Rolling Maneskin: la band italiana conquista l'America
di Gino Castaldo , di Gino CastaldoCi vuole coraggio a ritrovarsi in uno stadio di Las Vegas gremito e aprire con una canzone che dice in squisito italiano: "E tu stammi ad un palmo dal culo, testa di c...". Amen. Quaranta minuti, signore e signori, quaranta minuti per dimostrare di essere qualcosa, alla faccia di malauguranti e odiatori di professione, invidiosi e lillipuziani di ogni risma, contro soprattutto le sganascianti contumelie che di solito per puro sport si riservano agli opening act dei megaconcerti.
Quaranta minuti che in musica possono essere tutto, una misura perfetta, a metà tra gli scatti brucianti dei tre minuti di una canzone e le lunghezze da fondo delle maratone, il tempo esatto che durò il concerto dei Beatles sul tetto di Savile Row, e del resto anche più o meno la misura temporale che un tempo definiva i dischi, i vinili dei tempi d'oro, considerando che il "lunghissimo" Dark side of the moon dura 42 munuti e 57 secondi, Creuza de mä di Fabrizi…
Ci vuole coraggio a ritrovarsi in uno stadio di Las Vegas gremito e aprire con una canzone che dice in squisito italiano: "E tu stammi ad un palmo dal culo, testa di c...". Amen. Quaranta minuti, signore e signori, quaranta minuti per dimostrare di essere qualcosa, alla faccia di malauguranti e odiatori di professione, invidiosi e lillipuziani di ogni risma, contro soprattutto le sganascianti contumelie che di solito per puro sport si riservano agli opening act dei megaconcerti.
Quaranta minuti che in musica possono essere tutto, una misura perfetta, a metà tra gli scatti brucianti dei tre minuti di una canzone e le lunghezze da fondo delle maratone, il tempo esatto che durò il concerto dei Beatles sul tetto di Savile Row, e del resto anche più o meno la misura temporale che un tempo definiva i dischi, i vinili dei tempi d'oro, considerando che il "lunghissimo" Dark side of the moon dura 42 munuti e 57 secondi, Creuza de mä di Fabrizio De André appena 33 minuti, Com'è profondo il mare di Dalla superava a stento i 36. Insomma non c'è cosa in musica che non si possa dire in 40 minuti, compresa un'esibizione decisiva, una partita della vita da dentro o fuori, come un concerto di apertura all'Allegiant Stadium del gruppo che è il loro esatto opposto, ovvero la più longeva band mai esistita nella storia.
I Maneskin aprono spavaldi con In nome del padre e dopo una beve presentazione di rito in cui ringraziano Dio, gli astri, gli Stones, per essere lì, sparano sempre in italiano Zitti e buoni e la partita, si capisce subito, gira bene, non arrivano oggetti sul palco, non si sente un buuu neanche a pagarlo, anzi, loro sono di bandieramericana vestiti, che è una captatio benevolentiae, ma ci sta, nelle partite difficili i trucchetti sono ammessi, anzi, pare quasi che la folla li prenda in simpatia e Damiano lo sente, come lo sentono i giocatori di razza, e sul medley Take me out/Somebody told me, sfodera finalmente i suoi colpi migliori, lascivo e conturbante, mentre i suoi complici sgambettano e schitarrano sull'enorme palco predisposto per i campioni del mondo Rolling Stones.
I Maneskin aprono il concerto dei Rolling Stones e conquistano Las Vegas
Victoria ondeggia felice come se fosse la Dancing Queen del party di inizio secolo, Thomas salta con l'espressione inebetita e vagamente stupida delle grandi occasioni rock, Ethan Torchio picchia sulla batteria come se fosse la cosa più seria del mondo, ed è un vezzo immancabile delle alte dinastie percussive. Arrivano gli applausi, siamo al sedicesimo minuto, la partita rimane in bilico, un onesto pareggio, ma arriva la svolta, attaccano Beggin' e la palla va in rete a portiere battuto, visto che si tratta di un vecchio amatissimo pezzo americano che nel lontanissimo 1967 cantava Frankie Valli, al secolo Francesco Stephen Castelluccio, lo stesso pezzo che Jimmy Fallon ricantava eccitato nel suo programma, incredulo del fatto che a riportarlo in America fossero quattro italianuzzi del tutto privi di remore e pudori.
Sul vantaggio giocano la carta della ballad, pericolosa, ma alla fine azzeccata perché da quando mondo è mondo una pausa ci vuole, ed è un pezzo intitolato Coraline, che parla di cose molto serie, in italiano, e gli americani non lo sanno, non possono comprendere che "Coraline piange, Coraline ha l'ansia, Coraline vuole il mare ma ha paura dell'acqua", però ci stanno, continuano ad applaudire. E perché non dovrebbero? Sono belli, amabili, stanno rendendo omaggio alle divinità del rock, e lo fanno da ventenni, spiazzando vecchie e radicate certezze, tolgono la polvere, rianimano un genere dato per spacciato, senza veli, senza auto-tune, senza filtri, sono lì a giocarsela, a nudo, con braccia tatuate, sudore autentico e colpi di tacco, mantengono agevolmente il vantaggio con For your love e al minuto ventisei giocano l'asso, lo schema provato, un pezzo che si intitola Mammamia che da solo dà un senso all'ombretto glitterato e allo smalto verde di Damiano, che ha un titolo italiano ma un testo in inglese, con una frase che spiega tutto quello che c'è da spiegare: "giuro che non sono ubriaco, e che non mi drogo, mi chiedono perché sono così fico... è perché sono italiano".
La partita è vinta, possono perfino toccare i mostri sacri, gli Stooges, Iggy Pop, che ha avuto la compiacenza di entrare in un loro pezzo, chiudono la partita senza eccessivi problemi, senza rischiare, con I wanna be your dog e I wanna be your slave e Damiano la presenta facendo intendere al pubblico che "your" potrebbe stare per tutti i presenti lì a Las Vegas. Ancheggia e ammicca come decenni prima di lui ha fatto Mick Jagger, il maestro dei maestri di ogni ambiguità, che quando arriva sul palco non si dimentica di loro, e lo fa in italiano: "grazie mille ragazzi!" dice, portando i quattro ragazzi romani direttamente alle porte dell'Olimpo. Ora non devono fare altro che bussare, con la palla in mano, pronti a giocare altri campionati.