Los Angeles - Niente piu capelli lunghi, riccioli neri, baffone a manubrio. Ma il leggendario Nick Mason, batterista dei Pink Floyd, a 77 anni è ancora in pista e presto sarà in tour con la sua nuova band Saucerful of Secrets (con cui suona la musica dei primi Pink Floyd). Registra, compone, produce. Colleziona rare auto d’epoca e ora ha presentato la mostra itinerante Pink Floyd: Their Mortal Remains, in queste settimane al Vogue Multicultural Musuem di Los Angeles.
Mason, britannico, è l’unico membro dei Pink Floyd — dalla formazione nel 1965 — ad aver suonato in tutti gli album e ad essere stato presente dall’anno della nascita del gruppo. È coautore di brani come Echoes, Time, Careful with that axe, Eugene e One of these days. L’occasione dell’incontro — via zoom dalla sua casa nella campagna inglese — è la mostra che aveva debuttato nel maggio del 2017 al Victoria and Albert Museum di Londra…
Los Angeles - Niente piu capelli lunghi, riccioli neri, baffone a manubrio. Ma il leggendario Nick Mason, batterista dei Pink Floyd, a 77 anni è ancora in pista e presto sarà in tour con la sua nuova band Saucerful of Secrets (con cui suona la musica dei primi Pink Floyd). Registra, compone, produce. Colleziona rare auto d’epoca e ora ha presentato la mostra itinerante Pink Floyd: Their Mortal Remains, in queste settimane al Vogue Multicultural Musuem di Los Angeles.
Mason, britannico, è l’unico membro dei Pink Floyd — dalla formazione nel 1965 — ad aver suonato in tutti gli album e ad essere stato presente dall’anno della nascita del gruppo. È coautore di brani come Echoes, Time, Careful with that axe, Eugene e One of these days. L’occasione dell’incontro — via zoom dalla sua casa nella campagna inglese — è la mostra che aveva debuttato nel maggio del 2017 al Victoria and Albert Museum di Londra e passata poi anche a Roma: un excursus nella storia della band dal 1965 alla reunion del 2005 al Live 8 che contiene pagine del diario di Mason durante i tour del 1968 e del 1975, oggetti, strumenti musicali, impianti sonori, la bicicletta di Syd Barrett — il primo, venerato chitarrista cui subentrò Gilmour quando Barrett uscì dalla band per gravi problemi psichici — e le sue lettere a Jenny Spires, la fidanzata di allora.
Al vernissage della mostra qui a Los Angeles c’era una ragazza di soli 18 anni che piangeva per l’emozione.
«È strano e lusinghiero. Io, per una diciottenne, potrei essere un nonno. Mai avrei immaginato che dopo mezzo secolo ci sarebbe stata una mostra su di noi, e che avrebbe attratto i giovani. Ma non siamo gli unici, pensi a Bob Dylan o Elvis Presley, per citare i primi che mi vengono in mente».
La mostra contiene molti riferimenti a Syd Barrett.
«Era grande amico di Waters e Gilmour dai tempi di Cambridge ed era stato fondamentale nel processo creativo dell’identità dei Pink Floyd. Syd era uno nostro grande amico, perduto troppo presto. Con questa mostra volevamo anche ricordare la sua importanza».
Dopo il Live 8 avevate detto che non ci sarebbe stata una riunione dei Pink Floyd, siete rimasti comunque in contatto tra voi?
«Ci teniamo in contatto. Non direi che fra David e Roger ci sia grande simpatia, ma Roger rimane il mio più vecchio amico».
La vostra musica è stata spesso associata alla psichedelia: le sostanze allucinogene hanno contribuito alla vostra creatività?
«Io non condivido quell’etichetta. La psichedelia dei Pink Floyd è un’invenzione di marketing dei discografici e dei media. Syd aveva fatto uso di Lsd, certo, ma non credo che la droga abbia avuto alcuna influenza su di lui a livello musicale. Noi non abbiamo mai usato allucinogeni né altre sostanze pesanti. Posso dire tranquillamente che siamo stati la band più “pulita” della storia del rock, ma la cultura dell’epoca alimentava il mito della psichedelia. Noi eravamo musicisti seri, impegnati a comporre e suonare musica dal vivo. Anche le sperimentazioni elettroniche avevano una radice intellettuale, per niente da sballo».
Quale musicista o gruppo di oggi sarà ascoltato ancora tra cinquant’anni?
«Si tende a rimanere fedeli alla musica della propria generazione. Nella mia lista c’è poco di contemporaneo, conosco poco, lo ammetto. Detto questo, cerco di fare del mio meglio per promuovere giovani talenti. Come batterista rock non vorrei avere vent’anni oggi».
Ricordi del vostro celebre “Pink Floyd a Pompei”, che proprio in questi giorni compie 50 anni?
«Sono ancora orgoglioso di aver girato quel film-concerto, non è affatto invecchiato. La qualità della musica è pazzesca».
Il suo album preferito dei Pink Floyd?
«Saucerful of Secrets, perché contiene molti elementi di quel che pensavamo quando iniziammo. Mentre Atom Heart Mother, ad esempio, pur amandolo molto, non contiene quello spirito al quale sono affezionato. Per questo la mia nuova band si chiama così».