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Enzo Gragnaniello: "Il virus più pericoloso è il razzismo"

Il cantautore napoletano pubblica il suo nuovo album di inediti, 'Rint' 'o posto sbagliat'. Ospiti Peppe Barra e Raiz. "Non parlo dei razzisti, parlo del razzismo come di un’entità che si appropria di queste persone perché sono deboli di spirito"
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Un disco a chilometri zero, composto, suonato e registrato tra la casa di Enzo Gragnaniello e uno studio di registrazione che si trova sempre ai Quartieri spagnoli, il quartiere popolare nel centro di Napoli dove il cantautore è nato e vive. L’album si intitola Rint’ ’o posto sbagliat’ e racconta la città, con la sua gente, ma allo stesso tempo racconta il mondo, come può fare solo un disco che parlando in modo sincero di umanità risulterà sempre allo stesso tempo locale e globale, in una parola universale. “E poi è senza additivi” dice Gragnaniello, rispondendo in modo ironico al nostro tentativo di definire il suo album.

L’album è stato composto e registrato nella sua casa ai Quartieri spagnoli, dove lei è nato 67 anni fa (tra qualche giorno: è nato il 20 ottobre).
“Sì, per la maggior parte l’ho suonato e registrato tutto a casa mia, e poi sono andato in…

Un disco a chilometri zero, composto, suonato e registrato tra la casa di Enzo Gragnaniello e uno studio di registrazione che si trova sempre ai Quartieri spagnoli, il quartiere popolare nel centro di Napoli dove il cantautore è nato e vive. L’album si intitola Rint’ ’o posto sbagliat’ e racconta la città, con la sua gente, ma allo stesso tempo racconta il mondo, come può fare solo un disco che parlando in modo sincero di umanità risulterà sempre allo stesso tempo locale e globale, in una parola universale. “E poi è senza additivi” dice Gragnaniello, rispondendo in modo ironico al nostro tentativo di definire il suo album.

L’album è stato composto e registrato nella sua casa ai Quartieri spagnoli, dove lei è nato 67 anni fa (tra qualche giorno: è nato il 20 ottobre).
“Sì, per la maggior parte l’ho suonato e registrato tutto a casa mia, e poi sono andato in uno studio di registrazione più attrezzato, per finire il lavoro”.

In che periodo è nato?
“Ci sono dei brani che avevo composto prima di quello che io chiamo il periodo del blocco umano, ma qualcosa l’ho scritta anche durante l’isolamento per il virus”.

Il centro tematico del disco è nel brano So’ nat’ ’cca: dice che lì la gente è felice pure se non ha niente, un’umanità che sa ancora accogliere a braccia aperte.
“Napoli è una città anarchica, ha altre radici e una cultura propria. Noi abbiamo il mare e dal mare sono millenni che arrivano razze diverse. Siamo figli di tante razze. Napoli è stata sempre accogliente con tutti, è abituata, io li conosco bene i napoletani, un popolo anarchico, libero, che non si crea problemi sulle razze. Per noi non esistono gli altri, i diversi, i napoletani sorridono, amano il gioco, non hanno ancora perso questa disponibilità. Non potrebbero mai prendersela con i più deboli. Altre zone d’Italia hanno oscurità, nebbia, qualcosa che non li fa vedere bene, da noi c’è il sole che illumina tutto e ci emozioniamo ancora. Nei Quartieri spagnoli abbiamo proprio questa cultura che se uno ha bisogno di mangiare, si mangia insieme e basta. E’ un modo di vivere proprio napoletano: se vengono, gli altri vengono accolti; se non vengono, allora i napoletani si accolgono da soli”.

Ascoltandola parlare si pensa a quante discussioni circondano la recente sentenza di condanna di Mimmo Lucano. Al di là dei dettagli della vicenda processuale, cosa pensa di quello che è diventato un modello di accoglienza?
“E’ un modello che in Italia ha messo in crisi le istituzioni, perché da noi c’è molta ipocrisia. Questo nuovo potere o vecchio potere, non ho ancora capito bene, non vuole che le persone siano ancora umane, altrimenti rischiano di far fare loro una brutta figura. E allora cercano di farle passare per delinquenti, uno che ruba i soldi sugli immigrati. Uno schema che stanno applicando in tutti i settori, stanno facendo passare le persone oneste per farabutti mentre i mafiosi vengono trattati con i guanti”.

Il disco si apre con Rint’ a ’na guerra, per il tema ricorda un po’ La guerra di Piero di Fabrizio De André.
“Rint’ a ’na guerra è una canzone dedicata ai giovani. Parlo dei ragazzi che vengono mandati a morire nelle guerre, in tutte le guerre, anche in quelle di mafia, perché le guerre le fanno i giovani, gli anziani non le fanno mai. Anche tra i talebani quelli che si fanno saltare in aria sono i giovani, perché li possono plasmare. Sinceramente non ho pensato al brano di De André, mi è venuto istintivo dire che il ragazzo della canzone l’hanno mandato con il fucile in mano ma poi ha scoperto che il nemico il fucile lo aveva anche lui, come succede a Piero. Io intendo una guerra tra poveri. I giovani dovrebbero stare sempre lontani dalla guerra, e invece nel momento più importante della vita, quando vorrebbero solo fare all’amore, quei dementi di adulti li mandano a fare le guerre”.

In Rint’ ’o posto sbagliato si ascolta un cantato evocativo che potrebbe essere napoletano ma anche un'altra lingua.
“E’ un linguaggio che conosce soltanto lo spirito delle persone, non si può razionalizzare. Negli anni Novanta con lo stesso tipo di linguaggio evocativo feci un disco che si chiamava Neapolis mantra: può sembrare qualsiasi tipo di lingua etnica o anche uno strumento musicale. Il posto sbagliato di cui parlo non è un luogo fisico ma uno stato d’animo, è mentale: quando ti comporti male con delle persone, ad esempio, è in quel momento che sei in un posto sbagliato”.   

Qual è lo stato di salute del dialetto napoletano oggi?
“A Napoli si dice che il napoletano si fa secco ma non muore, e così anche il dialetto. Il dialetto napoletano, e in generale tutti i dialetti, sopravvivranno in futuro meglio dell’italiano. Si scoprirà ancora di più il loro valore, la loro magia, la loro sacralità. Il dialetto è eterno. A Napoli, nel quartiere dove vivo io, si parla solo in dialetto, bisogna parlare anzi di lingua napoletana. Succede anche che danno i soldi ai ragazzi perché lo slang è diventato talmente musicale che i turisti pensano che stanno cantando, e invece parlano. Il dialetto non si dovrebbe mai perdere: ha una capacità di sintesi che nessun’altra lingua possiede, in tre parole racchiude un discorso universale”.

Una canzone, Quant’ammore, ha il suono di un pezzo della tradizione.
“E’ un invito a imparare ad amarsi, un brano che ho scritto 35 anni fa ma non l’avevo mai inciso né cantato. All’epoca discussi con il mio produttore, che poi era anche l’editore dei miei brani, e per ripicca decisi che non l’avrei cantata. L’avevo anche dimenticata, poi passati 35 anni l’ho ritrovata per caso e ho pensato di chiuderci il disco. Ho avvertito l’editore, lui è stato ovviamente contentissimo”.

Una canzone lasciata nel cassetto non invecchia mai?
“Le cose che scrivo sono senza tempo, non hanno mai un riferimento datato, sono pensieri, sensazioni, non si possono spiegare. Come il sapore dell’uva, che può essere dolce o aspra, ma il sapore è indescrivibile, lo puoi solo sentire dentro di te”. 

L’unico pezzo in italiano di questo album è Scrivi una canzone per mia madre, perché proprio quella?
“Ci sono canzoni che vanno cantate in italiano. E’ come se io avessi voluto chiedere a qualcun altro di scrivere una canzone per mia madre. Ho voluto raccontare la condizione di vita di molte donne in tutto il mondo, donne che vengono abbandonate e sono costrette a occuparsi da sole dei loro figli, a portare questa croce. Anche mia madre ha vissuto momenti come questo. Vivendo ai Quartieri spagnoli conosco molte donne che hanno 3 o 4 figli e devono occuparsene da sole, molte hanno i mariti in carcere, altre sono state abbandonate dai loro uomini che sono andati all’estero e non sono tornati più”.

In molti brani il suo musicista Piero Gallo suona la mandolina, si tratta di un mandolino riveduto e corretto? 
“E’ un mandolino fatto da un liutaio appositamente per Piero Gallo, che avendo una pancia piuttosto pronunciata non poteva suonare un mandolino tradizionale (ride, ndr), ci sarebbe stato lo scontro tra due pance. Quindi il liutaio si inventò per lui il mandolino con la cassa piatta, elettrificato. Quando qualche anno dopo Piero lo utilizzò per accompagnare Peter Gabriel, che si era innamorato di quel suono, il musicista inglese, che lo vedeva più femminile, gli dette il nome di mandolina”.

Nel disco cantano anche Peppe Barra e Raiz, perché li ha voluti in questo disco?
“A Peppe Barra ho fatto cantare Suonn’, una sorta di antica ninna nanna, perché scrivendola sentivo già la sua voce. Quando vedo Peppe penso sempre a un personaggio del presepe napoletano, con quella voce per me lui è uno dei pastori del presepe. Raiz, con il quale abbiamo già lavorato in altri dischi, l’ho coinvolto invece per un pezzo che si intitola ’O razzism’, mi piaceva che a un certo punto entrasse un’altra voce potente, un po’ simile alla mia. Non parlo dei razzisti, parlo del razzismo come di un’entità che si appropria di queste persone perché sono deboli di spirito, e con le loro ansie e le loro paure sono predisposte. Io vedo il razzismo come un ultracorpo che si appropria di persone già incattivite e frustrate”.