Roberto Vecchioni: "Ho scritto 'Samarcanda' in auto rischiando un incidente"
di Luca Valtorta , di Luca Valtortafoto di Roger Berthod
Alcuni artisti non amano parlare dei testi delle loro canzoni ma Roberto Vecchioni non è solo un cantautore: «Io sono fondamentalmente un insegnante, non importa il mezzo che si usa. Mi piace la parola: il mio mito, che poi è proprio il primo tra i miti, è la parola. Quando nasce lei, nasce il mondo: “Fiat lux!”». Ecco dunque il perché di un libro che ha il più semplice dei titoli: Canzoni.
Come è nato questo libro?
«Io ho tenuto per otto anni il corso Forme di poesia in musica all’università di Pavia, in cui sono partito dalla Grecia antica passando per i trovatori, il barocco, il Rinascimento fi…
Alcuni artisti non amano parlare dei testi delle loro canzoni ma Roberto Vecchioni non è solo un cantautore: «Io sono fondamentalmente un insegnante, non importa il mezzo che si usa. Mi piace la parola: il mio mito, che poi è proprio il primo tra i miti, è la parola. Quando nasce lei, nasce il mondo: “Fiat lux!”». Ecco dunque il perché di un libro che ha il più semplice dei titoli: Canzoni.
Come è nato questo libro?
«Io ho tenuto per otto anni il corso Forme di poesia in musica all’università di Pavia, in cui sono partito dalla Grecia antica passando per i trovatori, il barocco, il Rinascimento fino a prendere dei personaggi contemporanei come Giorgio Gaber, Fabrizio De André, Francesco De Gregori per analizzare un argomento da loro trattato. Per esempio: “Le donne in De André” o “La transmedialità in De Gregori”, ovvero il fatto che ha cambiato completamente il linguaggio delle canzone. Dopo tutto questo tempo a parlare degli altri, i miei collaboratori mi hanno suggerito di parlare di me, cosa che però mi sembrava un po’ ridondante. Così il nuovo corso l’ha tenuto Paolo Jachia, un professore di semiotica, mentre Massimo Germini, mio chitarrista da lungo tempo, le spiegava da un punto di vista musicale».
E lei?
«Io partecipavo raccontando fatti e aneddoti su come le canzoni da loro discusse erano nate».
Con che criterio sono state scelte?
«Non sono necessariamente le più famose ma ognuna di loro ruota intorno a un tema che è stato importante per la mia vita. Alla fine ne sono state tirate fuori venticinque che credo rappresentino bene i miei principi».
Quali sono?
«Non scrivere mai di cose di cui ho già parlato e non dare mai per scontata una canzone, perché per realizzarla ci vuole l’intelligenza della mente ma anche quella del cuore. Posso permettermi di scrivere canzoni anche molto “strane” perché so di non avere il physique du rôle di un Vasco Rossi che riempie gli stadi: ho costruito negli anni un pubblico fedele e i miei spettacoli sono soprattutto nei teatri, così posso divertirmi in vari modi, non solo cantando».
Che cosa fa?
«Ci sono monologhi, digressioni, aneddoti, testi teatrali e persino… barzellette!».
Chi è il suo pubblico?
«C’è di tutto, da chi è cresciuto con me, fino ai più giovani. E devo dire che sono contento perché un disco piuttosto complicato come l’ultimo che ho fatto, L’infinito (uscito nel 2018, ndr), ha venduto circa 35mila copie, un disco d’oro e mezzo, che oggi non sono poche. Ne sono felice non tanto per le vendite ma per il fatto che vedi che ci sono persone che ti seguono anche quando fai delle cose che in teoria sono un po’ un azzardo dal punto di vista commerciale».
Infatti L’infinito è anche una delle canzoni che nel libro vengono analizzate: di cosa parla?
«Il tema che individua è quello dell’amore per la vita che è presente anche nelle persone che apparentemente sembrerebbero odiarla, come Leopardi, e che invece in fondo all’anima la amava: cercare di spiegare questa contraddizione in termini è uno dei motivi di quel brano e dell’intero disco».
Un altro tema è quello mitologico.
«Euridice è la storia della morte che porta via l’amore».
E poi ci sono i ritratti.
«Amo molto i ritratti. Molti sono dedicati ai figli, oppure a quegli autori che mi hanno dato un insegnamento fondamentale: Borges, Pessoa. E in poesia Wis?awa Szymborska ma anche Alda Merini: eravamo amici per la pelle».
Siccome ha citato Borges, mi viene in mente Samarcanda perché avevo letto una storia simile nel suo Racconti brevi e straordinari, mentre lei come riferimento ha sempre citato William Somerset Maugham. Qual è il riferimento corretto?
«In realtà la prima volta che si legge la storia che ho raccontato in Samarcanda è nella Bibbia, nel Libro della Sapienza di Salomone, quando vuole salvare due amici e l’Angelo della morte si arrabbia con lui; ma si trova anche nella cultura indiana e in quella persiana. E poi si ritrova in Maughan, dove il protagonista però è un servo, non un soldato, e in Borges. Ma è un tema che c'è in quasi tutte le culture, a sottolineare attraverso un paradosso l’impossibilità di sfuggire alla morte».
È vero che ha scritto questa canzone, che poi è diventata famosissima, dopo aver superato il casello della Milano/Bologna?
«È verissimo. Avevo appena letto questa storia e volevo farne una canzone. Però dovevo andare a Bologna e mentre viaggiavo mi sono venute le parole: mi sono fermato un paio di volte per scrivere quattro frasi che altrimenti non avrei ricordato. Poi, per il resto, arrivato a Bologna avevo già la canzone, quasi tutta, tranne il ritornello».
Il famoso “oh oh cavallo, oh, oh”?
«Esatto. Quello è nato perché uno davanti a me ha inchiodato improvvisamente e a momenti gli vado addosso. Allora gli ho gridato: “Oh oh coglione!” e immediatamente ho avuto una folgorazione ed è diventato “oh oh cavallo”».
Fantastico! Se non sbaglio però non era contento di aver avuto successo con quella canzone.
«No, perché non era stata capita. Era stata presa come una specie di Furia cavallo del West, la cantavano e ancora oggi la cantano i bambini. Io venivo da due dischi che avevano venduto mille copie, nessuno mi conosceva. Samarcanda vendette ottomila copie in una settimana. Io allora ero un po’ orso, poi mi sono svezzato, ma allora da un momento all’altro c’era la gente che mi veniva addosso, mi buttava di qua e di là. Per non parlare dei concerti: ero abituato a suonare con due chitarre per cento persone e, improvvisamente, erano migliaia. A quel punto mi sono detto: devi essere all’altezza di quello che hai voluto. E sono andato avanti».
Fino al 2011, in cui con Chiamami ancora amore, una canzone in cui c’è dentro un po’ tutto, vince addirittura a Sanremo: lì c'è la sua capacità di arrivare a un vasto pubblico anche parlando di temi importanti, persino politici.
«Quando mi è venuta questa canzone ho pensato fosse diversissima da quello che faccio di solito e che era proprio da Sanremo. Però al tempo stesso era molto densa, era come se in ogni verso ci fosse un mondo: dai soldati che muoiono agli operai che perdono il lavoro, al dramma dei bambini che annegano e ai potenti che se ne fregano. Mi sono detto: “Tu devi cantarla con tutta la forza che hai. Far vedere al pubblico che ci credi”. E ci credevo in effetti. Sentivo che quella canzone poteva vincere. Potevo solo sbagliare a cantarla. Invece non ho sbagliato anche se, mentre la cantavo, ero così commosso dentro di me che ho sentito la canzone prendere vita. Quando sono arrivato a Sanremo, la prima sera al ristorante c’erano tre persone che volevano l’autografo, la sera dopo averla cantata c’era così tanta gente che non potevo entrare: lì ho capito che quello che sentivo io era passato al pubblico».
Ma una canzone può essere poesia?
«Lirica viene da lira: tutta la poesia greca antica era suonata. Addirittura c’erano due generi: quello più malinconico ed elegiaco, che veniva suonato con il barbiton, una lira molto arcuata a quattro corde che apparteneva a Saffo o ad Alceo. E poi c’era il rap: Archiloco e Ipponatte recitavano sulla musica di un flauto facendo invettive contro i loro nemici. Da sempre nella musica e forse nell’arte e forse nel mondo, c’è una corrente che parla di malinconia, di tristezza, di dolore che è molto più calma, e una corrente fatta di avventura, di rabbia, di forza, che è invece molto più energica. Insomma, oggi: il tango, il rock. Tutto parte da lì».