“Iloponitnatsoc”, il disco perduto di Franco Battiato
di Luca Valtorta , di Luca ValtortaÈ proprio Come in un incantesimo per cui, nell’appendice del libro di Carla Spessato sulla discografia di Franco Battiato, appare la notizia di un suo album perduto. A raccontarla è Franco Zanetti, discografico e poi giornalista di lungo corso. A certificarne l’interesse è Riccardo Bertoncelli, storica firma della critica (citato da Francesco Guccini ne L’avvelenata) e curatore dell’area musicale del gruppo Giunti: «È un Battiato che non t’aspetti», spiega, «ancora legato alla canzone tradizionale ma che in alcuni momenti ti fa pensare a un mondo “oltre” che, in seguito, è quello che avrebbe praticato». Zanetti aveva conosciuto Battiato quando svolgeva ancora la professione di discografico: «Ho lavorato per qualche anno alla Emi a cavallo tra gli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta. Facevo il responsabile della comunicazione e in quelle vesti ho promosso L'era del…
È proprio Come in un incantesimo per cui, nell’appendice del libro di Carla Spessato sulla discografia di Franco Battiato, appare la notizia di un suo album perduto. A raccontarla è Franco Zanetti, discografico e poi giornalista di lungo corso. A certificarne l’interesse è Riccardo Bertoncelli, storica firma della critica (citato da Francesco Guccini ne L’avvelenata) e curatore dell’area musicale del gruppo Giunti: «È un Battiato che non t’aspetti», spiega, «ancora legato alla canzone tradizionale ma che in alcuni momenti ti fa pensare a un mondo “oltre” che, in seguito, è quello che avrebbe praticato». Zanetti aveva conosciuto Battiato quando svolgeva ancora la professione di discografico: «Ho lavorato per qualche anno alla Emi a cavallo tra gli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta. Facevo il responsabile della comunicazione e in quelle vesti ho promosso L'era del cinghiale bianco e poi da lì sono andato in Cgd dove ho promosso il disco di Giuni Russo e un disco bizzarro. La vera storia di Kass Kass il piccolo scoiattolo di Francesco Messina prodotto da Battiato. Poi l'ho incontrato un sacco di volte da giornalista e avevo una affettuosa relazione con Franco. Non posso dire che eravamo amici perché purtroppo tutti dicono che sono amici dei cantanti e dei cantanti non è il caso di diventare amici. Però ci prendevamo affettuosamente in giro perché lui che diversamente da quello che hanno detto tutti detestava essere chiamato maestro mi prendeva in giro quando mi incontrava dicendo: "Maestro Zanetti!"».
Che tipo di persona era, secondo lei, Franco Battiato, per come ha avuto modo di conoscerlo?
«Stava sempre mezzo passo di lato. All'inizio non riuscivo a definire esattamente questa sensazione ma poi, conoscendolo meglio, ho capito che stava di lato per poter guardare con gli occhi ironici quello che succedeva. Una storia abbastanza clamorosa a riguardo è successa quando, sempre da discografico, l'ho accompagnato nel 1979 insieme a Giusto Pio a Telemontecarlo dove all'epoca c'era una trasmissione che promuoveva anche i cantanti italiani. Si partiva da Milano in macchina e si andava a Montecarlo dove c'era questa trasmissione di Jocelyn e sua moglie Sophie per fare la presentazione della canzone e poi si tornava indietro. Il giorno che ha dovuto accompagnare Battiato e Giusto Pio sul Turchino abbiamo trovato neve e quindi siamo arrivati alle 18 e 25 mentre lo show doveva cominciare alle 18 30. Battiato e Giusto Pio sono entrati nello studio per fare quello che dovevano fare ancora col cappotto e con una ventiquattrore in mano. Io non so dire se loro lo abbiano fatto apposta o se non avessero capito che non era una prova ma erano in diretta. Comunque dopo i primi due versi della strofa si sono messi a parlare fra loro dimenticandosi completamente che dovevano seguire il playback. Jocelyn e Sophie, come si può immaginare erano furibondi. Io cercavo di arrampicarmi sugli specchi dicendo che l'avevamo pensato apposta per far vedere che i suoni non sono riproducibili. Appena possibile sono fuggito via: se avessero potuto mi avrebbero ammazzato».
E loro?
«Non hanno fatto una piega: si sono divertiti un casino. Non gliene poteva fregare di meno: era evidente che Franco era arrivato in un mondo che non aveva mai frequentato prima e di cui non conosceva le regole ma, a differenza di quasi tutti gli altri, non gli andava granché di assoggettarsi a quelle regole e si comportava come gli andava. Anche se non in maniera esplicita».
E così un bel po' di anni dopo, nel 2003 l’etichetta discografica Universal le ha chiesto una consulenza per realizzare una compilation di pezzi di Franco Battiato. Che cosa è successo?
«Sapevano che io ero competente perché conoscevo Battiato e la sua produzione da molto tempo e così ho proposto di recuperare quello che all'epoca non era disponibile in nessun modo perché nel 2003 le canzoni di Battiato pre-discografia ufficiale non si trovavano da nessuna parte, neanche su Internet: o avevi i 45 giri o non li conoscevi. Per preparare la tracklist l'etichetta discografica Universal mi ha dato tutto quello che aveva in archivio su due musicassette, che era il supporto di allora. Dentro c’erano 27 canzoni di cui a parte due o tre, non avevo mai sentito parlare. Ho cercato di capire se potevano essere inserite nella compilation ma poi si è scoperto che la maggior parte non erano nemmeno depositate in SIAE e quindi non sarebbe stato possibile pubblicarle perché se un brano non è depositato non lo puoi commercializzare. Per quelle tre o quattro che invece erano depositate la Universal ha sentito Franco che all'epoca aveva cambiato etichetta e lui ha fatto capire molto chiaramente che avrebbe vissuto questa pubblicazione come un dispetto perché per lui quel periodo lì era stato chiuso, sigillato da dimenticare e non ne parlava mai volentieri».
E così, niente compilation?
«Nella compilation che si sarebbe poi intitolata Le stagioni del nostro amore sono finite solo dieci canzoni che erano quelle già uscite sui famosi 45 giri. Però, per capirne di più ai tempi avevo parlato con il fonico, Bruno Malasoma, che mi disse: “Sì poi con Franco nel 1969 avevamo registrato anche un intero album che era stato anche mixato” ma per qualche motivo che lui non conosceva, non era mai uscito. Ai tempi non ci feci caso più di tanto, però ho tenuto le cassette nel mio archivio e non le ho mai fatte ascoltare a nessuno».
E ora invece cosa è successo?
«Che quando ho saputo che Riccardo Bertoncelli stava lavorando a un libro sulla discografia di Battiato gli ho detto: “Perché non raccontiamo anche la storia del suo album perduto?”. Lui era entusiasta e a quel punto sono andato a fondo: ho cercato di ricontattare Malasoma, che purtroppo nel frattempo è morto di complicanze legate al Covid. Allora ho cercato uno dei musicisti, Giorgio Logiri, che però non ricordava nulla; lui mi disse di provare con Alberto Mompellio: contattarlo non è stato semplice ma ci sono riuscito».
E lui ricordava?
«Meglio ancora: quando sono andato a trovarlo ha tirato fuori un’agenda su cui giorno per giorno c’erano scritte tutte le cose che avevano fatto per quel disco. E quindi lavorando su quella e sui suoi ricordi sono riuscito a ricostruire la tracklist: erano tutti presenti nelle mie cassette alcuni dei quali erano stati pubblicati ma la maggioranza no. Il bello è che neanche loro avevano sentito la versione finale che avevo io perché il mix era stato effettuato da Malasoma e consegnato da lui alla Philips (etichetta che fa parte di Universal, ndr) che l’ha messo in un cassetto da cui non è più uscito. Glieli ho fatti ascoltare 52 anni dopo».
Quali erano questi brani?
«Lato A: Gente (già pubblicata), La stazione, La quercia, Scarpe sporche, Occhi d’or (già pubblicata). Lato B: Temporale, La primavera, È l’amore (già pubblicata: è il pezzo più famoso del primo Battiato), Lume di candela (pubblicata), Lungo la baia, Bella ragazza (pubblicata), Gente (al contrario, poi diventerà Iloponitnatsoc)».
Che tipo di canzoni sono?
«Sono pezzi del genere “cantautore malinconico fine anni sessanta”, come appunto È l’amore, uno dei più famosi del Battiato pre-sperimentale».
Ma è un disco interessante o no?
«Dal punto di vista storico di sicuro».
E da quello musicale?
«Ci sono almeno un paio di cose piuttosto strane: una è una canzone registrata al contrario intitolata Iloponitnatsoc ovvero Costantinopoli, come forse si sarebbe dovuto intitolare il disco. E poi c’è il fatto che tra un brano e l’altro ci sono degli effetti sonori che non sono suonati ma registrati, il che indica la volontà di non fare un album “normale”. Infine c’è il mistero nel mistero, ovvero un brano intitolato Ciao Marlene che non compare né qui né, purtroppo, nei miei nastri ma era segnalata nella prima tracklist del taccuino: anche se l’hanno suonata di sicuro perché viene più volte citata, nessuno ricorda nulla di questa canzone».
Ma perché la Philips non pubblicò un disco su cui aveva speso un bel po’ di soldi, già registrato e mixato?
«Ho rintracciato un discografico che oggi ha più di 90 anni e che lavorò alla Philips tra il 1966 e il 1972. Si chiama Maso Biggero e lui mi ha detto: “Battiato mi aveva chiesto di poter usare la sala di registrazione di Piazza Cavour e io glielo concessi: realizzò un album bello e importante impostato come un discorso completo in cui i pezzi erano anche connessi tra loro ma il direttore generale d’allora, Alain Trossat, non amava Battiato e durante una riunione bocciò l’album come “poco commerciale”. Forse anche per questa delusione Battiato non volle più parlarne».
Ma lui sapeva che lei aveva quelle cassette?
«Da quando me le diedero mi è capitato molte altre volte di incontrarlo per interviste o concerti ma non gli ho mai detto che le avevo».
Come mai?
«Perché temevo che mi dicesse "dammele indietro, non farle sentire a nessuno e non ascoltarle mai più!"».
Da sinistra: Franco Battiato, Giorgio Logiri, Bruno Malasoma (fonico), Alberto Mompellio
Ma oggi secondo lei avrebbe senso pubblicare questo disco?
«Su questo argomento io ho un'opinione ben precisa ed è questa: se un artista non ha voluto pubblicare certe canzoni durante la sua carriera probabilmente ci saranno state delle ragioni che attengono alle sue scelte artistiche e quindi non è il caso di pubblicarle a scopo commerciale. Dall'altra parte, essendo io un raccoglitore, un cultore, uno storico della musica eccetera, sarei molto curioso di conoscere questa parte di Battiato così come sono curioso di sentire gli inediti dei Beatles che escono su queste riedizioni degli album a prezzi folli. Tra l'altro in quelle cassette non c'è solo questo disco».
Cos'altro c'è?
«Tanto per fare un esempio, c'è una canzone intitolata La campagna e l'amore che è una cover con testo italiano di Darla dirladada che è quella canzone folk che in Italia e all'estero ha pubblicato Dalida. Ma secondo me è uno scherzo, una cosa fatta per divertimento. Non credo che pensasse di pubblicarla. Anche se una certa produzione di Battiato per Ombretta Colli ha questo taglio della canzone popolare. E siccome anche quel tipo di canzoni per la Colli le ha scritte lui non è detto che a Battiato facesse schifo una canzone popolare anche commercializzata. Peraltro ricordiamoci che lui quando ha esordito al Derby faceva finta di cantare canzoni popolari siciliane che invece si era inventato lui».
Beh, Battiato ha sempre amato giocare mescolando "alto" e "basso": è un po' quello che lo rende unico. Solo lui può passare dal pop alla sperimentazione ai brani con l'orchestra.
«In effetti è curioso che alla fine questo linguaggio della canzone commerciale e pop italiana lui l'abbia citato più volte nei suoi pastiches successivamente. Cose come "il mondo è grigio, il mondo blu" (Le monde est gris, le monde est bleu è una canzone di Éric Charden e Monty, portata al successo in italiano da Nicola di Bari al Cantagiro del 1968, ndr) è di quell'epoca lì. Quindi in qualche maniera quel tipo di mondo musicale lui l'ha introiettato, digerito e ritirato fuori dopo averlo completamente rielaborato».
Franco Battiato. Come un incantesimo
di Carla Spessato, Giunti, collana Bizarre - Le storie dietro le canzoni
pagine 320, 25 euro