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(fotogramma)

Franco Battiato, l'artista della moderazione

Il compositore, scomparso a 76 anni, ha sempre sfidato il tempo e le mode. "La vita non finisce, è come il sonno" cantava nel suo testamento musicale 'Torneremo ancora'
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Gli artisti, quelli veri, non si fanno sorprendere dalla morte. La precedono. Franco Battiato, che ci ha lasciato all'età di 76 anni, dopo una lunga malattia, come David Bowie e Leonard Cohen; ognuno di loro pronto ad abbandonare la tavola con un biglietto per gli amici. "Hineni, hineni, sono pronto mio Signore", recitava Cohen nel dirge registrato in vista del trapasso. Bowie, con Blackstar, si era bendato e aveva affrontato con terrore l'ignoto, facendo della sua dipartita l'ennesima opera d'arte. "La vita non finisce è come il sonno / la nascita è come il risveglio / finché non saremo liberi / torneremo ancora ancora / e ancora" ha cantato Battiato con voce fragile, tenera, affettuosa nel suo testamento, Torneremo ancora. "Molte sono le vie / ma una sola quella che conduce alla verità / finché non saremo liberi": frasi su cui riflettere, come ne ha scritte migliaia negli oltre cinquant'anni …

Gli artisti, quelli veri, non si fanno sorprendere dalla morte. La precedono. Franco Battiato, che ci ha lasciato all'età di 76 anni, dopo una lunga malattia, come David Bowie e Leonard Cohen; ognuno di loro pronto ad abbandonare la tavola con un biglietto per gli amici. "Hineni, hineni, sono pronto mio Signore", recitava Cohen nel dirge registrato in vista del trapasso. Bowie, con Blackstar, si era bendato e aveva affrontato con terrore l'ignoto, facendo della sua dipartita l'ennesima opera d'arte. "La vita non finisce è come il sonno / la nascita è come il risveglio / finché non saremo liberi / torneremo ancora ancora / e ancora" ha cantato Battiato con voce fragile, tenera, affettuosa nel suo testamento, Torneremo ancora. "Molte sono le vie / ma una sola quella che conduce alla verità / finché non saremo liberi": frasi su cui riflettere, come ne ha scritte migliaia negli oltre cinquant'anni di carriera. Non si ascoltava Battiato per divertirsi, ma per apprendere. Anche noi, si andava a casa sua per imparare. "Ho trovato un modo equilibrato di convivere con l'idea dell'invecchiamento e del trapasso", ci disse quando aveva 68 anni. "Alla mia età si entra in certe zone dove il rapporto col soprannaturale diventa più intimo. Sono in contatto diretto con la morte, al punto da controllare la paura. Paura di cosa? Morire è come un sogno. Credo nel karma, può esserci una felicità tremenda fuori dalla prigione del corpo". E noi lì ad ascoltare, ancora poco evoluti, malamente strutturati e paralizzati dall'inconosciuto; allora lui cercava pietosamente di spostare il discorso in spazi di beatitudine, magari concentrandosi su quel ciliegio appena fiorito davanti alla veranda della villa di Milo, sulle pendici dell'Etna, una tenuta che confinava con quella di Lucio Dalla. Dopo la vendita del bell'appartamento nel centro di Catania (per dissidi con la municipalità) era diventato il suo rifugio. Amorevolmente accudito dal marocchino Said e dalla sua famiglia, aveva stabilito con quella residenza, come con tutte le altre, un rapporto metafisico: ogni cosa al suo posto, divina e impermanente. Da lui si andava a imparare, perché aveva molto studiato, anche l'arabo, tre anni, per avvicinarsi al sufismo e comprenderlo meglio. E aveva molto viaggiato, in Iran, in Iraq, più volte a Konya, in Turchia, in pellegrinaggio sulla tomba di Rumi. "Io sono nato a Ionia, provincia di Catania, nel '45, la gente nel dopoguerra aveva espulso tutte le tossine della malvagità", diceva.

I dieci versi dalle canzoni di Battiato da appuntarsi e non dimenticare

A sedici anni già leggeva qualcosa di cibernetica e di Freud, poi una valanga di letteratura mitteleuropea. A diciannove anni, in fuga a Milano, entrò in una scuola che non lasciava troppo spazio alle rime cuore/amore. "Per darmi delle arie dissi che facevo musica siciliana rinascimentale, in realtà avevo messo in musica alcuni proverbi siciliani", raccontava. Fu Giorgio Gaber, col quale giocava a poker fino all'alba, a produrre il suo primo disco, dopo un breve apprendistato al Cab 64, dove si esibivano Cochi e Renato, Lino Toffolo e i Gufi. Si vergognava moltissimo del titolo del suo primo 45 giri, E l'amore, che nel 1968 vendette centomila copie. Considerava quel testo un azzardo sacrilego, tanto non gli apparteneva: "È l'amore che mi prende piano piano per mano / Mentre l'acqua dietro ai vetri già discende lentamente / Come son lunghe le sere d'autunno se non sei con me". La reazione lusinghiera del pubblico lo mandò in tilt. Una domenica pomeriggio, in Galleria, a Milano, un gruppo di ragazzi cominciò a cantare in coro di quella canzone a venti metri da lui. Per chiunque altro sarebbe stato un momento glorioso, per lui uno shock. "Mi sentii un ladro, mi nascosi". Lo mandarono al Disco per l'estate e il senso di straniamento divenne intollerabile. Finalmente, nel '69, a Londra, comprò un Vcs3, cambiò vita e abbracciò l'avanguardia. In quell'anno suonò 31 date come spalla di Stomu Yamash'ta, anche alla Roundhouse di Londra; al Bataclan di Parigi divise il camerino con John Cale e Nico, che lo scambiò per un pusher di eroina.

La storia di Battiato dentro e fuori la musica leggera - un premio Stockhausen nel 1978 per L'Egitto prima delle sabbie - è antica quanto la sua carriera discografica, iniziata nel 1972 con Fetus e Pollution e proseguita con dischi che oggi sarebbero considerati indigeribili, come Sulle corde di Aries, Clic, fino all'Era del cinghiale bianco, preludio a quel Patriots che con Prospettiva Nevski avrebbe autorevolmente imposto la "cifra Battiato", in verità assai peculiare, alla canzone d'autore italiana. "Quando nel 1972 Pollution arrivò ai primi posti della classifica, non mi rendevo neanche conto di quel che stava accadendo tanto era fuori dalle mie aspettative", raccontava. "Poi ci fu un cambiamento alla fine del decennio, dopo tanti anni di avanguardia volevo finalmente guadagnare qualcosa - pur sempre con un distacco sentimentale dai ricordi. Non guardo mai vecchie foto, mi creano disturbo. Siamo quel che siamo oggi. Credo nella reincarnazione, ma se sono stato un santo o un assassino non fa nessuna differenza, anche se ho delle intuizioni di vite passate - credo di essere stato donna nei primi del Novecento".

Cantante, musicista, compositore, pittore, regista, mistico "ma non eremita": credeva nella reincarnazione, per oltre mezzo secolo ha meditato due volte al giorno. "Trovo il nucleo dell'esistenza proprio in questa separazione dall'ordinario", spiegava a chi gli chiedeva il perché di tanta disciplina. Da Battiato si andava a scippare frammenti di saggezza, sbirciando tra i volumi accatastati sul tavolinetto del soggiorno: Gurdjieff, i versetti di Rumi, Santa Teresa D'Avila, San Giovanni della Croce, Urgyen Tulku, Lu-Tzu, Dzogchen Ponlop, Willigis Jäger, Sana'i e almeno tre versioni del Kybalion. Alla fine, si era creato un misticismo sincretico che rifiutava le disfunzionalità di tutte le religioni e ne accoglieva tutte le santità. "Buddha ha inventato la via del centro perché ha capito che digiunando e flagellandosi non si raggiunge un bel niente. Ed è lì che sto io, nel mezzo. Non basta una vita per liberarsi dal cattolicesimo e dal romanticismo di cui le nostre esistenze sono incrostate". Poi concludeva: "Oriente? Occidente? Io sto nel mezzo", lasciando perplessi coloro che, dopo la Guerra del Golfo e l'attacco alle torri gemelle, guardavano al Corano come a un manuale di guerra. E li irritava di più, quando aggiungeva: "Ho un rapporto islamico con la musica pop, la trovo perfetta, ma solo se usata con moderazione". Altro non era che il principio cardine della sua poetica: la moderazione esaltata dall'Islam aveva guidato l'esemplare percorso in musica, dalle onde elettroniche degli esordi alle canzoni di album come L'era del cinghiale bianco, Patriots, La voce del padrone, L'arca di Noè... fino ad Apriti Sesamo; ma anche in quelle scritte per le vestali che con coraggio e riverenza si avvicinarono alla sua scrittura, Milva, Alice, Giuni Russo, Antony.

Franco Battiato, da 'Prospettiva Nevski' a 'La Cura': le sue canzoni indimenticabili

"La mia concezione del sacro è cosmogonica, molto vicina a quella dei Veda", spiegava. "Dio esiste, ma è troppo lontano, è un'isola che non ha contatto col nostro mondo. Dobbiamo scalare salite ripide per avvicinarci alle zone del non ritorno". Lo raccontò in una canzone dal titolo terrificante, La porta dello spavento supremo, nell'album Dieci stratagemmi (2004). "I momenti brutti che ho avuto nella mia vita sono stati solo di natura cosmologica. Una volta durante la notte mi sono alzato, sono venuto in questa stanza e ho guardato in faccia la mia paura, con attenzione, e la crisi si è risolta. Non è facile, perché in quel momento ti senti un essere sbattuto nel nulla, non hai legami con niente. È la notte oscura di San Giovanni della Croce, sofferenze che sembrano insormontabili, insopportabili, e che invece puoi superare in un batter d'occhio, ricordando che siamo impermanenti".

S'inalberava se gli parlavi d'amore: "Ci credi ancora?", sbottava, lui che dai suoi versi aveva bandito compiacimenti e morbosità proustiane: "Sono immune all'amarcord. Non ho mai scritto una canzone mosso dall'urgenza del momento, anzi se di notte mi viene un'ispirazione mi giro dall'altra parte; se domattina ci sarà ancora, bene, altrimenti addio. L'arte è materia sublime, non possiamo considerare la musica come colonna sonora per cuorinfranti. Ma perché devo essere proprio io, che non mi sono mai innamorato, a dire queste cose? In realtà mi innamorai a sedici anni. Lei mi faceva tremare le gambe. Fu bello perché finì lì. Un altro anno di quei tremblements mi avrebbero ucciso". Lo racconta in Mesopotamia. "La prima goccia bianca che spavento / E che piacere strano / E un innamoramento senza senso / Per legge naturale a quell'età". "La passione è una malattia, una zavorra che ci trascina verso il basso. La cronaca ci parla di coglioni che credono di essere i proprietari dei genitali dell'altro. Non è questo che genera i femminicidi? C'è un malinteso intorno all'amore e al sesso. Tutti credono sia un sentimento che esplode in una forte tensione sessuale e dopo un po' scema. Ma quella è infatuazione, un abbaglio. L'orgasmo è un momento più complesso di una semplice eiaculazione, è la prova generale dell'abbandono del proprio ego. Che bello dormire da soli e non litigare per un tubetto di dentifricio spremuto a metà". Una volta parlando del malamore alla Tenco: "Queste trappole sono fuori dalla mia dimensione, non mi hanno mai sfiorato". I ventenni, mai polemici, si riconoscevano in "Voglio praticare il sesso senza sentimento" (L'animale), ma tutti sapevano a memoria anche i testi impegnativi di Voglio vederti danzare, L'era del cinghiale bianco, Centro di gravità permanente, I treni di Tozeur, La cura e Fornicazione, che lui definiva "una vecchia canzone sporcacciona".

La collaborazione col filosofo Manlio Sgalambro rafforzò le sue convinzioni sulla musica pop: "Se vuoi veramente bene al pubblico non segui certi bassi istinti, non lo insegui per nutrirlo di cose velenose. A volte anche l'intelletto vuole la sua parte, non sempre il cuore o il basso ventre sono il punto di raccolta delle emozioni, ci può anche essere un'eccitazione intellettuale. Questo è il senso della mia collaborazione con Manlio, da quel primo testo che mi propose, Fornicazione, fino a L'ombrello e la macchina da cucire". Passando per quel brano sublime che è La cura (dall'album L'imboscata, 1996): lì dentro c'è tutto, dall'amore alla solidarietà, dall'amicizia alla fratellanza, dalla terapia alla guarigione, dalla spiritualità all'essenza - la summa del pensiero filosofico di Battiato, e per noi una preghiera da recitare come un mantra.

Con la politica inciampò nel 1991 con Povera patria, per spirito di dovere e una buona dose d'incazzatura: "Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere / Di gente infame, che non sa cos'è il pudore / Tra governanti, quanti perfetti e inutili buffoni! / Non cambierà, non cambierà". Nonostante tutto ci provò. Su invito di Crocetta a ricoprire l'incarico di assessore al turismo della regione Sicilia. Resistette cinque mesi, poi dopo la memorabile esternazione al Parlamento Europeo nel 2013 ("Ci sono troie in giro in parlamento che farebbero di tutto, dovrebbero aprire un casino"), le dimissioni forzate. Diceva il vero, ma il Paese non era avvezzo al linguaggio brutale che i social avrebbero imposto da lì a poco. "Mi vergogno a dirlo, ma per un attimo ci avevo creduto", confessò. "Nascere umani è un grande privilegio, abbiamo il libero arbitrio. Anche se ho visto cani molto più spirituali di tanti uomini".

Non era astratto quando parlava di folgorazioni e di illuminazioni. La sua famiglia era quel piccolo Nirvana in cui si era immerso sfidando il tempo, le mode, le convenzioni, la modernità. Tutto, con moderazione. "Non conosco la noia, neanche quando mi occupo di cose dello spirito. Forse è quello l'ozio latino di cui tutti abbiamo bisogno. Una volta ebbi uno shock durante un'improvvisazione musicale. Fui come folgorato da quella che alcuni mistici chiamano l'emozione superiore; tre giorni di febbre, di esaltazione. Un momento indimenticabile, irripetibile, in cui mi resi davvero conto di aver 'toccato' qualcosa". Ora quel qualcosa ce l'ha ben saldo tra le mani. Per l'eternità.