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Luca Barbarossa, un libro per i suoi 60 anni: "Più un romanzo che un'autobiografia"

L'artista festeggia l'importante compleanno con 'Non perderti niente' in cui racconta episodi e incontri della sua vita. "Quello di poter mettere in scena me stesso è, alla fine, il più grande successo della mia vita"
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Il titolo è un invito, Non perderti niente, rivolto a tante persone diverse, ma, a ben guardare, principalmente a se stesso. Luca Barbarossa, cantautore, ma anche conduttore radiofonico, performer e intrattenitore, l'invito se l'è fatto e per non perdersi nulla ha deciso di aggiungere un'altra attività al suo elenco diventando scrittore, con un libro per Mondadori che, proprio per tener fede al titolo, è sia un romanzo che un'autobiografia, divertente e appassionata, in cui tutti gli elementi di una vita "fortunata", dolori compresi, sono raccontati con una carica di intelligente simpatia. Ben scritto, dunque, avvincente e scanzonato, Non perderti niente racconta i molti Luca Barbarossa che abbiamo avuto il piacere di incontrare in tanti anni. Ed è anche un modo, per il cantautore, per fare un bilancio: "Beh, innanzitutto c'è l'appuntamento abbastanza importante del compleanno dei 60 anni e tutto parte da…

Il titolo è un invito, Non perderti niente, rivolto a tante persone diverse, ma, a ben guardare, principalmente a se stesso. Luca Barbarossa, cantautore, ma anche conduttore radiofonico, performer e intrattenitore, l'invito se l'è fatto e per non perdersi nulla ha deciso di aggiungere un'altra attività al suo elenco diventando scrittore, con un libro per Mondadori che, proprio per tener fede al titolo, è sia un romanzo che un'autobiografia, divertente e appassionata, in cui tutti gli elementi di una vita "fortunata", dolori compresi, sono raccontati con una carica di intelligente simpatia. Ben scritto, dunque, avvincente e scanzonato, Non perderti niente racconta i molti Luca Barbarossa che abbiamo avuto il piacere di incontrare in tanti anni. Ed è anche un modo, per il cantautore, per fare un bilancio: "Beh, innanzitutto c'è l'appuntamento abbastanza importante del compleanno dei 60 anni e tutto parte da questa scadenza. Il libro si svolge nel giorno del compleanno, sono chiuso nello studio, barricato, so che se apro quella porta mi toccano i festeggiamenti della famiglia e non voglio uscire. Nel mio studio sono circondato da oggetti, foto, chitarre, che mi riportano a episodi della mia vita che mi fanno ripercorrere le cose più interessanti, avventurose, singolari, che ho vissuto. A cominciare dalla mia adolescenza, passando per l'esperienza come musicista di strada, passando per il tempo passato a Londra a fare il cameriere, fino ai tanti incontri, fantastici che ho fatto, da Pavarotti a Maradona, da Benigni s Springsteen, che meritavano di essere raccontati. E alla fine è un po' un romanzo e meno un'autobiografia, c'è divertimento, e tutto è sostanzialmente vero".

Perché ha pensato di scrivere un libro come questo?

"Quando raccontavo queste cose a qualche amico, o agli autori del Social club, mi dicevano sempre 'accidenti, com'è che non le hai mai scritte?'. Dovendo pensare a un regalo per i miei sessant'anni, la scorsa estate mi sono messo a scrivere. Ho mandato i primi due raccontini alla Mondadori, sono piaciuti, mi hanno trasmesso entusiasmo e sono andato avanti, molto semplicemente".

L'idea era quella di condividere quello che hai vissuto con gli altri, che è quello che già fa con le canzoni, o con la radio.

"È vero, è uno dei motivi per cui le ho scritte, e hanno assunto una rilevanza particolare nel periodo così particolare che stiamo vivendo. È un periodo in cui viviamo in sospensione, non si vive per non morire, abbiamo dovuto spingere l'acceleratore sull'aspetto tecnologico. È un libro per i miei coetanei, che come me hanno avuto una vita tattile, analogica, fisica, tutto quello che racconto non è avvenuto davanti a un display. Ma potrebbe essere interessante anche per i miei figli, che possono vedere la vita com'era ma forse anche capire meglio la vita com'è, quello che abbiamo e quello che ci manca".

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E a lei cosa manca oggi che i sessant'anni sono arrivati?

"Ho avuto la fortuna di vivere fasi della mia vita in modo soddisfacente, non sono uno di quelli che va a cercare cose che non ha avuto. Da giovane mi sono molto speso, ho salutato con grade favore la mia nuova fase di vita da adulto. C'è stata una vita da singolo, una da padre di famiglia, e quello è stato per me lo spartiacque. Ma prima di questo, che è accaduto tardi, avevo già 38 anni, ho fatto talmente tante cose, ho dato sfogo alla mia smania di esperienze di libertà, di ricerca, di esplorazione, per cui l'evoluzione naturale poteva essere solo quella di trasmettere ai figli lo stesso entusiasmo, voglia di vivere, passioni. A venti anni mi occupavo solo di me stesso e sono felice di avere tanta attenzione per altri".

Lei è molte cose insieme: un cantautore, un intrattenitore, un autore, un conduttore radiofonico, uno scrittore, è riuscito a cambiare costantemente.

"Probabilmente non sono mai diventato il mio lavoro, ho sempre mantenuto, ma non me ne faccio un merito, una 'normalità' di fondo e un piede anche fuori questo lavoro. È vero, sono un perosnaggio pubblico, conduttore, cantante, al quale capitano delle cose interessanti e diverse, però nel contempo sono sempre stato uno molto attaccato alla quotidianità, continuo ad andare a giocare a pallone o a tennis con gli amici, sto in famiglia, andiamo al mare, coltivo le mie passioni. Ho conosciuto tanti artisti che fuori dal palco sono pesci fuor d'acqua, sono talmente dentro quello che fanno che spesso e volentieri fuori dal loro campo sono un po' dei disadattati, io invece sono con tutte le scarpe dentro la normalità, sia nella famiglia che abbiamo creato insieme a Ingrid, sia nel mio lavoro. Non è che per qualche canzone o qualche stronzata detta alla radio uno come me se la possa tirare. Certo, all'inizio, nei primi anni del successo, ti senti un po' 'sto cavolo, ma poi è subentrata una buona dose di maturità".

Anche perché non è stato un cantautore da "hit single"?

"No, ma perché lo sono stato. Ho avuto momenti di grande successo in cui sono stato malissimo, ho capito che certamente, quello che inseguivo non era quello, il successo era una conseguenza non l'obiettivo finale. Quei livelli di successo, il primo posto in classifica, i Palasport pieni, sono stati per me un incidente di percorso, mi sono accorto quando c'erano che non avevo fatto i conti su come moltiplicassero in moto esponenziale alcuni effetti che alla fine non controlli più. Credo di aver preso le distanze da un certo tipo di popolarità perché non mi faceva sentire bene e capita questa cosa mi sono aperto dei file diversi per non ripetermi per non fare le stesse cose. E anche chi mi segue è cambiato con me".

Quindi non solo cantautore?

"Mi piace uscire dal ruolo di cantautore che fa il concerto e ho imparato a farlo attraverso i miei insuccessi. Io sono molto affezionato agli insuccessi, perché ci metti lo stesso impegno, alle volte anche di più, di quando hai successo. Il successo non dipende da quello che pensi di avere fatto, mi è capitato di arrivare primo in classifica con dischi a cui non avevo dato peso. Non tutti gli uomini arrivò primo e io mi chiedevo come cavolo fosse possibile, quando portai L'amore rubato a Sanremo pensavo che mi avrebbero cacciato subito. Mi piacerebbe fare una raccolta di insuccessi, perché alla fine ci sono canzoni considerate minori o non considerate affatto che ti rappresentano meglio dei successi".

Alla fine però lei è "diventato se stesso".

"Sì, forse ci sono riuscito. Ma ci vuole del tempo a diventare te stesso, e anche tanta pazienza. Quello di poter mettere in scena me stesso è, alla fine, il più grande successo della mia vita".