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The Fratellis, il nuovo album: "Ci è arrivato quasi come una 'dettatura' divina"

'Half drunk under a full moon', la band di Glasgow presenta il disco di inediti: un lavoro complesso negli arrangiamenti e nella struttura
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C’è un album che vale la pena di ascoltare tra quelli usciti negli ultimi giorni, un disco sorprendente per ricchezza, per completezza, per la bellezza dei brani come per la forza dell’interpretazione. Si intitola Half drunk under a full moon ed è il nuovo album degli scozzesi The Fratellis. È un album di musica “scritta”, complessa negli arrangiamenti e nella struttura, un disco pop in cui band e orchestra si fondono magnificamente, un disco pop completamente fuori dal tempo ma contemporaneo, fuori moda ma perfetto per i tempi, un gioiello ricco di grandi canzoni, intense e alle volte splendenti. Un disco diverso da quello che i Fratellis hanno prodotto in passato, “e probabilmente diverso da quello che faremo in futuro”, sottolinea Jon Fratelli.

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Si, perché il disco è nato tutto da un'unica visione, quella di Jon appunto, che ha letteralmente immaginato completamente le canzoni prima di realizzarle, con tanto di armonie e arrangiamenti. “Mi è letteralmente arrivata addosso una grande quantità di musica, di canzoni, complete, definite, certe, che ho dovuto scrivere in quel modo, alle quali non potevo sfuggire. Non mi era mai capitato prima, ho chiesto agli altri in qualche modo di “subire” questo mi momento e loro lo hanno accettato con entusiasmo, perché ne capivano la portata. Entrati in studio ho capito subito che quello che avevo in mente era difficilmente realizzabile nel modo ‘esatto’ in cui l’avevo pensato, fin nei minimi dettagli, ma nonostante abbia ridotto le mie pretese è l’album più elaborato che abbiamo mai fatto, anche il più elaborato che faremo mai, perché non lavoreremo in questo modo di nuovo. Questo album andava fatto così, ma non è una formula per il futuro”.

Half drunk under a full moon non è l’album di un trio, dunque ma di un compositore e della sua band, con l’arricchimento di orchestra, fiati, voci, elettronica, computer, un suono largo, grande, realizzato usando una tavolozza di colori, di suoni, particolarmente ricca, “e ogni parte del disco è stato arrangiato nei dettagli”. Certo, scrivere ‘sotto dettatura divinia’ non capita spesso, “e non saprei nemmeno spiegare come è accaduto”, dice ancora Jon Fratelli, “so solo che è successo, che avevo un percorso da seguire, fin nei minimi dettagli, fatto di armonie, sovraincisioni di chitarra, di effetti sonori, di orchestrazioni, e non potevo far finta di non aver ‘sentito’ tutta quella musica. Molte cose per noi sono state nuovissime, come ad esempio usare la chitarra quasi sempre in arpeggio e quasi mai con gli accordi piedi, simili a un certo modo di usare la chitarra di Johnny Marr con gli Smiths negli anni Ottanta, oppure usare alcuni particolari tipi di reverbero per ottenere degli effetti sonori specifici. Nulla è stato lasciato al caso, anzi, come ho detto all’inizio, alcune cose le avevo immaginate addirittura in maniera più complessa di come le abbiamo realizzate”.

È un disco di grandissima musicalità, dunque, completamente all’opposto della essenzialità superdigitale di molta musica contemporanea, “ma non per questo è un disco ‘nostalgico’ o ‘vintage’”, sottolinea Fratelli, “non mi interessava essere alla moda ma ottenere un risultato preciso, avere un suono moderno che fosse al tempo stesso assolutamente originale”. E lo ha ottenuto, perché Half drunk under a full moon è un album originale, ricco di canzoni colorate e melodiche, positive ancorché a tratti malinconiche, emozionanti. Canzoni che spesso ricordano il passato ma che possono tranquillamente catturare invece lo spirito dei nostri strani tempi da lockdown, con una singolare “nostalgia del futuro” che le canzoni catturano bene, mescolando speranza, gioia e, come detto, malinconia.

Se volessimo fare dei paragoni dovremmo ragionevolmente pensare ai Kinks più ambiziosi, ai Beach Boys più complessi, ma anche al miglior pop britannico, tanto per chiarire che gli obbiettivi di Jon Fratelli e della sua band erano alti fin dall’inizio, e che il gruppo non voleva realizzare “un album destinato ad essere ascoltato tra una birra e l’altra”, ma qualcosa che chiede all’ascoltatore attenzione e pazienza. Come la canzone che chiude il disco, Hello stranger, una bellissima ballata, intima e perfetta, “la canzone che preferisco dell’album”, dice ancora Fratelli, “quella che ad ascoltarla non mi viene in mente nessun modo per poterla migliorare”. E’ un disco bello, dunque, intenso, che mostra la grande maturità alla quale è arrivata la band scozzese e anche le grandi doti di Jon Fratelli come compositore, come autore pop, probabilmente uno dei migliori che la Gran Bretagna possa offrire oggi.