I talebani e l'editto del silenzio: vietare la musica significa negare la vita
di Ernesto Assante , di Ernesto AssanteProvate a immaginare un mondo senza musica. No, non è possibile. Eppure accade, oggi, a poche ore di volo dalla vostra casa, nel nuovo Afghanistan talebano. E’ una notizia terribile e che non va sottovalutata. Anche perché i talebani hanno già iniziato a costruire il loro mondo senza musica: “La musica è proibita nell’islam, ma speriamo di poter persuadere le persone a non fare queste cose, invece di fare pressioni”, aveva dichiarato qualche giorno fa al New York Times il portavoce Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani. Ma le “pressioni” sono già iniziate e domenica è giunta la notizia dell’uccisione di uno dei più noti folksinger afghani, Fawad Andarabi. Secondo i familiari del musicista, Andarabi aveva avuto assicurazioni dai talebani che lui e la sua famiglia sarebbero stati al sicuro, invece pochi giorni dopo alcuni miliziani sono andati a casa sua, lo hanno portato all’esterno e …
Provate a immaginare un mondo senza musica. No, non è possibile. Eppure accade, oggi, a poche ore di volo dalla vostra casa, nel nuovo Afghanistan talebano. E’ una notizia terribile e che non va sottovalutata. Anche perché i talebani hanno già iniziato a costruire il loro mondo senza musica: “La musica è proibita nell’islam, ma speriamo di poter persuadere le persone a non fare queste cose, invece di fare pressioni”, aveva dichiarato qualche giorno fa al New York Times il portavoce Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani. Ma le “pressioni” sono già iniziate e domenica è giunta la notizia dell’uccisione di uno dei più noti folksinger afghani, Fawad Andarabi. Secondo i familiari del musicista, Andarabi aveva avuto assicurazioni dai talebani che lui e la sua famiglia sarebbero stati al sicuro, invece pochi giorni dopo alcuni miliziani sono andati a casa sua, lo hanno portato all’esterno e lo hanno ucciso. “Era innocente, un cantante che intratteneva la gente”, ha detto all’Associated Press il figlio di Andarabi, Jawal, “gli hanno sparato in testa nel cortile della fattoria”. E’ solo l’inizio di una nuova fase di terrore, di una nuova fase di silenzio.
Certo, c’è chi pensa che senza musica si possa vivere lo stesso, anche dalle nostre parti, ma chi lo sostiene non comprende che vivere senza musica è non vivere, è negare la natura stessa della nostra esistenza. La musica è l’unica arte immateriale creata dall’uomo, non la si può guardare, toccare, afferrare, esiste solo nel momento in cui qualcuno suona o canta, esiste solo quando noi la ascoltiamo. La conserviamo in file e in dischi che sono naturalmente muti, in cui la musica, a pensarci bene, non si manifesta finché non la ascoltiamo. E così è nostra vita, che c’è nel momento esatto in cui la viviamo, così è la libertà, che è tale solo quando la pratichiamo. Negare la musica significa negare la vita, vietare la musica vuol dire ingabbiare l’anima delle persone, molto più che il loro corpo. E’ già accaduto in Afghanistan, quando i talebani presero il potere nel 1995 quando arrivarono per la prima volta al potere nel paese i talebani vietarono la musica completamente, arrivarono addirittura a distruggere l’archivio musicale di stato, a fare roghi pubblici di strumenti musica, vietarono tutto con un editto, l’editto del silenzio: “È fatto divieto di diffondere cassette musicali nei negozi, negli alberghi, nei mezzi di trasporto. Se un negoziante viene trovato in possesso di una cassetta verrà arrestato e il negozio verrà chiuso, se verrà trovata in un veicolo il guidatore verrà arrestato e il veicolo sequestrato... Sono vietate la musica e la danza nei matrimoni. In caso di violazione il capo della famiglia verrà arrestato e punito... È vietato l'uso di strumenti musicali...”. Sarà di nuovo così, come afferma Zabihullah Mujahid, che in molti credono possa diventare il prossimo ministro della cultura. In realtà la battaglia attorno alla musica nell’Islam va avanti da centinaia di anni, a seconda delle interpretazioni del Corano viene limitata e bandita o praticata liberamente, i Wahabiti, ad esempio, hanno una linea di opposizione durissima verso la musica, i Sufi, al contrario, ne hanno fatto parte integrante della loro pratica religiosa, e in alcuni paesi le regole sono addirittura cambiate nel tempo, in Iran dopo la rivoluzione khomeinista la musica fu bandita, negli anni seguenti via via liberalizzata.
Chi ha paura della musica ha paura della vita, l’assenza di musica segnala solo e soltanto l’assenza di vita. I talebani vogliono sostanzialmente impedire che le persone soffrano e gioiscano, amino e piangano, che la vita scorra liberamente per le strade, nelle case, sfuggendo al loro controllo. La musica è fatta della stessa materia dei sogni e i talebani vogliono impedire alle persone di sognare, vogliono impedire alle persone di vivere. Non sono soli, comunque. Lo scorso 25 febbraio Freemuse, la più importante organizzazione non governativa che lavora per combattere la repressione dell’arte, documentando le violazioni della libertà artistica e lanciando iniziative per la difesa degli artisti, in particolare nelle aree maggiormente a rischio, ha pubblicato il suo rapporto annuale sullo stato della libertà artistica nel mondo. Il report ha documentato e analizzato 978 atti di violazione della libertà artistica in 98 paesi. 17 artisti sono rimasti uccisi nel 2020, 82 imprigionati, 133 arrestati, e la repressione non si è fermata nemmeno nel tempo del Covid e del silenzio imposto dalla pandemia. Il dato più allarmante è che il 26% di tutte le restrizioni della libertà artistica hanno avuto luogo in Europa, in casa nostra. Il 22% nelle Americhe, il 19% nel Medio Oriente e nel Nord Africa, il 15% nella regione asiatica e pacifica, il 9% in Africa e il 9% in quel “non luogo” che è Internet. Il 74% di tutti gli arresti di artisti nel mondo sono avvenuti a causa delle loro critiche alle politiche e alle pratiche dei loro governi. Il 44% degli artisti che sono finiti in prigione vivono nel Medio Oriente e in Nord Africa.
Ora, è ovvio che la notizia della causa contro i Nirvana per la copertina di Nevermind, accusata di sfruttamento della pornografia infantile non ha la portata della repressione dell’arte e della musica che avvengono in Afghanistan o in altre parti del mondo. Ed è chiaro che quello che muove l’avvocatessa Maggie Maibe non è certo la difesa dei minori ma la possibilità di far guadagnare soldi al proprio cliente. Ma è il clima in cui una simile causa nasce ad essere preoccupante, perché è un clima puritano, repressivo, illiberale, che ha trovato e trova consenso, sempre di più, dalle nostre parti. Censurare l’arte, anche quando è scomoda, eccessiva, trasgressiva, quando mette in scena la vita con tutte le sue bellezze e le sue brutture, è l’anticamera di qualcosa di peggio, mai di un miglioramento di alcun genere. Mettere in discussione la libertà degli artisti non ha mai portato ad un mondo migliore, mentre il contrario certamente si. I talebani lo sanno e lo praticano, non vogliono un mondo migliore, vogliono il loro mondo, silenzioso e cupo. E i puritani che vivono in Occidente potrebbero non sognare un mondo molto diverso. Opporsi a gli uni e agli altri significa difendere la vita.