The Specials, il ritorno dei paladini dello ska: "Cerchiamo di stare al mondo con gli occhi aperti"
di Ernesto Assante , di Ernesto AssanteÈ difficile non amare gli Specials. Perché sono una grande band, perché fanno parte della storia, perché hanno registrato canzoni che hanno il pregio di essere brani che suoniamo quando vogliamo divertirci o ragionare. Hanno avuto incarnazioni diverse, quella travolgente degli esordi, una fase centrale meno appassionante, un ultima incarnazione che sta esaltando le loro doti, sia dal vivo che su disco. Sono sempre riusciti a fare cronaca e commento, a raccontare storie interessanti e a ricordarci che siamo vivi, e lo hanno fatto ancor meglio in questa ultima fase, quando i superstiti della prima ora, Terry Hall, Lynval Golding e Horace Panter, hanno rimesso dritta la barra della nave, si sono ricordati quello che sono stati e hanno capito cosa sono oggi, trovando un bellissimo equilibrio in un album, Encore, che nel 2018 li riportava a scrivere brani originali e appassionanti.
È difficile non amare gli Specials. Perché sono una grande band, perché fanno parte della storia, perché hanno registrato canzoni che hanno il pregio di essere brani che suoniamo quando vogliamo divertirci o ragionare. Hanno avuto incarnazioni diverse, quella travolgente degli esordi, una fase centrale meno appassionante, un ultima incarnazione che sta esaltando le loro doti, sia dal vivo che su disco. Sono sempre riusciti a fare cronaca e commento, a raccontare storie interessanti e a ricordarci che siamo vivi, e lo hanno fatto ancor meglio in questa ultima fase, quando i superstiti della prima ora, Terry Hall, Lynval Golding e Horace Panter, hanno rimesso dritta la barra della nave, si sono ricordati quello che sono stati e hanno capito cosa sono oggi, trovando un bellissimo equilibrio in un album, Encore, che nel 2018 li riportava a scrivere brani originali e appassionanti.
Ora tornano alle cover, ma con un’idea particolare, quella di mettere insieme un album di canzoni di protesta, Protest songs appunto, pescate nella storia senza un ordine esatto, scegliendo nel tempo canzoni che avessero due caratteristiche fondamentali, quella di essere belle e quella di poter parlare a chi le ascolta oggi. Ma non è un 'nuovo album' degli Specials, tiene a sottolineare Horace Panter, ma un album nato dalle necessità imposte dalla pandemia, in attesa di tornare a realizzare cose nuove: “All’inizio del 2019 facemmo Encore con molti brani nuovi scritti da noi”, racconta Panter, “era la prima volta che ci mettevamo a scrivere cose nostre da più di dieci anni e ci sembrò di aver fatto un buon lavoro. Talmente buono che ci venuta voglia di farne un altro. All’inizio del 2020 abbiamo iniziato a fare delle demo e a lavorare in studio, ma poi la pandemia ci ha costretto a fermarci, il nostro tastierista Nik Torp ha avuto il Covid, io, Terry e Lynval eravamo chiusi nelle nostre case, separati, non potevamo fare granché, non potevamo fare il disco che avremmo voluto. Poi però abbiamo visto quello che ci stava accadendo attorno, le proteste, l’America, e abbiamo pensato, appena abbiamo avuto l’occasione di poter lavorare di nuovo insieme, di fare un album comunque, mettendo in fila una serie di canzoni di protesta, per interpretare i tempi, e ci siamo messi rapidissimamente al lavoro”.
Come avete scelto i brani?
“Volevamo canzoni meno conosciute, cose tendenzialmente meno note, a parte la conclusiva Get up, stand up volevamo che fossero canzoni che la gente non ascolta abitualmente. Abbiamo quindi fatto una sorta di esercizio accademico, ci siamo messi alla ricerca su Internet, sui libri, mettendo mano alle nostre collezioni di dischi, raccogliendo suggerimenti dagli amici e alla fine abbiamo preparato una lista di circa 50 canzoni, poi ridotte a trenta, registrandone tredici e pubblicandone dodici sull’album. Sceglierle, facendo in modo che fossero adatte a noi, al nostro stile, alla nostra sensibilità, è stata la parte più lunga e difficile. Registrarle è stato grande, siamo tornati insieme in studio dopo l’isolamento, è stata una liberazione, abbiamo lavorato molto velocemente, come se fossimo dal vivo, tutti nella stessa stanza e facendo pochi take”.
A che pubblico si rivolge un album del genere? Agli adulti che possono ritrovarsi in queste canzoni o ai giovani che le possono scoprire?
“Francamente non ne ho idea, onestamente, non ci abbiamo pensato. Abbiamo lavorato scegliendo quelle che ci sembravano più belle senza avere un audience in testa, non abbiamo pensato al mercato. Di certo sono brani in cui la gente si più riconoscere, al di la dell’età o della propria cultura, sono canzoni che vanno bene da Bratislava a Brasile, dai quindici ai centocinquant’anni. Sono belle canzoni che hanno un messaggio forte”.
Quasi tutti quello che avete fatto in tanti anni di musica ha avuto un forte messaggio sociale, è una caratteristica degli Specials fin dagli esordi…
“Cerchiamo di stare al mondo con gli occhi aperti e di parlare di quello che vediamo, che proviamo, che viviamo. Abbiamo sempre avuto messaggi positivi o di protesta nelle nostre canzoni o in quelle che abbiamo interpretato. Per molti aspetti abbiamo sempre fatto canzoni di protesta, abbiamo sempre voluto che il nostro pubblico si divertisse e pensasse”.
In questo album la musica ha un ruolo prominente, è un disco di parole ma la ricerca musicale non è secondaria…
“Lo prendo come un complimento, grazie. Ma in questo album, dove le parole sono importanti, abbiamo fatto la musica migliore possibile. Lavoriamo con grandi musicisti, noi stessi nel corso degli anni lo siamo diventati, io suono il basso da più di quarant’anni e lo suono meglio di come facevo nel 1979. E mi piace pensare che Terry, Linval e io siamo meglio di allora. Non credo che per quello che sappiamo fare e per l’impegno che ci mettiamo e l’affiatamento della band, possa venire fuori della brutta musica, sappiamo mettere a fuoco bene le idee che abbiamo”.
È più difficile oggi, nell’era delle piattaforme di streaming, lavorare ad un album che abbia un filo conduttore come questo?
“Non lo saprei dire, il nostro modo di lavorare è questo, siamo tutti attorno ai sessant’anni, siamo vecchi e siamo cresciuti con l’idea di un album che ha senso tutto insieme. Quindi, per rispondere alla domanda, non so se sia più difficile perché non ci abbiamo pensato, onestamente. Credo che alla fine Protest songs sia un album che funziona perché segue un discorso ma che al tempo stesso sia anche una collezione di belle canzoni da ascoltare come si vuole. Noi abbiamo fatto quello che ci piace fare. E poi siamo tutti cambiati, io stesso non ascolto più gli album come facevo prima e anche prima c’erano dischi doppi dei quali mi piaceva solo il lato 4…”.
Cosa sono diventati gli Specials oggi?
“Siamo diventati una ‘classic band’, abbiamo un eredità da portare avanti, ma abbiamo anche stabilito una nostra identità, che va al di la delle mode e dei momenti. Non c’era un piano a lungo termine quando ci siamo rimessi insieme, volevamo solo tornare a fare delle canzoni. Io ero un insegnante, l’obbiettivo primario era fare abbastanza soldi per pagare il mutuo e vivere bene. Siamo tornati a fare dischi, siamo diventati una grande cover band di noi stessi, ma la morte del nostro batterista, John Bradbury, sei anni fa, è stata un vero shock per tutti noi. Ci sono voluti due anni per ricominciare e diventare quello che siamo oggi, facendo musica nostra e non solo cover. Siamo persone differenti, abbiamo ristabilito la nostra integrità e la nostra credibilità. Quindi un album come questo oggi non è il nostro obbiettivo principale, ma un “side project” che ha preso vita da una situazione di isolamento forzato come quello dello scorso anno, per portarci fuori dalle secche. Ma riprenderemo presto la nostra strada”.
Ed è anche la strada dei concerti…
“Suonare dal vivo è fantastico, poterlo fare a questo punto della mia vita è un privilegio. E poi, portare gioia alla gente è fantastico, è romantico, è bellissimo. E ogni sera è come tornare venticinquenne…i nostri concerti sono un mix degli immancabili grandi successi e delle nostre cose nuove, se non suonassimo gli hit forse la gente non verrebbe a sentirci e non ci saremmo neanche noi. Ma mixare il passato e il presente funziona, la gente si diverte e scopre che siamo ancora in palla!”