Jimmy Cliff, il sogno reggae continua con 'Human touch': "Non ho ancora raggiunto il mio picco"
di Ernesto Assante , di Ernesto Assante“Ogni tanto qualcuno mi chiede come faccio ad essere ancora qui dopo tutto questo tempo, dato che quando qualcuno o qualcosa raggiunge il suo picco creativo, naturalmente poi inizia a declinare e decadere. Io non ho ancora raggiunto il mio picco”. Dice così Jimmy Cliff, 77 anni, a Lloyd Bradley, giornalista del Guardian, che lo intervista in occasione della pubblicazione del suo nuovo singolo, Human touch, l’ennesimo di un’avventura artistica e umana davvero unica. Cliff è uno dei più grandi artisti giamaicani della storia, ha attraversato dalla fine degli anni Cinquanta ad oggi tutte le fasi della musica dell’isola ed è stato un pioniere dello ska, del rocksteady e poi del reggae, ha legato la sua musica al soul, al samba, al pop, ha cantato con i Rolling Stones e Joe Strummer, con Little Steven e Elvis Costello, e oggi, dopo la recente scomparsa di U Roy e di Toots Hibbert, è l’ultima stella della più bril…
“Ogni tanto qualcuno mi chiede come faccio ad essere ancora qui dopo tutto questo tempo, dato che quando qualcuno o qualcosa raggiunge il suo picco creativo, naturalmente poi inizia a declinare e decadere. Io non ho ancora raggiunto il mio picco”. Dice così Jimmy Cliff, 77 anni, a Lloyd Bradley, giornalista del Guardian, che lo intervista in occasione della pubblicazione del suo nuovo singolo, Human touch, l’ennesimo di un’avventura artistica e umana davvero unica. Cliff è uno dei più grandi artisti giamaicani della storia, ha attraversato dalla fine degli anni Cinquanta ad oggi tutte le fasi della musica dell’isola ed è stato un pioniere dello ska, del rocksteady e poi del reggae, ha legato la sua musica al soul, al samba, al pop, ha cantato con i Rolling Stones e Joe Strummer, con Little Steven e Elvis Costello, e oggi, dopo la recente scomparsa di U Roy e di Toots Hibbert, è l’ultima stella della più brillante è leggendaria stagione della musica giamaicana ancora in attività, l’unico artista vivente ad avere l’Order of merit giamaicano, la più alta onorificenza che un’artista può ottenere.
Cliff, nato James Chambers il 30 luglio del 1944, non è però un divo, non lo è mai stato, è sempre rimasto legato a doppio filo alla musica senza cercare mai altro tipo di fama, nemmeno quando tutto il mondo lo ha conosciuto davvero come attore, nel ruolo di Ivan in quello che è unanimente considerato come il più importante film giamaicano e anche quello che ha contribuito in maniera determinante a rendere popolare nel mondo la musica dell’isola, The harder they come diretto da Perry Henzell nel 1972. Così, ancora oggi, è la musica ad essere il centro del suo interesse, quella musica che gli ha permesso di dare corpo ai sogni che aveva da piccolo, quando nell’area rurale di Montego Bay immaginava di diventare un cantante. Quei sogni presero corpo quando il padre trasferì la famiglia a Kingston e il giovane Jimmy diventò Cliff, incidendo i suoi primi singoli mentre andava ancora a scuola.
Fu il leggendario produttore giamaicano, Leslie Kong, il primo a credere in lui, ma fu quando Chris Blackwell lo portò alla sua Island Record che le cose cominciarono a cambiare e Cliff arrivò a pubblicare i suoi primi successi e, nel 1967, il suo primo album. Solo due anni dopo Cliff già raggiungeva, a dire il vero, uno dei molti “picchi” creativi della sua carriera, con un album intitolato semplicemente con il suo nome, che offriva al mondo il suono di una musica giamaicana che sapeva essere modernissima e legata alle radici, alle “roots”, dell’isola, e l’immagine di un cantante e autore che sapeva mettere insieme intrattenimento, spiritualità e impegno.
L’album conteneva brani entrati nella storia della musica, come Many rivers to cross, interpretata negli anni da decine di cantanti in tutto il mondo, e come Vietnam, non una semplice canzone di protesta ma forse “la più bella canzone di protesta mai scritta” se dobbiamo dar credito all’opinione che ne aveva Bob Dylan, e trasformò Cliff nella prima grande star internazionale della Giamaica dai tempi di Harry Belafonte.
The harder they come nel 1972 consolidò la fama di Cliff, che divenne uno dei primi alfieri del reggae, in una sua versione più melodica, più soul, sostenuta da una vocalità per molti versi eccezionale, appassionata e singolare. Cliff è stato uno dei protagonisti della grande stagione del reggae dalla metà degli anni Settanta ai primi anni Ottanta, mettendo in fila una lunga serie di canzoni belle e memorabili, da Beautiful world, beautiful people a Wild world di Cat Stevens, da Trapped (reinterpretata anche da Bruce Springsteen) a The harder they come, da Stand up and fight back a Reggae night, da Seven day weekend (con Elvis Costello) a I can see clearly now, da You can get if you really want fino a quest’ultima Human touch, in cui racconta la pandemia e la distanza, singolo che potrebbe anche essere il centesimo della sua lunghissima e gloriosa carriera, se fosse possibile davvero tenere il conto di tutto quello che Cliff ha registrato e prodotto in sessant’anni di musica. Il suo “ritorno”, a dieci anni dall’ultimo album, Rebirth, che comunque aveva guadagnato la nomination al Grammy come miglior album reggae del 2012, è una bella notizia: “Il reggae è nel cuore di così tanta musica popolare”, dice Cliff, “il reggaeton, l’afrobeat, l’hip hop, la dance, è una cosa bellissima e non è di certo finita”.