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Blanco, il volto della post-trap che ci mette il cuore: "Ho canalizzato la rabbia in qualcosa di positivo: la musica"

Da Calvagese, in provincia di Brescia, i 18 anni di Riccardo Fabbriconi si sentono forti e chiari nel primo disco, 'Blu celeste', dopo il grande successo del singolo 'Mi fai impazzire' da settimane in vetta alla classifica: "Vorrei restare nel tempo, come i cantautori. La verità è che sono vecchio dentro..."
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Blanco è il furore, 18 anni di passione portati con un certo orgoglio da giovane provinciale che vuole vivere il suo sogno, fino in fondo. Esce oggi Blue celeste il suo primo album dopo una serie di singoli - Mi fai impazzire è al primo posto in classifica da settimane - che hanno avuto un riscontro pazzesco per un esordiente alle sue prime prove, spesso condivisi con 'fratelli' più grandi come Mace e Salmo. I suoi pezzi sono diversi, chiamiamoli post-trap, post-canzoni, o come si vuole, ma dentro c’è una intenzione lirica, un urlo di intensità che colpisce i sensi e coinvolge la sfera emotiva. “Con tutto il casino che c’è bisogna urlare per farsi sentire” ci dice sorridendo dal computer col quale siamo collegati con la sua casa a Calvagese, in provincia di Brescia, “io non so cantare, urlo e ci metto il cuore. Mi piace così. Mi dicono che sembro sempre incazzato, ma il fatto è che sono riusc…

Blanco è il furore, 18 anni di passione portati con un certo orgoglio da giovane provinciale che vuole vivere il suo sogno, fino in fondo. Esce oggi Blue celeste il suo primo album dopo una serie di singoli - Mi fai impazzire è al primo posto in classifica da settimane - che hanno avuto un riscontro pazzesco per un esordiente alle sue prime prove, spesso condivisi con 'fratelli' più grandi come Mace e Salmo. I suoi pezzi sono diversi, chiamiamoli post-trap, post-canzoni, o come si vuole, ma dentro c’è una intenzione lirica, un urlo di intensità che colpisce i sensi e coinvolge la sfera emotiva. “Con tutto il casino che c’è bisogna urlare per farsi sentire” ci dice sorridendo dal computer col quale siamo collegati con la sua casa a Calvagese, in provincia di Brescia, “io non so cantare, urlo e ci metto il cuore. Mi piace così. Mi dicono che sembro sempre incazzato, ma il fatto è che sono riuscito a canalizzare la mia rabbia in qualcosa di positivo che è la musica”.

Rimane da capire perché un ragazzo immerso nella scansione contemporanea della musica, effimera, rapida, fatta di tracce sparse e separate, senta il bisogno di pubblicare un intero album. “Sentivo il bisogno di raccontare tutto quello che ho vissuto in questi due anni, ma non c’è stato un momento in cui ho pensato di fare un album, a un certo punto ho messo insieme le tracce che avevo e ho detto: ok questo è un album”. E a scorrere le tracce si avverte il senso di un racconto, non lineare, piuttosto un diario, un modo di scoprirsi, di mettere a fuoco le emozioni, una sperimentazione di toni e parole svolta in solitario che è un’altra anomalia di questo primo album, totalmente privo di featuring e collaborazioni, cosa che non succede praticamante mai nella nuova musica: “E’ solo perché è il mio primo disco ed è molto personale” spiega, “magari altri non avrebbero capito, ho collaborato solo con Michelangelo, il produttore, ma siamo talmente in sintonia che è come se fosse me stesso”.

La copertina allude al mare, a una sospensione tra fondo e superficie, quel mare che certo non fa parte del suo orizzonte bresciano, ma che nelle sue vacanze da piccolo era il momento del rilassamento totale, a peso morto sull’acqua. Non sembra spaventato da nulla, certo non dal tornado che sta attraversando la sua vita. “Per fortuna la vivo con una certa leggerezza, non voglio mai distogliere l’attenzione dalla passione per la musica, a volte le cose intorno cercano di portarti da un’altra parte, ma io non voglio perdere questo obiettivo, bisogna stare attaccati alla terra, ed è importante avere vicino le persone giuste di cui fidarsi. Sono stato fortunato, ho una famiglia che mi ha sempre aiutato, e se mai avrò un figlio e lui vuole fare qualsiasi cosa, anche l’astronauta, non gli dirò mai che è impossibile”.

Uno come lui, per questioni anagrafiche e per questioni pandemiche, è arrivato al successo senza mai aver fatto un solo vero concerto, ed è uno dei paradossi di questa epoca: “No, mai fatto un vero primo concerto, ma non vedo l’ora, il bello della musica è quello, ma lo farò quando si potrà, quando sarò sicuro che la gente possa ballare, pogare, sudare, non lo farò mai con la gente seduta, sarebbe triste”. Non si sente necessariamente parte di una generazione che sta facendo una rivoluzione in musica, ma ne fa parte, anzi è rapidamente diventato un simbolo di questo prorompente nuovo che avanza. “In realtà mi hanno chiesto se mi sento uno che rompe i tabù, ma io faccio solo cose che mi sembrano naturali, ho fatto dei video sempre in mutande, ma solo perché a casa sto sempre in mutande, in realtà penso solo alla musica e sono cresciuto ascoltando i grandi cantautori, Battiato, Dalla, Celentano, Battisti, anche  se sono lontani mi danno una chiave di scrittura importante, credo che allora la musica italiana fosse al top, c’era un’identità forte, e sarebbe bello che ce l’avesse anche adesso, che la nostra fosse una musica con una identità forte e riconoscibile”.

Sembra molto concentratto sulla sua storia, sul suo lavoro, è serio, quasi accigliato, e non nasconde di avere ambizioni molto più alte di quanto l’effimera natura della nuova musica di solito promette: “Io vorrei restare nel tempo come quei grandi cantautori di cui parlavamo, dopo 100 anni ancora c’è gente che ti ascolta, ti fa sentire eterno, io voglio fare quello. Ho iniziato a sbuffo a 14 anni per provare, era una canzone d’amore stupida, poi ci ho preso gusto vivendo nella noia di un paesino piccolo di 3000 persone, pian piano è diventata una passione, la maggior parte dei pezzi li ho scritti nella mia cameretta, dove ho passato un sacco di tempo. La verità è che ho 18 anni ma sono vecchio dentro…”.