ho pensato che questo mondo in qualche modo l'avrei potuto cambiare con le canzoni".
E perché l'apparire era problematico?
"Perché la musica oggi non è più voce e suono, la presenza è importantissima. Ma io solo ultimamente mi sono accettata come donna. Non badavo al taglio dei miei capelli o ai vestiti, coprivo il mio visto, mi dava fastidio farmi vedere. Poi crescendo mi sono resa conto di come non sono bellissima, ma sono io. E ho imparato anche ad accettare i miei gusti, le mie particolarità. Un esempio? Mi piacciono le galline, è il mio animale preferito, ad altri fanno schifo ma a me piacciono. Quindi vivo con una gallina, mi fa stare bene, mi piace ballare in discoteca anche se sono goffa, non mi piace il mio naso, ma quello è il mio viso, tratti che a volte consideriamo sbagliati e ci rendono unici e quell'unicità è un valore".
Di certo in lei convivono una poderosa anima pop e quella della canzone d'autore. Come fanno ad andare d'accordo?
"La cosa colpisce anche chi mi conosce, mi dicono 'non mi aspettavo che tu scrivessi quelle canzoni'. A vedermi sono abbastanza felicemente paranoica, con le mie ansie, i miei dubbi, e invece scrivo canzoni che hanno estrema leggerezza, che alcuni considerano troppo leggere e stupide. Io invece ci vedo un enorme inno alla vita, non potrei cantarle io ma mi rendo conto che hanno un potere diverso dalle altre canzoni. Offrono a chi le ascolta qualche minuto di evasione, che è importantissima, perché gli permette di dimenticare i problemi della loro vita, problemi di soldi o d'amore. E questa importanza enorme spesso viene sottovalutata. Altre canzoni sono intense, analizzano in maniera diversa la vita e i problemi, hanno un altro spessore, ma trovo difficile fare una classifica di valore, l'analisi e l'evasione sono entrambe importanti, nella vita alle volte si pensa e alle volte si ride".
Federica Abbate, da "Genova X Voi", un'autrice genovese per Sanremo
Sì, ma qual è la musica che ascolta Federica Abbate, qual è la musica che le piace davvero?
"Ascolto tutto, la musica bella e quella brutta, e mi posso permettere di scoprire che il reggaeton in realtà ha una notevole ricchezza melodica, così come certi neo melodici napoletani, ai quali mi legano le mie origini. Ma in generale posso dire che il pop mi piace da morire, che posso suonarlo ed essere felice. Non mi faccio paranoie, mi piace arrivare alle persone, con musica intensa e con canzoni semplici. Mi piace comunicare, mettere in comune emozioni e sentimenti, ho bisogno di farlo, e lo posso fare con canzoni popolari e canzoni raffinate. Hanno finalità diverse e una non è meno nobile dell'altra, ho bisogno di entrambe nella mia vita, sono laureata in sociologia con 110 e lode, ma vado a ballare con le amiche, ho una buona dose di autoironia, una forte isteria creativa, ho la complessità di una persona normale e penso di essere sempre me stessa, in un modo o nell'altro".
Già, ma accumulare hit, uno dopo l'altro, compresi i tormentoni estivi, non è da tutti.
"Non me l'aspettavo neanche io, scrivere hit estive è stata una sorpresa anche per me. Ma è qualcosa che non parte da un calcolo, mi succede e basta. È come respirare, non lo riesco a controllare, a seconda di quello che esce capisco se posso cantarla io o non posso, se è giusto che abbia luce con la voce di qualcuno che non sono io".
Ma è anche un lavoro...
"Sì, ma è un tutt'uno con la passione. È la cosa che amo fare, non c'è nulla che faccio forzatamente, mi diverto e mi commuovo lavorando, quando scrivo musica mi tolgo un peso da dentro, è sempre una forma di autoterapia, quando scrivo sto bene. Certo, c'è anche l'impegno, le scadenze, è un lavoro, ma non si perde mai la gioia di farlo".
Com'è vivere in un ambiente molto maschile come quello della musica? E essere entrata addirittura dalla porta del rap, ancora più maschile?
"Ci sono tanti uomini che scrivono per le donne e pochissime donne che scrivono in generale. Forse perché abbiamo timore ad esporci, a parlare di noi. Ma in realtà non so dare una risposta, perché io scrivo, e canto, non ho una spiegazione ragionevole. Per me non è stato complesso vivere in un mondo di uomini, un po' di pregiudizio l'ho sentito, ma nel momento in cui ho dimostrato che ero lì perché sapevo fare bene le mie cose, ho ottenuto un rispetto doppio, molta solidarietà. E credo di essermi conquistata il mio spazio con molta determinazione, esercizio, tanto coraggio, la caparbietà di insistere anche davanti alle porte chiuse, senza avere il disagio di sentirmi femmina".
Quindi lo scopo di questo album è quello di affermarsi in prima persona?
"Lo scopo finale è quello di costruire qualcosa che duri nel tempo, creare le basi per una carriera futura. Sono una che non si arrende facilmente, vado dritta per la mia strada, ho fiducia che queste canzoni cantate da me trovino la luce. Sto imparando un mestiere diverso, e sono felice di poterlo fare".