Cesare Cremonini: "Va tutto troppo veloce, riparto da un colibrì"
di Gianni Santoro , di Gianni SantoroA casa di Cesare Cremonini sui colli bolognesi, quelli cantati più di venti anni fa in 50 Special, c'è soddisfazione per il lavoro fatto e tanta frenesia perché ora inizia un nuovo capitolo. I pacchetti di sigarette sono stati sostituiti dai vaporizzatori. "Quando finisco un disco sono sempre in condizioni pessime, con pochissime ore di sonno e tante sigarette". Sulla salita lungo il grande giardino che circonda la villa c'è un edificio che diventerà il suo studio. "I vicini non ne potranno più, il nuovo album lo conosceranno già a memoria", sorride Cesare, 41 anni. Il nuovo viaggio inizia dal volo leggero di un Colibrì, il nuovo singolo in uscita mercoledì 1 dicembre. "Quando ho immaginato il futuro c'eri tu", canta.
"È nato tutto da alcune visioni notturne, perché queste visioni possono venire solo di notte. Nasce da un colibrì, simbolo di purezza e del…
A casa di Cesare Cremonini sui colli bolognesi, quelli cantati più di venti anni fa in 50 Special, c'è soddisfazione per il lavoro fatto e tanta frenesia perché ora inizia un nuovo capitolo. I pacchetti di sigarette sono stati sostituiti dai vaporizzatori. "Quando finisco un disco sono sempre in condizioni pessime, con pochissime ore di sonno e tante sigarette". Sulla salita lungo il grande giardino che circonda la villa c'è un edificio che diventerà il suo studio. "I vicini non ne potranno più, il nuovo album lo conosceranno già a memoria", sorride Cesare, 41 anni. Il nuovo viaggio inizia dal volo leggero di un Colibrì, il nuovo singolo in uscita mercoledì 1 dicembre. "Quando ho immaginato il futuro c'eri tu", canta.
"È nato tutto da alcune visioni notturne, perché queste visioni possono venire solo di notte. Nasce da un colibrì, simbolo di purezza e della natura. Un'immagine non violenta, da cui scaturisce il concetto che tiene insieme tutto l'album, che si intitola La ragazza del futuro (in uscita il 25 febbraio 2022, ndr). Eravamo chiusi dentro casa, senza poter uscire, una sensazione alienante in cui non puoi più toccare con mano il tuo futuro, il centro della società sembrava stesse sprofondando. I concerti, che erano la vera cartina di tornasole per il successo discografico, erano fermi. Da qui è nata l'esigenza di immaginare un futuro per reagire a tutto quello che stiamo vivendo. E non potevo che farlo pensando a un album. Che mi sto divertendo a comunicare anche sui social con un modello visivo un po' immaginifico, fuori contesto rispetto a quello che vedo in giro tra sponsorizzazioni di aziende, scarpe e macchine. Ma del resto mi sento sempre un pesce fuor d'acqua".
Un album intero secondo alcuni oggi è quasi antistorico.
"Come concetto dal punto di vista del mercato e anche di immaginario vive un momento difficile. Ma secondo me è così che si calcola il peso specifico che può avere l'autorevolezza di un artista che non si limita a creare playlist. È l'artista che deve proporre modelli. Trovo che un album costruito con un concetto, non fine a se stesso, migliori il sistema. Esiste un mercato, un interesse verso prodotti più completi. In una comunicazione frammentata e iper-rapida di ascolti e consumo usa e getta arrivare è facile, ma c'è anche una rapida disgregazione di quello che fai".
L'algoritmo si può anche gestire, come ha fatto Adele, che ha imposto a Spotify la riproduzione del suo album senza la funzione che pesca a caso tra i brani.
"Quando è uscito ho pensato che Spotify fosse più bella quel giorno. È l'autorevolezza con cui ci si pone nei confronti del mercato che determina la sua bellezza, anche in un contesto in cui è giusto che cambino le regole. In fondo anche gli ultimi due dischi rap importanti usciti in Italia, quello di Salmo e quello di Marracash, sono progetti legati all'album e non alle singole canzoni. Il loro pubblico, giovanissimo, ascolta il disco nel suo insieme perché contiene un messaggio comune. La differenza sta nel giocare una partita in cui si provi ancora a fare qualcosa che resti. E quindi togliere il concetto del tempo".
Un'ossessione dei nostri giorni.
"Sì. La durata delle canzoni, la durata della carriera, dei progetti, dei contratti, dei programmi televisivi, di Sanremo. Anche in questo mi sento un oggetto non identificato, lo sono sempre stato. Come ai tempi dei Lùnapop. Sembravamo venuti da Marte, con un'etichetta di Roma che faceva musica dance, le altre ci avevano rifiutato. Sono sempre stato un alieno, anche l'ambiente sociale da cui provengo, una famiglia con un padre medico che non ascoltava musica e una mamma insegnante di lettere che voleva farmi leggere Leopardi e studiare pianoforte classico invece di farmi ascoltare i miti della sua generazione".
Ha continuato a sentirsi un pesce fuor d'acqua nonostante il successo?
"Faccio parte di una non generazione musicale, in mezzo tra il Novecento e gli anni 2000, senza un contesto di colleghi della stessa età che ti sostenga. I cambi generazionali che ho dovuto affrontare io non sono quelli che affronteranno quelli della nuova leva di cantautori. Ero punk da questo punto di vista e come il punk potevo essere spazzato via alla fine di quel momento preciso, infatti il brit pop e rock che seguivo inizialmente poi è finito e mi sono ritrovato di colpo a portare avanti una tradizione cantautorale italiana che avevo nelle viscere. Uno di quella generazione che oggi fa sette stadi e un grande evento a Imola (il nuovo tour parte il 9 giugno 2022 da Lignano Sabbiadoro, ndr) è una bella storia da raccontare. Gli altri ora ci arrivano più velocemente, io ci ho messo dodici anni per arrivare nei palasport e venti negli stadi. La cosa che mi ha permesso di avere una carriera lunga è aver saputo maneggiare la musica da musicista".
Per La ragazza del futuro è andato a Abbey Road per registrare gli archi.
"Questa è l'epoca dei producer, il cantante va in studio, sente le basi magari comprate e registra. Io non sono così. L'orchestra è ancora una delle esperienze per cui vivo, preferisco spendere i soldi per questo invece di cenare a ostriche. Non è il fascino del luogo che scrive le canzoni, ma ad Abbey Road hai ancora la sensazione di un contesto di élite professionale con i migliori musicisti, un luogo di eccellenze. È una cosa nettamente in contrasto con il modello dell'indie, delle produzioni low cost che ti fa sentire figo ma alla fine vuol dire soprattutto che non sai surfare su onde anomale. È facile nuotare dove l'acqua è bassa".
Con chi si confronta quando realizza musica nuova?
"Se c'è un momento in cui mi fido delle mie sensibilità personale è proprio questo: ho avuto un produttore per venti anni, adesso mi prendo le responsabilità in prima persona, il che mi mette nella condizione di sbagliare a volte, ma anche di imparare. Dal punto di vista artistico collaboro con due persone, Alessandro Magnanini e Davide Petrella, detto Tropico, che ho scoperto - ora mi spiace fare il Costanzo della situazione - ai tempi di MySpace. Non aveva pubblicato neanche un singolo e ci fu un'alchimia immediata. È un atto talmente pudico scrivere con qualcun altro, far vedere gli errori, ci si sente nudi. Ma ho capito che rendo di più nel dialogo. E poi se vogliamo dare un senso di comunità al pubblico la musica per prima deve riflettere lo scambio e io sono molto più affezionato all'intersezione tra musicisti che tra cantanti. Siamo invasi di duetti, la maggior parte per moltiplicare gli streaming, io invece nell'album non ne faccio nessuno. Ne ho fatti pochi nella mia carriera, solo due, quelli che sentivo veramente, ovvero con Jovanotti (Mondo, ndr) perché è stato il Battisti della mia generazione e poi con Malika (Ayane, in Hello!, ndr) perché era la mia fidanzata e quindi non poteva che nascere un amore anche vocale".
In Colibrì si sente l'influenza di Lucio Dalla e proprio a lui ha deciso di dedicare il suo debutto alla regia cinematografica.
"Lo so, sono un pazzo. La società Tender mi ha chiamato per portare contenuti e ho capito che c'è una storia che voglio raccontare, un momento particolare della vita di Lucio Dalla, quando alla fine degli anni Settanta ha abbandonato il suo verbo, cioè il poeta più novecentesco che la mia Bologna abbia partorito, ovvero Roversi, ha perso sua madre e decide di scrivere canzoni, aveva l'età in cui io ho raggiunto gli stadi, 38 anni. E da adulto rifiutava gli stereotipi violenti di quel periodo storico e si inventava un futuro. Nelle biografie è un periodo misterioso, si racconta che partì per le isole e scrisse Com'è profondo il mare. Voglio capire cosa è successo, forse perché quella per me è la canzone delle canzoni e ho bisogno di sapere come si fa, e perché sento dei collegamenti tra quegli anni e questi in cui si muovono nuove energie violente. Sarà il contrario di un biopic, ma voglio lavorarci con calma, c'è tempo".
Trent'anni fa moriva un altro suo idolo, Freddie Mercury.
"Se il mio primo amore fosse stato Dylan o Neil Young probabilmente avrei rifiutato i Queen. Invece sono partito con uno con una tutina a scacchi e lo smalto che brindava a champagne con il suo pubblico e diceva battute che ostentavano ambiguità sessuale, mi ha regalato il mio aspetto più amante del glam, della giocosità, che poi ho abbinato all'aspetto sociale derivante dall'ascolto dei cantautori. La mia adolescenza è stata così, andavo a scuola con le tutine e i miei amici ascoltavano i Nirvana. Ero fuori posto anche lì".
All'epoca dei Lùnapop avevate registrato anche in altre lingue, oggi il successo internazionale dei Måneskin ha dimostrato che c'è un mercato ricettivo.
"Allora era molto diverso, con schemi comprensibili: vendevi un milione e mezzo di copie in Italia? La casa discografica spagnola sapeva che poteva proporti nel mercato latinoamericano. Oggi trovo molto affascinante e interessante quello che sta succedendo ai Måneskin, la globalizzazione della musica in streaming permette uno sviluppo moltiplicatore. È bellissimo quello che sta succedendo e mi entusiasma, riempie di energia. Mi ricorda l'incontrollabilità che ho vissuto da ragazzino, qualcosa che sfuggiva alle regole del mercato. Tra l'altro ho il mio preferito nei Måneskin, il chitarrista, mi fa impazzire".
Nella sua autobiografia "Let them talk" definiva il pianoforte un "bellissimo angelo nero". Oggi in che rapporti siete?
"Lo chiamavo così nella prima poesia che scrissi da bambino, lo odiavo perché mi toglieva tempo alla mia vita, studiare pianoforte classico non è proprio una passeggiatina. Oggi quando mi siedo lì so di essere nel posto in cui mi sento meglio al mondo".