Le mille 'Nature' di Erica Mou, dalla Puglia al mondo: "Io, sola, ma aperta alla vita"
di Ernesto Assante , di Ernesto AssanteErica Mou è tornata. Fisicamente, dopo aver viaggiato a lungo, essersi trasferita per un po’ in Inghilterra, artisticamente, con un nuovo album intitolato Nature, a quattro anni di distanza dal precedente e bellissimo Bandiera sulla luna. Quattro anni nei quali, oltre ai viaggi, Erica Mou ha pubblicato il suo primo romanzo, Nel mare c’è la sete, ha debuttato a teatro con Un'ultima cosa al fianco di Concita De Gregorio, ha partecipato a un film, Figli, ha realizzato un duetto con Molla, ha condotto il Contest del Primo Maggio, è stata instancabilmente attiva. “E in questo periodo ci sono stati tanti cambiamenti, trasformazioni”, ci dice, “è stato per me un periodo di crescita in cui, peraltro, è anche cambiato il mondo. E io ho compiuto trent’anni, ho vissuto in città diverse, alcune canzoni sono nate a Roma, poi in parte l’album si è sviluppato a Londra, poi ha subito delle metamorfosi a Tol…
Erica Mou è tornata. Fisicamente, dopo aver viaggiato a lungo, essersi trasferita per un po’ in Inghilterra, artisticamente, con un nuovo album intitolato Nature, a quattro anni di distanza dal precedente e bellissimo Bandiera sulla luna. Quattro anni nei quali, oltre ai viaggi, Erica Mou ha pubblicato il suo primo romanzo, Nel mare c’è la sete, ha debuttato a teatro con Un'ultima cosa al fianco di Concita De Gregorio, ha partecipato a un film, Figli, ha realizzato un duetto con Molla, ha condotto il Contest del Primo Maggio, è stata instancabilmente attiva. “E in questo periodo ci sono stati tanti cambiamenti, trasformazioni”, ci dice, “è stato per me un periodo di crescita in cui, peraltro, è anche cambiato il mondo. E io ho compiuto trent’anni, ho vissuto in città diverse, alcune canzoni sono nate a Roma, poi in parte l’album si è sviluppato a Londra, poi ha subito delle metamorfosi a Tolosa, quindi si è completato a Milano e ancora in Puglia”. Il disco di una viaggiatrice, dunque, che cerca di guardare il mondo sempre con occhi nuovi, che si muove con un piccolo ma fondamentale bagaglio e cerca di essere tante cose diverse allo stesso tempo: “Ho sempre pensato che dentro ognuno di noi non c’è una cosa sola e che semplificare sia un gioco a perdere. E’ vero, la complessità fa paura, ma è l’essenza di tutta la vita, e da questo arriva il titolo, che letto in italiano è il plurale di natura. Ognuno di noi ha dentro di se nature diverse e l’album, in qualche modo, racconta questo”.
Racconta anche il raggiungimento di una ‘maturità’ dovuta all’età?
“Credo di si. A trent’anni ti rendi conto che vedi il mondo in modo diverso, non è più quella cosa per cui dai la colpa delle cose brutte che vedi alla generazione precedente. Cominci a pensare che è anche colpa tua, che hai sbagliato anche tu qualche cosa in questo gioco. E provi a metterti in gioco in maniera nuova”.
E’ un disco che ha dentro atmosfere, suoni, canzoni, tra loro molto diversi.
“E anche il titolo può essere letto in maniera diversa. Nature, in italiano come abbiamo detto prima. Poi il titolo può essere letto in inglese, Nature, ed è riferito alla natura, all’ambiente, al mondo che ci circonda e con il quale è bene essere in una relazione positiva. Poi si può leggere in francese, essere naturali, fare le cose senza nascondersi dietro troppi artifici, senza dipendere costantemente dai giudizio degli altri. E poi lo si può leggere anche in pugliese, perché c’è anche questo nel disco, essere carne oltre ad essere pensiero, un’aspetto più direttamente sessuale, se la parola è giusta, attorno al quale avevo girato per tanto tempo e che questa volta credo di aver messo a fuoco”.
Tante lingue diverse animano anche le canzoni dell’album e fanno di Nature un disco diverso da tutti gli altri. Perché questa scelta?
“L’italiano è ovvio, le canzoni in inglese sono state scritte nel periodo in cui vivevo in Inghilterra, il periodo che stavo vivendo mi portava ad avere pensieri in testa che avevano quel tipo di flow. Animals è la sintesi perfetta, in italiano e in inglese: una sera mi sono resa conto, ero andata in discoteca, che parlavo in inglese e pensavo in italiano, e vivendo in Inghilterra mi sono resa conto che lo facevo spesso, le due lingue convivevano. E poi c’è il dialetto biscegliese: la mia voce è un'altra quando parlo in dialetto, ha a che fare con la parte bassa del mio corpo, più con le gambe che con le spalle, va a pescare cose sotterrate. E’ un pezzo che, per così dire, è nato su commissione: Concita De Gregorio mi ha chiesto di scrivere un pezzo per lo spettacolo che facciamo insieme in teatro, Un'ultima cosa, n modo per dare l’opportunità a cinque importanti voci del Novecento come Dora Maar, Amelia Rosselli, Carol Rama, Maria Lai e Lisetta Carmi, di confessare 'un’ultima cosa da dire', raccontando chi sono state e chi per sempre saranno, donne che al loro stesso funerale si prendono un momento per dire un ultima cosa e descriversi. Le parole giuste le aveva già prese tutte Concita, dovevo trovare una cosa che dentro di me mi facesse pensare alla morte e alla vita allo stesso tempo e l’ho trovata usando la lingua del mio paese, per arrivare a dire cosa vorrei sentirmi dire al mio funerale”.
E’ un disco in qualche modo generazionale?
“Non ho pensato a qualcuno facendolo, ma mi ci riconosco, quindi c’è di mezzo la mia generazione. Anche nel rappresentare cose diverse, appartenenze diverse; per noi il concetto di casa non esiste più, appartiene alla generazione precedente, la mia si è fatta una casa di carta e se la porta sempre appresso, cambia paese e cambia modo di pensare. Le persone più care della mia vita, compagni, fidanzato, amiche, sono tutte persone che sono andate in luoghi diversi e la loro identità è cresciuta attraverso questi luoghi. In questo senso credo di parlare alla mia generazione”.
In tutto questo c’è una cover curiosa, quella di Sono una donna, non sono una santa di Rosanna Fratello…
“Avevo pensato a questa canzone quando ho fatto un tour due anni fa, intitolato Grazie dei fior, in ogni tappa raccontavo una donna che mi aveva ispirato, dalla Carrà a Bebè Vio a Saffo, tante donne diverse, volevo una sigla e mi venne in mente questa canzone. Nel suo piccolo e nella sua ingenuità ha segnato una piccola rivoluzione in Italia, non ho trovato un’altra canzone in cui è così chiaro che la donna non è una tentatrice misteriosa o una donna angelicata, dolce e quasi senza tratti umani. Invece in questa canzone la donna è fatta di carne, dice apertamente ‘sono questa cosa qua’, ‘sono anche io come te’, permeabile, appassionata. L’avevo ripresa in quella occasione, poi l’ho cantata a Londra, gli ho dato una veste tutta nuova, è una canzone che fa un pochino sorridere, ma che è ancora un pochino ancora vera”.
Musicalmente è un album elettroacustico, in cui suoni digitali e naturali si intrecciano.
“E’ la mia cifra, lo è sempre stata, adesso magari un po’ più ovvia. Abbiamo tutti due vite insieme, quella analogica, con le nostre gambe e i nostri cuori, e quella fatta dei nostri pensieri che è più naturalmente inafferrabile e digitale. Prima era la il rapporto tra corpo e mente, oggi è più tra la tecnologia e la natura. Anche nella ricerca dei suoni sono cambiata, dieci anni fa campionavo qualunque cosa, usavo la carta per fare il suono di un rullante, non lo prendevo da una libreria, adesso mi piace trasformare il suono elettronico con la luce delle mie mani, modulare naturalmente dei suoni che vengono generati elettronicamente. Poi è un disco in cui ci sono tante voci…”.
L’elemento naturale per eccellenza, visto il titolo dell’album.
“Si, natura e voce. E’ lo strumento che ha più a che fare con la natura e con l’identità, ovvero i due fili conduttori dell’album. La voce cambia con te, con la lingua, con l’età, con l’emozione del momento, con il fisico, della natura ne facciamo parte e la voce ce lo ricorda, è il nostro biglietto da visita quando veniamo al mondo. E attorno alla voce ho scritto un album che prova a raccontare le sfaccettature dell’identità”.
Quanto hanno influito i cambiamenti che sono avvenuti nel mondo della musica negli ultimi anni?
“Credo che abbiano influito molto. E’ un album che dura poco, le canzoni durano poco. Anche la mia soglia di attenzione si è accorciata come quella di tutti, a due minuti e trenta me ne vado e chiudo, ho detto quello che dovevo dire. Quindi la rapidità è entrata in questo album figlia della fruizione odierna della musica, e per arrivare al ritornello ci vogliono trenta secondi, spesso neanche quelli. Non è stata una scelta ragionata, vivo questo tempo, questo sento e questo mi guida. Ma ciò non toglie che si tratti di un album concept, non di una raccolta di singoli, perché sono una donna novecentesca, appartengo agli anni Novanta, e in questo modo scrivo. I brani di Nature nascono insieme, da una ricerca comune, sono canzoni che si danno la mano, e per quanto siano diverse l’una dall’altra c’è una coesione che vedo come non mai”.
Allora, alla fine di questi anni diversi dal solito, che Erica Mou ci sarà?
“Non la conosco ancora, vedremo. La prima cosa che mi viene in mente è, forse è una parola sbagliata, è ‘sola’, ma in modo liberatorio. Sarò io sola ma in mezzo alle persone, più aperta alle cose della vita. E mi viene in mente anche un’altra parola, magari anche questa sbagliata, che è ‘sprituale’. Mi sento sento di essere più in contatto con le cose intorno a me riconoscendogli uno spirito. Quindi sola, spirituale, ma sempre divertita”.