Il suo vero nome è Matteo Montalesi, ma chi frequenta le cose della musica del giorno d’oggi lo conosce come Esseho. E chi non lo conosce, invece, farebbe bene ad ascoltare le sue canzoni, perché Esseho è uno dei personaggi più interessanti emersi dalla scena romana negli ultimi tempi.
Il ventiquattrenne cantautore e musicista romano è attivo da diverso tempo, si è messo in luce come produttore con Ariete, come musicista con la Garage Gang, e ha prodotto i suoi primi lavori con l’aiuto di Niccolò Contessa. I suoi singoli Bambi e Costellazioni hanno già raccolto milioni di stream, mettendo insieme cantautorato, elettronica, pop, in una sintesi originale e personalissima.
Nella musica c’è cresciuto: “Con la spinta di mio padre quando ero piccolo”, ricorda lui, “ho iniziato a suonare il pianoforte, dai cinque ai nove anni, poi non l’ho più toccato per tanti anni. L’ho ripreso attorno ai 16, ho iniziato a studiare di nuovo, a suonare con gli amici, e dopo un anno ho capito che non mi bastava, che fare solo quello mi stava stretto. Volevo scrivere, prendevo le canzoni degli altri e le trasformavo, le arrangiato, le interpretavo. Così ho iniziato a scrivere. Il fatto è che sono molto esigente con me stesso, voglio che le mie cose rispecchino sempre degli standard alti, qualitativamente parlando. Quindi nella mia testa quando faccio una cosa deve averci il bollino sopra, e per questo sono stato tanti anni senza fare sentire niente a nessuno, ho aspettato che le mie canzoni raggiungessero dei canoni per me giusti per la pubblicazione”.
Quindi qual è l’obbiettivo del suo fare musica?
“Il motivo è fare empatizzare le persone con la tua vita, riuscire a fargli comprendere quello che provi, farglielo provare allo stesso tempo, creare emozioni vere”.
Non è un obbiettivo piccolo…
“Certo, ma quale altro obbiettivo dovrei avere? Credo che scrivere canzoni sia una cosa importante, non un passatempo, ma una forma d’espressione alta, difficile, complessa”.
Che musica l’ha influenzata? Quale musica ascolta?
“La musica la ascolto tutta, il vecchio rock progressivo italiano degli Area, del Banco, delle Orme, a quello americano. Poi in termini di scrittura mi hanno influenzato tanto un certo tipo di chitarristi tra il folk e il rock. La musica ce l’ho tutta nel cuore, ora ascolto tanto Bon Iver, CSNY, tra gli italiani Vasco e De Gregori, ma non so quanto di quello che ascolto sia rimasto tra le mie dita e non so di certo cosa scriverò domani”.
Non sono in tanti tra gli autori di oggi ad ascoltare il prog italiano degli anni Settanta…
“Certo, sono è un genere musicalmente molto complesso, lontanissimo dalle strutture musicali di oggi. Ma Impressioni di settembre l’ha pur sempre scritta Mogol, c’è un sapore pop anche in quella stagione, accanto all’ introspezione, alla profondità, al pensiero, che trovi nei testi ma anche nella ricchezza della musica”.
Infatti nel suo lavoro la musica ha un peso molto rilevante.
“La musica per me è fondamentale, non separo il testo dalla musica, la composizione è fatta anche di consonanti, di pause, di verbi e di silenzi, tutto ha un motivo e un senso. Non mi do limiti di complessità, faccio quello che mi sembra necessario per dire quello che voglio. E questo significa che non so cosa potrei suonare tra due settimane, magari chiamo gli amici e ci mettiamo a fare un pezzo con una struttura assurda, tutto strumentale, un side project. Ho ancora voglia di studiare, di scoprire cose che non conosco, anche pezzi importanti di storia. Se vuoi fare il musicista e non conosci Vasco, i Beatles, i Pink Floyd…”.
Per ora sembra che la strada che ha intrapreso sia quella giusta…
“Pare che vada bene, per adesso la risposta che ho avuto non è stata male, adesso mi preparo ad andare in tour e sarà interessante vedere la reazione della gente dal vivo. Non sarò ancora con una band, saranno live fatti con chitarra e voce, in acustico, ci sono persone con cui suono da diverso tempo e con le quali mi sto organizzando dopo questo primo giro di concerti. Ma l’obbiettivo finale, per rispondere alla domanda di prima, è quello di vivere di musica, non finire in mezzo a una strada, magari comprare una casa…Non smetto mai di scrivere, sto già scrivendo musica nuova, provando a cambiare l’approccio alla scrittura, cercando di trovare un punto d’incontro tra me e la generazione musicale che mi ha preceduto”.
Ambizioso…
“Sì, ma se non si fa la musica per provare a fare qualcosa di più e di meglio, che la fai a fare? Bisogna mettersi in gioco e rischiare. C’è spazio per fare anche cose più semplici, dirette, che arrivano a tutti, un concetto democratico di arte semplice, l’ho sempre rispettata, però, a volte bisogna averci un po’ di voglia di provare a fare qualcosa di più. Alla fine noi tutti ci ricordiamo quelli che l’hanno fatto, e ora c’è bisogno che qualcuno provi a fare altrettanto”.