Da sinistra: Glen Hansard, Olivia Vedder ed Eddie Vedder
Genitori e figli, il mistero e la bellezza. Eddie Vedder e la sua Olivia cantano per Sean Penn
di
Carmine Saviano
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di Carmine Saviano
Esce la colonna sonora di 'Flag Day' il nuovo film del regista e attore americano. Composta dal cantante dei Pearl Jam che ha affidato due canzoni a sua figlia. E non solo: c'è un omaggio ai R.E.M. che mette i brividi
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C'è un fondo misterioso nel rapporto tra genitori e figli cui le parole non arrivano. O, se lo fanno, diventano costitutivamente imprecise, vaghe, non conformi alla cura, alla protezione, all'amore che c'è in gioco. C'è bisogno di affidarsi ad altro: alla poesia, all'arte, alla musica. Gibran e Neruda, Cat Stevens e i Beatles (ma anche Jovanotti e Pino Daniele per restare in zona), Chaplin del Monello e Wim Wenders di Paris-Texas. E l'elenco potrebbe essere sconfinato. Un elenco cui oggi si aggiungono Sean Penn ed Eddie Vedder: il volto e la voce di quella parte della cultura americana che da trent'anni non si piega al mainstream, che utilizza il cinema e la musica per cercare di costruire un nuovo sguardo sul mondo. Esce ora la colonna sonora del nuovo film di Sean Penn, Flag Day, disponibile dal 20 agosto. E per la seconda volta, dopo quel capolavoro di tenerezza e malinconia che è Into the wild, il regista e attore americano si affida per la colonna sonora all'anima dei Pearl Jam.
E il rapporto tra genitori e figli è il terreno su cui sono edificate sia le immagine che le musiche. Flag Day è infatti un adattamento del libro di Jennifer Vogel Flim-Flam Man: The True Story of My Father's Counterfeit Life, testo che mette al centro della narrazione il complicato rapporto dell'autrice con il padre truffatore, John Vogel. E per girarlo Sean Penn ha scelto come co-protagonista sua figlia Dylan che interpreta una giovane donna che lotta con il paradosso di non riuscire a sfuggire ai traumi del passato e che contemporaneamente fa di tutto per non perdere il legame con il padre. E in un gioco di specchi da vertigini, anche per la colonna sonora Eddie Vedder compie una scelta simile, facendo cantare due canzoni alla figlia Olivia.
La prima (in ordine di scaletta) è My father's daughter: sulla trama acustica della canzone scritta da Vedder e Glen Hansard, la voce di Olivia Vedder sorprende, non maschera l'insicurezza della prima volta, non nasconde la volontà di trasmettere spaesamento. E sembra quasi che, con tutta la delicatezza del caso, si fermi nel tempo uno di quei momenti in cui padre e figlia sono occhi negli occhi, legati soltanto dall'ascolto di una musica o da una canzone sussurrata all'unisono. E se in My father's daughter la voce di Olivia è sola, in There's a girl padre e figlia duettano, le due voci s'intrecciano, quasi a tradurre in note quella perenne istinto di protezione che anche a distanza e nel corso degli anni non smette mai di innervare lo sguardo di un padre verso la figlia e quella perenne richiesta di indipendenza che arriva dall'altro lato.
dalla nostra inviata Chiara Ugolini, dalla nostra inviata Chiara Ugolini
Basterebbe, ma nella colonna sonora di Flag Day non c'è solo questo. Anzi. Il lavoro di Glen Hansard e di Eddie Vedder - per gran parte realizzato durante la prima fase della pandemia e che è stato ultimato nello studio privato del cantante dei Pearl Jam a Seattle - la fa da padrone. Ma il disco ospita anche tre inediti di Cat Power (I am a map, Dream, I will follow) e una versione che mette i brividi di Drive dei R.E.M. suonata e cantata da Vedder. In quelle parole c'è, di nuovo, tutto il mistero delle connessioni tra le generazioni. "Hey ragazzi, dove siete? Nessuno vi dice dove andare". E se all'inizio degli anni 90 le parole di Michael Stipe erano un invito a quella che fu definita la generazione X a fare i conti con la costruzione autonoma del proprio destino, in questo contesto e cantate da una delle icone della musica di quegli anni, assumono una diversa profondità.
Perché chi ha fatto della propria indipendenza il canone da seguire non può tradire questo canone nel rapporto con i propri figli. E allora sembra quasi che ci sia una strada che attraversa le generazioni e che le lega nell'impegno reciproco di costruire una comunità in cui la libertà d'espressione è messa al centro di tutto. E sembra quasi che Eddie Vedder e Sean Penn facciano un passo di lato per non ingombrare il campo: per suggerire ai padri e ai figli di oggi che è meglio consolidare legami nel nome della musica e del cinema. Che è meglio riconoscersi nel nome dell'arte. Che l'educazione alla bellezza e all'esserne responsabili è ciò che resta.