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Trent'anni di Modena City Ramblers: "E' cambiato tutto, ma noi no"

Trent'anni di Modena City Ramblers: "E' cambiato tutto, ma noi no"

La band festeggia l'anniversario restando fedele allo spirito degli esordi: "Siamo orgogliosi di aver fatto conoscere 'Bella ciao' in tutto il mondo"

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Trent'anni fa iniziava il lungo viaggio nella musica dei Modena City Ramblers, eroi del nostrano combat folk, rocker popolari, cantastorie moderni, leggendari 'vagabondi' della musica che instancabilmente percorrono la penisola in lungo e in largo con le loro canzoni. Trent'anni di storia per una band non sono pochi, ma a ben guardare i Modena non sono 'esattamente' una band, piuttosto un collettivo, un insieme di musicisti che, senza avvertire la necessità di scalare le classifiche o di avere un vero e proprio 'frontman', mantengono salda la rotta della loro musica rinnovandosi costantemente, cambiando musicisti e formazioni, mescolando folk irlandese, rock, punk, musica popolare italiana, canzone d'autore, con l'unica costante necessità di raccontare la vita e la storia, restando immersi nella realtà del nostro paese.

Ribelli e instancabili, indomabili e divertenti, i Modena City Ramblers (che saranno in scena alla Milanesiana il 30 giugno per una conversazione in occasione del trentennale con Alessandro Gnocchi e che il 29 luglio saranno allo Sferisterio di Santarcangelo di Romagna per un grande concerto celebrativo, presentati dal Sindaco di Santarcangelo Alice Parma e dal Presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, introdotti da Elisabetta Sgarbi) sono, se la parola non suonasse stonata in rapporto alla loro realtà, una 'istituzione' della musica italiana, senza la quale la nostra scena musicale sarebbe più povera e più triste, meno interessante e viva.

Sì, perché i Modena City Ramblers hanno resistito alle intemperie e in questi trent'anni hanno continuato a tenere alte le bandiere della libertà, quella della buona musica e quella dell'impegno, anche quando tutt'e tre le cose sembravano essere andate 'fuori moda'. Ma loro, con la beata incoscienza dei sognatori, hanno continuato per la loro strada, fino ad arrivare, nel 2021, a celebrare il trentennale della loro carriera. "Nessuno ci pensava di curare così tanto", dice Davide "Dudu" Morandi, "di certo non i componenti della band di allora. Io non c'ero, ma ero tra il pubblico, li ascoltavo, li seguivo, erano un gruppo di amici che facevano musica per passione e divertimento, non pensavano di certo di trasformare tutto questo in una professione o in uno stile di vita. Erano dei grandi cazzoni e quella cazzonaggine è rimasta, è questo uno dei segreti per i quali siamo ancora qua dopo tanti anni. Trent'anni di storia sono traguardo molto importante, in questo lungo cammino ci sono stati tanti imprevisti, tanti successi, tante gioie, tanti cambiamenti. Soprattutto cambiamenti, non credo ci sia una band che ha cambiato così tanti componenti nel corso della sua storia, senza cambiare mai però l'approccio alla musica, lo stile".

Tutto sostenuto da un grande e particolarmente caloroso rapporto con il pubblico, che vi segue senza sosta. Un po' come i Nomadi, ma anche un po' come i Grateful Dead...

"Sicuramente, non a caso il nostro pubblico si definisce 'grande famiglia', è veramente cosi, Lo stiamo verificando in questi giorni, con i nostri primi concerti dopo il lockdown, ci sono ragazzi che si fanno centinaia di chilometri pur di venirci a vedere subito, anche se poi magari tra qualche settimana arriveremo vicino a casa loro. A Torino l'altra sera, per dire, c'era chi era venuto apposta dalle Marche...Comunque il paragone con i Nomadi ci sta tutto, loro anche hanno avuto dei cambi di line up, ma noi siamo stati decisamente più movimentati, gente c'è arrivata e andata via, o altri che sono arrivati giusto per fare visita e che invece sono rimasti".

Più che una band i Modena City Ramblers sono un gran collettivo.

"Si, un collettivo. Ma è così proprio perché da quando sono nati, sin dall'inizio, è sempre stata più importante la squadra dei singoli, più importante la maglia che i campioni. Siamo come una squadra di calcio, la ami a prescindere da chi ci gioca dentro. Era così anche quando io non suonavo con loro e li andavo a vedere, ogni volta c'era una faccia nuova, diversa, anche se l'ossatura base restava la stessa. Questo è stato il grande collante, che ha permesso ai Modena di andare avanti e anche di evolvere. Perché ha significato cambi di scrittura, di approccio, musicali, restando comunque con i piedi per terra, coerenti, cercando di dare sempre il massimo".

Avete visto in questi trent'anni il Paese cambiare davanti ai vostri occhi...

"Tutto è cambiato, e anche più volte, da quando abbiamo iniziato. La prima Repubblica, la seconda, i movimenti, Berlusconi, la Lega, cambi di ogni tipo. E poi la società, i comportamenti, le abitudini. Abbiamo provato a raccontare tutto quello che vedevamo accadere davanti ai nostri occhi".

Ed è cambiata anche la musica.

"Quello della digitalizzazione è stato un cambio epocale, che ha modificato il modo di fare musica, di concepirla, di ascoltarla. Una volta ti chiudevi in studio e ci stavi dei mesi per cercare delle sonorità giuste, adesso in poche ore si buttano fuori i pezzi che verranno ascoltati negli smartphone, al massimo in uno speaker. Non c'erano internet o gli smartphone quando abbiamo iniziato, era tutto un mondo diverso, ma tante cose non sono cambiate, soprattutto un certo tipo di passione. E c'è ancora un movimento di ragazzi molto giovani che vogliono ascoltare anche musica diversa da quella che ascolti alla radio, dove cambi canali ma ascolti sempre le stesse cinque canzoni".

E voi?

"Beh, noi siamo ancora contenti di essere ancora qui dopo trent'anni e stiamo già discutendo cosa fare nel prossimo futuro. Non abbiamo mai voluto vivere di rendita, facendo solo il repertorio dei successi con magari due o tre canzoni nuove, invece abbiamo tanti progetti in testa. Siamo orgogliosi di quello che siamo, ma anche un po' stupidi perché ci piacciono le cose semplici e vere. Forse l'essere rimasti sotto traccia ma esposti in prima linea, con i piedi per terra, fare quello che ci piaceva a discapito di tutto e di tutti, ci ha permesso di adattarci sempre alla realtà e di cambiare. Ad esempio il crollo del mercato discografico non ci ha toccato più di tanto, avevamo puntato sul live fin dall'inizio, abbiamo sempre fatto i dischi per poterli proporre dal vivo nei concerti, quindi non è cambiato nulla. E soprattutto non è cambiato il nostro modo di vivere la musica, sulla strada, in mezzo  alla gente".

E poi c'è l'orgoglio di aver fatto diventare "Bella ciao" un successo internazionale...

"Si, io direi proprio di si, sono molto orgoglioso di quello che abbiamo fatto, è una responsabilità che sentiamo ma è un bel peso da portarsi dietro. L'hanno cantata in tanti negli anni, anche cantanti più grandi e famosi di noi nel mondo, ma erano goccioline nell'oceano. La nostra versione, con l'intro di The lonesome boatman è quella che tutti ricordano, non è mai uscita dalle scalette dei nostri concerti, è il pezzo conclusivo, il nostro 'la messa è finita, andate in pace'. Mi spiace solo che ci sia ancora gente che non la capisce, che pensa che sia ancora una canzone che divide, comunista, di sinistra, mentre è un clamoroso e bellissimo canto di libertà che, non a caso, cantano in Iran come nel resto del mondo, dovunque c'è qualcuno che ancora combatte per la libertà".