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Setak, il ragazzo 'glocal' in bilico tra blues, folk e tradizione: "Sono nato e cresciuto con una musica che non c'è più"

Si chiama Nicola Pomponi e viene da Penne, in provincia di Pescara: il dialetto del suo paese, il pennese, la lingua dell’entroterra pescarese, gli è servito per scrivere e interpretare le canzoni del nuovo disco, 'Alestalè'
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Molti di noi sono cresciuti ascoltando canzoni delle quali capivamo poco, testi in inglese che quando eravamo piccoli per noi avevano scarso senso compiuto. Ma quelle canzoni, per quanto assurdo possa sembrare, le capivamo, sapevamo di cosa parlavano, le ‘comprendevamo’ intimamente, al di la delle parole. E quello che accade ancora oggi ascoltando, senza sapere l’inglese, i testi dei successi angloamericani. E’ quello che accade anche dalle nostre parti, quando per la prima volta si ascolta Setak, al secolo Nicola Pomponi, da Penne, provincia di Pescara, che proprio in pennese, la lingua dell’entroterra pescarese, canta e scrive le sue canzoni. Ma non c’è bisogno di conoscere il pennese, non c’è bisogno di sottotitoli e traduzioni, perché le canzoni di Alestalè, il secondo album del cantautore abruzzese che esce in questi giorni, sono bellissime, comprensibili e intense, intrise di sentimenti che sono i nostri, cost…

Molti di noi sono cresciuti ascoltando canzoni delle quali capivamo poco, testi in inglese che quando eravamo piccoli per noi avevano scarso senso compiuto. Ma quelle canzoni, per quanto assurdo possa sembrare, le capivamo, sapevamo di cosa parlavano, le ‘comprendevamo’ intimamente, al di la delle parole. E quello che accade ancora oggi ascoltando, senza sapere l’inglese, i testi dei successi angloamericani. E’ quello che accade anche dalle nostre parti, quando per la prima volta si ascolta Setak, al secolo Nicola Pomponi, da Penne, provincia di Pescara, che proprio in pennese, la lingua dell’entroterra pescarese, canta e scrive le sue canzoni. Ma non c’è bisogno di conoscere il pennese, non c’è bisogno di sottotitoli e traduzioni, perché le canzoni di Alestalè, il secondo album del cantautore abruzzese che esce in questi giorni, sono bellissime, comprensibili e intense, intrise di sentimenti che sono i nostri, costruite con melodie alle quali è facile fare spazio nel cuore, meravigliosamente internazionali anche se profondamente italiane.

‘Glocal’, dunque, in bilico tra blues, folk, tradizione e grande canzone d’autore, in quel territorio sognante che esiste tra l’Appennino Centrale e il Mississippi, tra la Maiella e l’Africa, dove vivono insieme il blues e il saltarello. Setak ha al suo attivo un album molto bello, Bluesanza e con questo Alestalè fa un interessante passo avanti, nella scrittura e nell’interpretazione di canzoni che vivono lontane dalle correnti del mainstream ma colpiscono per originalità e forza. Un disco che ha un titolo che invita alla ripartenza, al rimettersi in movimento, dopo il lungo e drammatico fermo imposto dalle restrizioni dovute alla pandemia.  

“Io ho cercato di non farmi toccare a questa situazione assurda”, ci dice Setak, “può sembrare strano, lo capisco, perché è difficile non essere artisticamente e emotivamente colpiti da questa cosa. Quindi è ovvio che anche io sono stato colpito dalla pandemia, dal lockdown, da un grande gramma collettivo, ma ho cercato di limitare questa influenza, ho cercato di lavorare come volevo io non come mi imponeva il tempo, con lo stesso spirito di prima. Naturalmente a livello umano e personale mi ha toccato molto, è cambiata la vita a tutti e anche a me, ma in quando musicista volevo, mi sembrava giusto, mantenere lo stesso tipo di luce, volevo che queste canzoni potessero essere ascoltate tra qualche anno senza doverle legare necessariamente alla tragedia che abbiamo vissuto e che speriamo finisca presto”.

Quanto ha inciso il lockdown sulla lavorazione del disco?
“Alestalè in realtà era pronto già a maggio del 2020, volevo farlo uscire subito dopo il mio primo album, ma ovviamente tutto si è fermato con il lockdown. Ma ho preso questa pausa come un’occasione per andare ad approfondire alcuni del lavoro e accogliere le collaborazioni che sono venute dopo, meravigliose, sorprendenti, come quella con Fabrizio Bosso, con Francesco di Bella e Mimmo Locasciulli, tanto per dire che non tutti i mali vengono per nuocere”.

Quindi è facile immaginare che, visto che è passato tanto tempo, sia già al lavoro su nuove canzoni?
“In realtà sto già lavorando al terzo album, gli ho dato già dato una struttura…”.

Quindi diciamo che continua ad attraversare una forte tensione creativa.
“C’è un flusso creativo che devi seguire quando ce l’hai, non mi piace mettere il tappo alle idee e agli stimoli per ‘conservarli’. Mi piace l’idea di affrontare la musica come facevano gli artisti degli anni Sessanta e Settanta, che facevano anche due dischi in un anno. Non ho paura che le idee possano finire e so che posso sempre, se penso di essere a posto, dire basta. Faccio un percorso difficile ma personale, non ho bisogno di seguire mode o le tendenze, faccio come mi pare. E’ un vecchio modo di fare? E’una critica che non mi tocca, voglio continuare ad essere libero”.

Libero anche nell’uso della lingua, che continua ad essere quella abruzzese. Al secondo album nelle canzoni si sente una maggior sicurezza anche nei testi e nell’uso del dialetto.
“All’inizio c’era ovviamente un po’ di timore, volevo entrare in punta di piedi. Adesso ho l’impressione che sia successo qualcosa, che chi mi ascolta abbia capito meglio quello che faccio. Quando fai una cosa che prima non c’era è più difficile, sei da solo, chi ti ascolta per la prima volta si chiede cosa stai facendo e perché. Invece adesso mi sento più tranquillo, c’è un sentiero già tracciato, in qualche modo è una realtà affermata, anche se ancora piccola”.

La ascoltano non più come una ‘curiosità’…
“Percepisco meno snobismo, più considerazione, l’attenzione che mi viene concessa non è per la ‘stranezza’ della lingua. E io scrivo in maniera più naturale, perché non devo spiegare a nessuno quello che sto facendo. Se ho una cosa che mi viene in mente non ci pensò più su, mentre prima mi facevo molte domande”.

I testi infatti sembrano frutto di una maggiore elaborazione rispetto al primo album.
“C’è stata da parte mia una più attenta ricerca poetica, e mi fa piacere se all’ascolto si coglie”.

La lingua resta abruzzese, ma musicalmente anche in Alestalè il suo mondo resta molto internazionale.
“Sono nato e cresciuto con una musica che sostanzialmente non c’è più, sono legato alla musica di Ry Cooder, Ali Farka Tourè, ai grandi del blues, a Robert Wyatt, al progressive degli anni settanta, per assurdo conosco poco la musica italiana, anche se amo molto i grandi cantautori. Sono sempre stato molto curioso e credo che nel disco si senta. Ci sono passi orientali, indiani, ritmi africani, sono curioso della musica del sud del mondo, così quanto amo autori come Dylan, Neil Young, Paul Simon. L’obbiettivo resta quello di fare una sintesi, di mettere insieme la mia cultura, le mie tradizioni, e tutto quello che ho amato e amo. E sperare che sia una sintesi originale che gli altri possano ascoltare e capire”.