Era successo a Woodstock, nel 1969: quando nessuno riusciva più a controllare gli ingressi e la gente entrava nell'area della Yasgur Farm senza biglietto, gli organizzatori dichiararono che la "tre giorni" di pace, amore e musica era diventata un "free festival". Lo stesso è accaduto, in maniera digitale, sabato sera per l'edizione 2021 del leggendario Festival di Glastonbury, che per il secondo anno ha cancellato la storica versione live nei 900 acri della Worthy Farm dove Michael Eavis da cinquanta anni, dal 1971, organizza il raduno, per "spostarsi" unicamente nel cyberspazio e vivere solo online. Quando per cause non chiare una parte del pubblico pagante non è più riuscito a collegarsi, ricevendo solo un messaggio di "invalid code", per seguire i concerti, più di centomila persone hanno iniziato a protestare. Un ignoto hacker di Preston ha, dopo una novantina di minuti, deciso di risolvere il problema postando un link "illegale" allo streaming su Twitter e gli organizzatori, per evitare ulteriori problemi, hanno deciso di "aprire i cancelli" per un po' e rendere Glastonbury 2021 un "free festival", come ai vecchi tempi. Oltre a programmare di nuovo nei giorni seguenti, e fino al 30 maggio, altre repliche delle cinque ore di performance.
Una vita "su schermo" Glastonbury in realtà l'ha sempre avuta, da molti anni gli inglesi che non si aggiungono ai 150.000 che affollano i prati della fattoria, seguono il festival sulla BBC, ma la differenza era, ovviamente, che quest'anno le performance, i concerti che avvengono sui diversi palchi del festival, erano tutte registrate. Niente concerti in diretta, dunque, come vuole una delle regole della "nuova normalità" dell'era Covid, per chi ha immaginato qualcosa che non fosse un "palliativo" dei concerti ma un'"esperienza" digitale, on line, diversa. E il risultato, al netto dei problemi tecnici (li abbiamo visti anche da noi, durante il concerto online di Ultimo al Colosseo) è stato francamente molto buono. Non era Glastonbury come la conosciamo, niente prati, niente fango, niente folla, niente bancarelle, palchi, stand con il cibo, tende, bandiere, volume alto e assembramento, ma è stata comunque una interessante, bella, appassionante serata di musica, vissuta in casa, seduti sul divano, con il televisore collegato allo stereo e il volume più alto possibile senza infastidire i vicini. Ogni performance aveva un suo senso, da George Ezra, da solo con la sua chitarra davanti a un grande fuoco a Strummerville, a Michael Kiwanuka, che avrebbe dovuto esibirsi all'aperto e invece ha registrato la sua performance sotto la pioggia, coperto da un tendone, illuminando il buio con la sua musica a dir poco avvincente. Jorja Smith, una delle più belle realtà femminili della musica di oggi, ha messo in scena il suo soul moderno ed esotico nello spazio del West Holts Stage, mentre gli Idles, sempre ultrapotenti, ultrafuribondi, ma appassionati e originali, hanno dimostrato che nemmeno la distanza, il distacco, l'alterità del digitale riescono a spegnere il loro set. C'è stato spazio per la poesia, con una leggendaria P.J. Harvey e Kae Tempest (ma anche un sorprendente George the Poet), per fare da contrappunto alla musica acustica e sintetica delle Haim, e al mistero pop dei Wolf Alice, prima di accendere il Pyramid Stage con i Coldplay e la loro ormai classica celebrazione della vita, con una raffica di effetti speciali: imbattibili nel loro campo, infilano una sequenza di hit da paura, compreso il recentissimo Higher Power ovviamente, e Chris Martin si concede anche un nuovo gioiello a cappella, Human heart, cantata con l'aiuto dei vocalist americani We Are King. Fuochi d'artificio, fumi, laser, nel vuoto davanti al Pyramid Stage, riempito da un'infinità di luce, in maniera davvero unica.
E ancora, nel cerchio di pietra che sembra quello di Stonehenge, Damon Albarn invece le luci emotive le spegne facendoci piombare nel più sublime spazio dell'irrealtà, con un set misterioso, malinconico, oscuro ma bellissimo, prima di passare il testimone a Thom Yorke e Jonny Greenwood e alla loro nuova creatura, The Smile, con il batterista dei Sons of Kemet Tom Skinner, nello spazio/installazione di Greenpeace. Tutto nuovo dalle loro parti, riconoscibile è solo l'atmosfera, che ovviamente richiama la casa madre dei Radiohead, ma in una maniera notturna e velata. Dice bene il critico dell'Independent, il giorno dopo, "i Radiohead esistono solo in uno stato gassoso di questi tempi" ed è vero anche in questo caso, con mille turbinosi e affascinanti rivolgimenti sonori che Yorke e Greenwood affastellano in canzoni che splendono nel buio della notte di Glastonbury senza mai lasciarsi afferrare. E a chiudere cinque ore di grande, grandissima musica, arriva Kano, uno dei rapper più sofisticati della nuova scena britannica, prima del "ballo" di chiusura con la dj Honey Dijon da un bus affollato di ballerini.
"Glastonbury 2021 - Live at Worthy Farm" non è stato un festival di certo, ma una bellissima, lunga, serata di musica live in streaming fatta per essere vista e vissuta diversamente da un concerto, da casa, su uno schermo, come un evento unico trasformato in un film, senza pubblico ma con tanta musica di livello eccellentissimo, riprese di grande qualità, un audio perfetto, tutto quello che, al di là dei problemi delle prime due ore della prima serata ("inaccettabili" hanno detto gli organizzatori stessi, scusandosi con una lunga lettera), ci dovrebbe essere in un evento pensato e costruito per esistere in questo modo. Un ottimo esempio di quello che in futuro gli eventi in streaming, risolti i problemi tecnici, potranno offrirci.