Max Pezzali, un tuffo negli anni 90: "Perché oggi il futuro non è più quello di una volta"
di Luigi Bolognini , di Luigi BologniniLa regola è codificata: ogni decennio, solitamente corredato dall’aggettivo “favoloso”, viene riscoperto tre decenni dopo, quando i ragazzi di quella generazione si trovano ad aver dato vita alla successiva. I favolosi anni 60, 70, 80. Ora tocca ai favolosi anni 90. Con una differenza base: a cantarli è chi li cantava già allora e aveva mai smesso di farlo. Non riscoperta ma riproposizione, quella di Max Pezzali, che suonerà solo il suo repertorio degli anni 90, quando ancora era vivo il progetto 883, nel tour Max90, stesso titolo di un libro scritto per Sperling&Kupfer. Data zero il 2 luglio, poi Pistoia (4), Ferrara (8-9), Palmanova (11-12), Nichelino (16-17), Bologna (19) e via andare.
Pezzali, manca ancora Milano.
«Eh, ma lei è cattivo dentro, picchia un bambino che aspettava la torta con le candeline, le date di San Siro, e se l’è vista portare via. La potrò mangiare solo il 15 e 16 luglio 2022. C…
La regola è codificata: ogni decennio, solitamente corredato dall’aggettivo “favoloso”, viene riscoperto tre decenni dopo, quando i ragazzi di quella generazione si trovano ad aver dato vita alla successiva. I favolosi anni 60, 70, 80. Ora tocca ai favolosi anni 90. Con una differenza base: a cantarli è chi li cantava già allora e aveva mai smesso di farlo. Non riscoperta ma riproposizione, quella di Max Pezzali, che suonerà solo il suo repertorio degli anni 90, quando ancora era vivo il progetto 883, nel tour Max90, stesso titolo di un libro scritto per Sperling&Kupfer. Data zero il 2 luglio, poi Pistoia (4), Ferrara (8-9), Palmanova (11-12), Nichelino (16-17), Bologna (19) e via andare.
Pezzali, manca ancora Milano.
«Eh, ma lei è cattivo dentro, picchia un bambino che aspettava la torta con le candeline, le date di San Siro, e se l’è vista portare via. La potrò mangiare solo il 15 e 16 luglio 2022. Che sofferenza. Ma una luce in fondo al tunnel c’è».
Il tour, intende?
«Sì, un modo per ritrovare il contatto col pubblico anche se distanziato e mai oltre le 1500 persone. Ma va benissimo così, per non perdere il senso del lavoro e perché è giusto e responsabile rimettere in pista la filiera, i tecnici, i fonici... tutti».
E solo canzoni anni 90?
«Solo quelle, anche nei bis, solo i miei primi quattro dischi. Una scelta stilistica ed estetica. Coi brani intervallati da citazioni del libro Max90 su oggetti e usi del decennio ormai spariti: gli incontri al bar, le mappe stradali di carta, la leva obbligatoria, per noi un’ossessione, il “deca”, cioè le 10 mila lire che dovevi farti bastare il sabato sera».
Cosa ha avuto di così speciale quel decennio?
«È stato l’ultimo del mondo analogico, simile ai passati, ma già il primo dell’era moderna con l’arrivo di internet, che è stato come la rivoluzione industriale. Un decennio che ci sembra ancor più lontano per l’ottimismo imperante. C’erano le stragi di mafia, la guerra in Jugoslavia... Ma anche l’idea che sarebbe cambiato tutto: Mani Pulite, la rivolta della società civile, i giovani che facevano sentire la voce per le strade. Gli anni 90 finiscono solo nel 2001 con lo scoppio della bolla speculativa e l’11 settembre. E quell’ottimismo percepito, se vuole quel candore, lo si cerca ancora».
Insomma, si tuffa nel passato perché non ha fiducia nel presente.
«Io parlerei del futuro, che non è più quello di una volta, come recita una famosa scritta sui muri a Milano. Noi avevamo delle idee di base poi dovevamo inventarci come farle andare avanti, cercare le informazioni. Ora è tutto pronto, servito sullo smartphone, dovremmo essere felici».
Invece?
«L’eccesso di informazione, di tutto, porta a dei problemi. Lo sbattimento per cercare una cosa te la faceva memorizzare e godere di più, ora la soglia d’attenzione si è abbassata, c’è troppa roba a disposizione, ti perdi».
Scusi un po’, ma non è che questi anni 90 siano stati favolosi perché lei aveva vent’anni? Tutti rimpiangono i propri vent’anni.
«Ah beh, ma questo è ovvio: ogni generazione racconta la propria storia con nostalgia, è quella che ci fa andare avanti. Io mi rivolgo a un pubblico tra i 40 e i 55 anni che ha bisogno del proprio reducismo».
Ci racconti ancora qualcosa di questi concerti così nostalgici.
«Lo saranno davvero: un palco simile a quelli di allora, senza schermi né filmati. Un ritorno a quando prendevi un microfono dinamico e andavi, con pochissime basi e molti musicisti. E riaffronterò pezzi che non tocco da vent’anni. La radio a 1000 watt per esempio l’abbiamo smontata e rimontata con lo stesso spirito, non avevamo più neanche i nastri originali».
Ai tempi le canzoni degli 883 erano considerate, da larga parte del pubblico, di facile consumo, usa e getta. Poi cos’è successo?
«Che nel 2012 ho rifatto Hanno ucciso l’Uomo Ragno assieme a tanti rapper. È stata la svolta. Neanche sapevo di essere così amato dai rapper. Ma un musicista scrive e non sa dove finiscano le sue canzoni. Mi hanno spiegato che sono stato come il punk: ho fatto capire che certe cose potevi farle, se avevi voglia, anche senza un gran talento. Ora i trentenni hanno trovato nelle canzoni degli 883 punti di contatto con l’it pop di Calcutta, Gazzelle, Carl Brave, la narrazione delle piccole cose».
Ecco, le piccole cose. Quale le manca di più degli anni 90?
«La segreteria telefonica per il numero fisso, quella con le cassettine micro: tornavi a casa e scoprivi chi ti aveva cercato. Ora l’effetto sorpresa è quando ti suona alla porta il fattorino di Amazon».