Appena 16 minuti, quasi un disco, anzi un ep per l'esattezza, ma abbastanza per scardinare ruoli e normative, per impazzire almeno una volta, per lasciarsi andare e non pensarci più, e soprattutto per ridere, di sé, del mondo e del comsumato ruolo del cantautore di cui Brunori Sas lo voglia o meno è il più accreditato erede contemporaneo. "È uno dei punti salienti del progetto" racconta dallo schermo di un collegamento in diretta con la sua casa di Cosenza, "volevo liberarmi dall'idea di autodefinirmi un cantautuore e anche raccontare la difficoltà di esserlo nel mondo contemporaneo in cui ti devi confrontare con una serie di cose che non farebbero propriamente parte del mondo di un cantautore". Cheap, così si intitola l'ep, acronimo di Cinque Hit Estemporanee Apparentemente Punk, ci consegna un Brunori inedito, o quantomeno sorprendente, sradicato, permissivo, con un pezzo in spagnolo maccheronico,…
Appena 16 minuti, quasi un disco, anzi un ep per l'esattezza, ma abbastanza per scardinare ruoli e normative, per impazzire almeno una volta, per lasciarsi andare e non pensarci più, e soprattutto per ridere, di sé, del mondo e del comsumato ruolo del cantautore di cui Brunori Sas lo voglia o meno è il più accreditato erede contemporaneo. "È uno dei punti salienti del progetto" racconta dallo schermo di un collegamento in diretta con la sua casa di Cosenza, "volevo liberarmi dall'idea di autodefinirmi un cantautuore e anche raccontare la difficoltà di esserlo nel mondo contemporaneo in cui ti devi confrontare con una serie di cose che non farebbero propriamente parte del mondo di un cantautore". Cheap, così si intitola l'ep, acronimo di Cinque Hit Estemporanee Apparentemente Punk, ci consegna un Brunori inedito, o quantomeno sorprendente, sradicato, permissivo, con un pezzo in spagnolo maccheronico, battute in toscano, giochi e scherzi goliardici e dissacranti.
Che succede, è improvvisamante uscito di senno?
"Era il desiderio di giocare sui ruoli, spesso ci si identifica troppo e un ruolo può diventare una prigione, in Ode al cantautore rifletto anche sul dubbio che il modo stesso in cui mi pongo, la mia estetica, possano essere un cliché, e anche che sembra un momento di surrogati, tutto sembra un surrogato di qualcosa che c'era e allora proviamo a ribaltare tutto, giochiamo...".
Sì, certo ma quando canta "daje de tacco daje de stinco, quant'è bono sto Premio Tenco" si fa fatica a credere che sia sempre il Brunori Sas che credevamo di conoscere fino a ieri...
"Giocare è la parola chiave, e un gioco deve essere libero, liberandomi anche da certi obblighi, la prima cosa era farlo velocemente, e che non ci fosse troppo cervello, la canzoni sono nate così, di getto, e io lo so che così funziono meglio. Lo dice anche John Lennon quando nel film Get back dice "noi lavoriamo meglio quando siamo con le spalle al muro, e io sono come John... almeno da questo punto di vista...solo da questo punto di vista".
In effetti John è ampiamente citato. C'è addirittura un pezzo intitolato Yoko Ono. È un paradigma?
"Certo, e lì mi serviva una voce fiorentina, quindi ho chiesto al regista Duccio Chiarini di prestarmi la voce all'inizio per porre la domanda essenziale: 'Pole la donna permettisi di pareggiare con l'omo?".
In tutto questo essendo appena diventato papà di una bimba che si chiama Fiammetta, bisogna riconoscre che, anche qui a sopresa, ha resistito alla tentazione di scrivere una canzone sull'evento...
"Al momento sì, sto aspettando che arrivi, ma devo capire l'equilibrio tra il desiderio di farla e quello di non farla mai, visto che tutti se lo aspettano, magari la faccio quando farà 18 anni... però va tutto bene, in genere i calabresi tendono a lamentarsi per principio pur di non essere oggetto di malocchio e di invidia, invece devo dire che sono contento, riusciamo perfino a dormire la notte. E mi diverto, c'è un pezzo cantato in spagnolo...".
S'intitola Italiano - Latino e anche qui, detto con la masssima franchezza all'ascolto verrebbe da dubitare che si tratti di lei...
"E invece sono proprio io, è un personaggio che spesso faccio, uno spagnolo che vuole fare le canzoni calabrersi in spagnolo e spesso lo faccio anche a Fiammetta, la metto sulla sdraietta di fronte al divano, così faccio una via e due serivizi, la distraggo e provo le canzoni".
Poi però alla fine c'è uno scarto di serietà, potente, un pezzo intitolato Figli della borghesia che invece riporta tutto verso l'alto. Cos'è un pentimento?
"Tutt'altro, anzi, mi piaceva che alla fine ci fosse un pezzo a contrasto, anche negli altri ci sono varie frecciatine, ma questo è più emozionante. Il pezzo era una bozzetta che avevo da sempre ma non avevo mai trovato una collocazione, l'inizio ce l'avevo: 'Siamo figli della borghesia, affezionati alla bigiotteria, siamo i tappeti persiani ficcati sotto i divani', però aveva un sapore molto anni Settanta, alla maniera dei cantautori di una volta, alla Lucio Dalla per capirci, ma qui ci stava bene perché alla fine quello del cantautore è il filo rosso che lega tutto, ci gioco per tutti i brani, fino a impersonare fino in fondo il ruolo, è un modo di raccontare non solo le difficoltà del cantautore, ma quella di un'intera generazione a trovare le misure per vivere nella contemporaneità. Anche se all'inizio non era previsto viene fuori come un piccolo film, un mediometraggio quindi mi serviva un pezzo per i titoli di coda, e Figli della borghesia era perfetto".
Il titolo ricorda oviamente quello del suo ultimo album, Cip!, come fosse una variazione su tema, uno spin-off?
"Sì, inizialmente volevo farlo con robaccia, letrteralmente cheap, addirittura col telefonino, poi ho pensato che fosse troppo, allora ho usato la robetta che avevo in casa, però l'idea rimane quella di fare una cosa dissacrante come dice il titolo, l'approccio è rimast, non ho corretto quasi niente, è stato meraviglioso, aver deciso che il titolo fosse "cheap" mi ha liberato da un sacco di obblighi, rifacimenti, ci sono le chitarre storte, molte cose registrate al volo, buona la prima".
Un suono raro di questi tempi, rispetto al senso di artificialità delle iperproduzioni che si sentono in giro. Sarà anche un gioco ma qui c'è dell'idelogia, non le sembra?
"Qui potremmo aprire un simposio, è una fase della vita in cui non riesco più ad accettare il 'sinc' del computer, potrebbe diventare un'idea quasi luddista, ma nasconde una verità importante, e cioè che il suono dell'omologazione che sentiamo significa che ci siamo piegati a una tecnologia che all'inzio era interessante, ma che alla fine porta a uniformare tutto. È una delle cose che mi hanno più impressionato vedendo il film dei Beatles, vederli così a nudo, capisci che la magia era quella, vuol dire che c'era una tensione anche nei musicisti che oggi non c'è più perché quando si incide si suona una cosa con la consapevolezza che tanto si può sistemare dopo".
Si rende conto che quello che ha relizzato è un oggetto strano, del tutto alieno ai tempi che corrono?
"Ne sono assolutamente consapevole, ma non c'era l'intenzione di 'farlo strano', ma solo di sentirmi libero, di non guardare nessuna regola discografica, lo volevo fare come piace a me, semplicemente. È importante recuperare l'idea della passione per il processo creativo e non per il risultato, via via che fai carriera magari sposti sempre di più l'attenzione dal processo al traguardo. Qui non c'è obiettivo, non ho alcuna aspettativa, mi piacerebbe solo che fosse percepito lo spirito con cui l'ho fatto. Molti hanno paura di avere qualcosa da perdere, io sento l'esigenza personale di non collocarmi in quella dimensione, il mio piacere è quando chi mi ascolta non mi ritrovi nello stesso posto di prima. Anche gli amici e i fan sono rimasti spiazzati, ho fatto degli ascolti di prova, un fan mi ha detto che forse doveva ascoltarlo una seconda volta per capire meglio. Va bene così".