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Giovanni Allevi: "Mi ha colpito la sindrome di Stendhal e su un marciapiede di Roma ho capito che dovevo raccontare l'estasi"

Il compositore parla del nuovo album 'Estasi' che gli è stato ispirato dalla visione di una statua del Bernini. E sul comico Ubaldo Pantani dice: "Chi mi imita non sa che ironizza sul disturbo di Asperger, ma quella di Pantani è l'imitazione più rispettosa"
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Giovanni Allevi si è recentemente raccontato in un libro intitolato Le regole del pianoforte e anche grazie ai brani dell’album Estasi che il primo gennaio ha presentato in concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, prima tappa di un tour che proseguirà in Italia e in Europa, e poi toccherà Cina e Giappone. Libro e disco non sono legati ma si intrecciano inevitabilmente intorno allo strumento che ha reso Allevi famoso nel mondo; e anche per il tema dell’estasi, oggetto delle sue ricerche musicali (“è la mia poetica”, osserva) ed evento scatenante oltre che motore dei brani del nuovo disco.

La copertina del disco 'Estasi' 

Lei ha spiegato che l’ispirazione per il nuovo album nasce da un episodio che le è accaduto. Quale?
“Una visita nella chiesa romana di Santa Maria della Vittoria, dove c’è l…

Giovanni Allevi si è recentemente raccontato in un libro intitolato Le regole del pianoforte e anche grazie ai brani dell’album Estasi che il primo gennaio ha presentato in concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, prima tappa di un tour che proseguirà in Italia e in Europa, e poi toccherà Cina e Giappone. Libro e disco non sono legati ma si intrecciano inevitabilmente intorno allo strumento che ha reso Allevi famoso nel mondo; e anche per il tema dell’estasi, oggetto delle sue ricerche musicali (“è la mia poetica”, osserva) ed evento scatenante oltre che motore dei brani del nuovo disco.

La copertina del disco 'Estasi' 

Lei ha spiegato che l’ispirazione per il nuovo album nasce da un episodio che le è accaduto. Quale?
“Una visita nella chiesa romana di Santa Maria della Vittoria, dove c’è la statua 'Estasi di Santa Teresa d’Avila' di Gian Lorenzo Bernini del 1652. È in quella occasione che ho iniziato questa esperienza fuori dell’ordinario. Alla sindrome di Stendhal non avevo mai creduto, cioè all’idea che un’opera d’arte potesse sconvolgerci a tal punto da farci perdere i sensi e invece mi è accaduto proprio così. Sono svenuto diversi minuti dopo la visita, quando ero già uscito dalla chiesa ed ero arrivato nella poco distante piazza Barberini: sono caduto a terra, tra l’altro fratturandomi una costola, e quando poi ho riaperto gli occhi circondato da curiosi e passanti ho capito che dovevo cercare una ragione profonda per questa mia esperienza e che l’estasi sarebbe stata l’oggetto della mia prossima ricerca musicale”.

Ha raccontato tutto nel disco, in cui il brano Estasi rappresenta l’approdo finale.
“Esattamente. L’album racconta l’estasi nelle sue mille declinazioni, che noi possiamo incontrare nella vita quotidiana. Rappresenta la rottura della vita quotidiana, l’uscita dalle sue maglie per guadagnare una dimensione molto più ampia. Probabilmente è un bisogno sotterraneo che tutti noi stiamo provando in questo particolare momento storico. La ricerca confluisce nell’ultimo brano che dà il titolo all’album: a differenza degli altri brani inizia dal buio e ripercorre psicologicamente le emozioni che ho provato al cospetto di quella statua”.

Questa dimensione extracorporea ha anche a che vedere con un fatto mistico o religioso o è solo legato all’esperienza dell’arte?
“È l’esperienza di un’esondazione in un territorio misterioso, metafisico, al di là dell’ordinario. Che tutti possiamo fare. Non voglio dare a essa una connotazione religiosa o, almeno, non voglio racchiuderla e semplificarla in una religiosità esteriore. Sicuramente è un fatto mistico”.

Nel libro scrive che quando si suona il pianoforte la mano sinistra ha il colore rosso ed è legata alla terra, la destra è azzurra, è la mano legata all’aria e al cielo. Effettivamente in Estasi sembra che tutte e due vogliano conquistare la parte alta della tastiera e volare.
“Sicuramente nel brano Estasi c’è una progressiva tendenza verso l’alto, forse perché voglio raccontare il movimento che dal buio va verso la luce, il tormento di Santa Teresa intrappolata in una dimensione tra cielo e terra che si risolve nel dissolvimento, nella sua morte, che è un’eternità guadagnata. Ma è anche vero che la terra e il cielo, la mano sinistra e la mano destra, rappresentano dimensioni profondamente radicate in ognuno di noi, per questo suonare il pianoforte significa un viaggio affascinante attraverso le nostre paure ma anche attraverso territori sconfinati”.

Scrive anche che si suona sempre per raggiungere l’estasi.
“È la mia poetica, la musica di largo consumo non si pone certo questo obiettivo, ma io devo pormelo perché ho un’indole profondamente ansiosa tendente alla depressione e sono quotidianamente avvinghiato ad alcuni gesti ripetitivi maniacali che mi impediscono persino di respirare. La musica è l’unico modo che ho trovato per disfarmi di tutto questo peso e uscire finalmente fuori di me stesso”.

Racconta che ogni volta che sta per iniziare un concerto pronuncia la frase: “Tutto l’amore del mondo sulle mie dita”. Perché?
“È un’invocazione che faccio a me stesso e che mi riporta al senso profondo dell’essere artisti, ossia un movimento che dalle profondità dell’anima viene gridato all’esterno, senza chiedere nulla in cambio. Il vero artista si fa portavoce di un gesto d’amore, non contano gli applausi, i dischi venduti, gli autografi firmati, la notorietà, la fama, sono tutti aspetti secondari rispetto a quello che è l’atto essenziale: un’esplosione che, da dentro, si rivolge al mondo”.

Ricorda anche tutti i rituali che fa prima dei concerti, il controllo maniacale della postazione perché tutto riesca nel modo giusto. Ma aggiunge che nel caso del disastro, del risultato in cui non tutto ciò che si doveva fare è poi riuscito, allora il disastro stesso è l’opera d’arte. Perché dunque tante paure, se alla fine tutto è come dev’essere?
“In questo periodo storico abbiamo il dovere di dire cose nuove. In un contesto di 'mental coach' e di 'influencer' che ci istigano a essere vincenti, brillanti, convinti di noi stessi e performanti, io entro a gamba tesa e affermo che il nostro disastro è il nostro capolavoro. Non riesco più a sostenere il peso di una perfezione irraggiungibile, o l’occhio implacabile di una telecamera che mi giudica continuamente. Non sostengo il peso del giudizio, un peso che non è rivolto solo verso di me che sto sotto i riflettori ma è diventato una condizione globale: nell’era dei social siamo diventati tutti personaggi pubblici, siamo tutti oggetto del giudizio implacabile che arriva dall’esterno. Per questo ho voluto dare un segnale forte controcorrente che consiste nel recuperare la nostra possibilità di sbagliare e nel vedere nel nostro errore il capolavoro di un’anima che esce fuori dalle aspettative esterne e guadagna una dimensione originale”.

E per contrastare la sua paura irrazionale della telecamera lei dice di mettere in campo il pensiero negativo, la previsione del disastro, salvo considerarlo poi la vera opera d’arte.
“Proprio così. In fondo chi pensa positivo è pronto per l’omologazione mentre chi avverte un’insofferenza è sulla via della rivoluzione. Il 'pensa negativo' di quel capitolo non è un invito al pessimismo, al contrario è l’accettazione del nostro errore di fronte al quale rifiuto il giudizio sommario che può arrivare dall’esterno”.

I commenti violenti su O generosa, l’inno che lei scrisse nel 2015 per la serie A, ne sono un esempio perfetto: quell’inno è stato molto attaccato, criticato sui social, fischiato negli stadi, e in qualche caso è accaduto persino prima che venisse pubblicato. Lei disse: “Il tempo sarà galantuomo”. È andata così?
“Il giudizio oggi è cambiato, basta andare a leggere i commenti anche recenti che sono stati rivolti al video di O generosa su YouTube, dove c’è la sua prima esecuzione per coro e orchestra. È vero che il tempo è stato galantuomo: mi rendo conto che comporre un inno nella forma del madrigale con il testo in latino e parte in inglese sia stato un gesto azzardato, coraggioso. Ho voluto dare al nostro calcio che è amato in tutto il mondo una musica che fosse tridimensionale, che superasse l’attimo presente, ma che si ricollegasse a una tradizione antica perché solo così possiamo guadagnare orizzonti futuri”.

Se lo dovesse riscrivere oggi lo rifarebbe dunque esattamente com’è?
“Certo. Prendiamo il latino: non è una lingua morta, è la lingua che meglio si presta a esprimere contenuti eterni. C’è una grande riscoperta del latino e della saggezza degli antichi, soprattutto ora che l’umanità è impaurita dalle difficoltà del virus. Ho anche cercato, grazie all’aiuto di un latinista, di proporre un testo latino che fosse più comprensibile per noi italiani”.

Mourinho ha voluto l’inno della Roma prima delle gare.
“È chiaro che l’inno della serie A rappresenta un simbolo super partes ed è anche chiaro, come dissi allora, che non si può scrivere musica per alzata di mano cercando di accontentare tutti. Sono solo orgoglioso del nostro O generosa e ogni volta che mi capita di eseguirlo in concerto con coro e orchestra viene giù il teatro. Dunque, attendiamo ancora un po’”.

Per i nuovi brani ci sono stati molti riconoscimenti, Our future è diventato il pezzo scelto dal network ambientalista europeo Earth day per la campagna green dedicata alla terra. In quel caso la musica si impone anche senza un testo.
“Nella musica c’è un collegamento fortissimo con i nostri sentimenti, con le nostre paure e con i nostri slanci. Our future ha rappresentato un tam tam che ha raccolto le energie dei giovani attivisti che stanno lottando per un mondo più pulito e luminoso. La musica strumentale ha la capacità di parlare direttamente al cuore della gente, al di là dei confini geografici”.

La Nasa le ha dedicato un asteroide, le avrà fatto piacere.
“La mia vita artistica è turbolenta perché si pone nel territorio minato dell’innovazione di una tradizione imponente come quella della musica classica. Essere su quel confine tra passato e futuro genera divisioni, opposizioni, giudizi feroci ma al tempo stesso straordinari riconoscimenti come l’intitolazione di un asteroide o l’attestazione di stima di Gorbaciov, il premio Nobel. Io spero solo di avere la forza di continuare sulla mia strada rivoluzionaria senza farmi eccessivamente coinvolgere né dal negativo né dal positivo che questo comporta”.

Cosa pensa dell’imitazione che Ubaldo Pantani fa di lei?
“Alcuni studiosi ritengono, anche attraverso delle pubblicazioni che ho letto, che la mia personalità sia vicina a un disturbo che prende il nome di Asperger, uno spettro dell’autismo, e mi sono accorto che tutte le imitazioni che mi vengono fatte altro non sono che un enfatizzare questi aspetti: la risata non contestualizzata, l’iper-specializzazione su una tecnica musicale, il non tener conto della vita quotidiana ed essere proiettati in un mondo parallelo, la difficoltà nelle relazioni sociali. Quindi non so se sorridere di questi fenomeni imitativi. Sicuramente quella di Ubaldo Pantani è l'imitazione più rispettosa ed è avvolta da una sua particolare poesia”.